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TENSIONE 3 Luglio Lug 2014 1545 03 luglio 2014

Germania, Renzi nel mirino dei popolari più intransigenti

Crescono i malpancisti nel partito di Merkel.

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Angela Merkel e Matteo Renzi.

Sarà pure un «grande premier», come lo ha lusingato Angela Merkel all'ultimo vertice europeo. Ma il Matteo Renzi che ha dato dei «noiosi» ai politici vecchio stampo di Strasburgo nel suo discorso all'europarlamento ha fatto infuriare i cristianodemocratici (Csu-Cdu) della cancelliera.
«L'Europa è forte se gli Stati fanno i compiti a casa e rispettano le regole di bilancio, nuovi debiti non creano futuro ma lo distruggono: l’Italia ha il 130% di debito, dove prende i soldi?» ha attaccato il capogruppo tedesco dei popolari europei (Ppe) Manfred Weber, dando a Renzi del somaro o, peggio ancora, del discolo.
IL PPE: DUE PESI, DUE MISURE. In Germania flessibilità in cambio di riforme, per l'ala intransigente del centrodestra, non è un baratto credibile, poiché si concede qualcosa in cambio di qualcos'altro che potrebbe anche non essere fatto, senza spiegare poi a chi come Irlanda, Portogallo, Cipro e Spagna - che di una maggiore flessibilità nell'applicazione del Patto di Stabilità non hanno goduto - il perché di due pesi e due misure.
Nemmeno il premier-rottamatore si aspettava un attacco così virulento dal ghota tedesco del Ppe, dopo la sua reprimenda sulla «Germania che, nel 2003, sforò i parametri del Patto di Stabilità e crescita, varando poi quelle riforme che 10 anni dopo lo avrebbero reso un Paese solido».
A RISCHIO LE LARGHE INTESE. Con questa buriana potrebbe saltare anche l'accordo tra i socialisti (Pse) e i popolari europei per l'elezione del cristiano-democratico Jean-Claude Juncker - ma di idee progressiste - a capo della Commissione europea.
Promosso da 26 leader su 28 (tranne Gran Bretagna e Ungheria) in sede di Consiglio europeo, per entrare in carica l'ex storico premier lussemburghese ed ex guida dell'Eurogruppo deve essere ufficialmente designato presidente dall'assemblea di Strasburgo il 16 luglio.

La destra cristiano-democratica (Cdu-Csu) contro le colombe Juncker e Schulz

Jean Claude Juncker.

Incline alle interpretazioni flessibili delle norme europee, Juncker era osteggiato dall'ala destra dei popolari.
Pur non rinnegando mai l'endorsement al pupillo di Helmut Kohl, Merkel stessa aveva avuto di che discutere, dopo le Europee del 2014, con i falchi della Cdu-Csu su quel nome che, prima dell'avanzata degli euroscettici e anche del buon risultato dei socialdemocratici, metteva d'accordo tutti. Ma che poi impensieriva per il timore di ritrovarsi, con il socialdemocratico tedesco Martin Schulz a capo dell'Europarlamento e la sponda di Juncker in Commissione, un'Unione europea (Ue) governata da leader spendaccioni e accerchiata dal ricatto degli euroscettici.
I TIMORI DEGLI INDUSTRIALI. Se durante il semestre a guida italiana, in tandem con il governo francese Renzi dovesse davvero puntare i piedi per spostare l'asse di Bruxelles dal rigore alla crescita, le roccaforti degli industriali tedeschi, protette dai politici della Cdu-Csu, si troverebbero con le spalle al muro.
Dalla nascita dell'Ue e dell'euro, un simile scenario è stato sempre scongiurato dai cristiano-democratici tedeschi, a tutela degli interessi dei gruppi di potere che fanno loro riferimento.
«ROMA CI PRENDE IN GIRO». Con il vento che tira, sul quotidiano conservatore della Frankfurter Allgemeine Zeitung, già prima del discorso di Renzi all'Europarlamento, il corrispondente da Roma Tobias Piller gridava al «tradimento» dell'Italia che ha sempre «lo stesso canovaccio»: «Ottiene subito aiuto, in cambio di vaghe promesse di riforme. In questo momento la Germania ha il diritto di sentirsi presa in giro». «L'Italia deve invece presentare a Bruxelles risultati concreti», si esortava nel commento, «come ha detto con parole semplici il presidente degli industriali italiani Giorgio Squinzi: pagare denaro, vedere cammello».

Dall'austerity all'euroscetticismo: cresce la fronda contro Merkel

L'arroccarsi sulla difesa di regole cucite su misura sugli equilibri economici nazionali, ha come lato più estremo della medaglia la deriva euroscettica di alcuni autorevolissimi falchi tedeschi.
Se infatti, pur non essendo d'accordo sulla condivisione del debito e sulle misure bancarie non convenzionali per la crescita, l'ex capo economista della Bce e della Bundesbank Otmar Issing continua a difendere la moneta unica, per il direttore dell'Ifo Institute for Economic Research di Monaco Hans Werner Sinn, tra i più quotati esperti di finanza internazionale, «l'euro è diventato una prigione».
«ANGELA? TROPPO PERMISSIVA». Con le maglie allargate di Bruxelles e della Bce sulle regole di bilancio e fiscali europee il quadro non potrà che peggiorare. Già le concessioni di Merkel e del suo ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble sono troppo permissive, per chi, da anni, chiede di scaricare la Grecia e gli altri Paesi che danno preoccupazioni dell'Eurozona.
«Le loro politiche hanno funzionato molto bene solo in Irlanda. Sugli altri Stati in crisi come Spagna e Portogallo sono scettico», ha attaccato Werner Sinn in un'intervista al Wall Street Journal Deutschland alla vigilia della riunione del Direttorio della Bce.
LA CANCELLIERA FA L'EQUILIBRISTA. «Sulle riforme si è fatto poco e i costi del lavoro sono rimasti troppo alti. Da alcuni anni propongo l'uscita dall'euro dei Paesi in crisi, quando ancora gli euroscettici di Alternative für Deutschland non c'erano. Neanche per i cittadini di questi Stati restare aggrappati all'euro è la strategia giusta», chiosa il top economista.
Da democristiana consumata, nei confronti di Renzi, Merkel - al governo con la sinistra in una Grande coