IL PERSONAGGIO 1 Luglio Lug 2014 1023 01 luglio 2014

Nicolas Sarkozy, i guai giudiziari dell'ex presidente francese

Le grane dell'ex presidente. In stato di fermo.

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Fine giugno. Sulla stampa transalpina quelle che prima erano semplici indiscrezioni iniziavano a rimbalzare con insistenza crescente. Fonti autorevoli, citate dal Journal du Dimanche e Le Figaro, parlavano di una decisione ormai presa, spiegavano che a mancare era solo l'annuncio. «Nicolas Sarkozy è pronto a tornare in campo». A fine estate, si diceva.
Lo stesso ex presidente francese dichiarava di non avere «intenzione di lasciare il Paese nelle mani del Front National e del Partito socialista».
ACCUSATO DI CONCUSSIONE. Una settimana più tardi le velleità di Sarkò paiono destinate a ridimensionarsi. Colpa di un'accusa di concussione che ha portato - prima volta nella storia - l'ex inquilino dell'Eliseo in stato di fermo. A bordo di un'auto nera coi vetri oscurati è stato condotto negli uffici di Nanterre per essere interrogato. Come un sospettato qualunque. Ma nulla è compromesso, perché Sarkò con i guai giudiziari è abituato a conviverci. Spalla a spalla, da un decennio.

1. Le pressioni sull'avvocato: informazioni riservate in cambio di una poltrona

Nicolas Sarkozy è stato presidente della Francia dal 2007 al 2012. © Getty

L'ordine di fermo emesso il primo luglio nasce dal tentativo dell'ex presidente francese di corrompere un avvocato generale di Cassazione, Gilbert Azibert.
In particolare, secondo l'accusa, Sarkozy gli offrì la poltrona di consigliere di Stato a Monaco in cambio di informazioni su un'inchiesta che lo riguardava (e lo riguarda tutt'ora) da vicino.
Fu il legale dell'ex presidente Thierry Herzog, amico di lungo corso di Azibert, a informare Nicolas dei sogni di gloria dell'avvocato.
HERZOG E AZIBERT IN MANETTE. Lo fece al telefono, da un apparecchio registrato sotto falso nome, in una conversazione intercettata dai magistrati che indagavano sul caso Bettencourt (per cui Sarkò è stato prosciolto). Pochi giorni dopo la telefonata, l'ex presidente francese si recò nel Principato, raggiunto a stretto giro di posta proprio da Herzog, per esercitare - secondo gli inquirenti - pressioni sulle autorità monegasche affinché quella poltrona venisse assegnata alla persona giusta. Sia Herzog sia Azibert sono finiti in manette.

2. Campagna 2007: i presunti finanziamenti del regime libico

Sarkozy con Muammar Gheddafi. © Ansa

Ma che tipo di informazioni chiese Sarkozy ad Azibert? Qual era l'inchiesta al centro dei pensieri dell'ex inquilino dell'Eliseo? Il fascicolo, aperto nell'aprile 2013, riguarda i presunti finanziamenti elargiti dal regime libico di Muammar Gheddafi a Sarkozy in occasione delle elezioni presidenziali del 2007, poi vinte.
In un documento scritto in arabo, portato alla luce da Mediapart e firmato da Moussa Koussa, allora capo dei servizi di intelligence esteri libici, si parla di un «accordo di principio» per «appoggiare la campagna elettorale del candidato alle elezioni presidenziali, M. Nicolas Sarkozy».
«IL MINISTRO GUÉANT FACEVA DA TRAMITE». Cinquanta milioni di euro in tutto, secondo l'intermediario franco-libanese specializzato in compravendita di armi Ziad Takieddine (indagato nell'inchiesta), il quale ha spiegato che il tramite era l'allora ministro dell'Interno, Claude Guéant. In particolare, quest'ultimo avrebbe fornito al segretario personale di Gheddafi «le coordinate bancarie necessarie per i bonifici».
Il documento rivela che il finanziamento fu discusso durante «un colloquio preliminare tra ZT (Ziad Takieddine, ndr) e Saïf al Islam», il primogenito del defunto raìs che, nel marzo 2011, invitò pubblicamente Sarkozy a «rendere i soldi che ha accettato dalla Libia».

3. Lo strano caso Tapie: lo Stato non si oppone al risarcimento

L'imprenditore Bernard Tapie. © Getty

Nello stesso anno l'Eliseo fu scosso da un altro terremoto, l'affaire Bernard Tapie.
L'imprenditore ed ex parlamentare del Partito socialista, da sempre grande sostenitore (anche dal punto di vista finanziario) di Sarkò, fu al centro di un contenzioso lungo un decennio con la banca Crédit Lyonnais - le cui quote erano detenute dallo Stato - per la vendita dell'80% del capitale di Adidas, avvenuta negli Anni 90. Dopo anni di processi, sentenze e controsentenze, Tapie risolse la questione tramite un arbitrato privato. L'iter fu approvato, tra lo stupore generale, dall'allora ministro dell'Economia, Christine Lagarde.
IL RICORSO DEL PARTITO SOCIALISTA. La sentenza andò a favore dell'imprenditore - che ricevette nel 2008 un risarcimento di 403 milioni di euro - e lo Stato, stranamente, non fece ricorso. Nel 2011 il Partito socialista, sostenendo che le decisioni del tribunale arbitrale «promuovevano interessi particolari a scapito dell’interesse pubblico», decise di appellarsi alla Corte di giustizia, la quale aprì un'inchiesta. Anche sul ruolo di Lagarde.

4. Sondaggi milionari: contratto senza appalto all'«amico» Buisson

Patrick Buisson, ex consigliere di fiducia di Sarkò. © Getty

Non solo Tapie. A beneficiare della 'generosità' di Sarkò fu anche l'ex consigliere di fiducia del presidente, Patrick Buisson. La società da lui diretta, Publifact, si aggiudicò nel giugno del 2007 una convenzione, senza gara d'appalto, per la fornitura di sondaggi all'Eliseo.
Il contratto stipulato fece gridare allo scandalo anche per le cifre, scritte nero su bianco: 1,5 milioni di euro all'anno, più 10 mila euro di remunerazione mensile.
A denunciare il fatto fu, nel 2010, l'associazione Anticor, che - tramite il tribunale di Parigi - contestò all'ex presidente francese il reato di favoritismo, punibile con 30 mila euro di ammenda e due anni di carcere.
LE REGISTRAZIONI NASCOSTE DI BUISSON. Curiosamente, lo stesso Buisson è balzato alle cronache quattro anni più tardi, nel marzo 2014, quando la stampa francese ha pubblicato le conversazioni private - da lui registrate di nascosto - tra Sarkozy e i suoi più stretti collaboratori, nel corso delle quali l'allora presidente si lasciava andare a commenti poco lusinghieri nei confronti dei ministri del gabinetto.

5. L'affaire Karachi: «Fondi neri sulle armi al Pakistan»

Un giovane Sarkozy al fianco di Édouard Balladur. © Getty

L'affaire Karachi risale agli Anni 90 quando Sarkozy era ministro del Bilancio e portavoce del premier Édouard Balladur. Tra il 1993 e il 1995, Balladur aveva messo in piedi un sistema di commissioni legali per chiudere i contratti di compravendita di armamenti con il Pakistan e l'Arabia Saudita. Gli intermediari erano pagati profumatamente: tra loro figurava anche Takieddine (già, proprio lui). La Direzione costruzioni navali del ministero della Difesa vendette tre sottomarini al Pakistan e tre corvette all'Arabia. Ma secondo i magistrati una parte del denaro incassato dagli intermediari finì in società schermate in semi paradisi fiscali come il Lussemburgo, destinato a finanziare la campagna presidenziale di Balladur nel '95.
QUEL COMUNICATO SOSPETTO. La vicenda è riemersa nel 2002 quando in Pakistan un attentato ha ucciso 11 impiegati francesi della Difesa. Secondo i magistrati si trattò di una vendetta per i mancati pagamenti. Nel 2011, quando la procura iniziò a interrogare alcuni collaboratori di Sarkò, l'Eliseo emanò un comunicato in cui si proclamava estraneo ai fatti. Ma come faceva a conoscere il contenuto del fascicolo? Da lì scaturì una nuova inchiesta per violazione del segreto istruttorio nei confronti di Sarkozy.

6. Campagna 2012: false fatture per 11 milioni di euro

Jean-François Copé, ex segretario dell'Ump. © Getty

Lo scandalo più recente, sfociato il 27 maggio scorso nelle dimissioni del segretario dell'Ump Jean-François Copé, riguarda un giro di false fatture creato ad arte in occasione della campagna presidenziale del 2012. Il candidato del centrodestra era, ça va sans dire, Sarkozy.
Tramite un sistema di fondi neri facente capo alla società Bygmalion, di proprietà di due amici di Copé, lo sfidante di François Hollande poté contare su circa 32 milioni di euro, ben oltre il limite imposto dalla legge francese di 22,5.
SARKOZY SI DICE INNOCENTE. L'avvocato di Bygmalion ha ammesso le responsabilità della società, come l'ex vicedirettore della campagna - vicinissimo a Copé - ha riconosciuto l'esistenza delle fattue false. Sarkozy, invece, s'è detto all'oscuro di tutto, ha gridato la propria innocenza. Anzi, s'è impegnato personalmente per coprire il buco, grazie a una sottoscrizione straordinaria di 11 milioni di euro ottenuta dai militanti del partito. Una «operazione immagine» che puntava a creare terreno fertile per la ridiscesa in campo. Ma che, alla luce degli ultimi fatti, rischia di rivelarsi inutile.

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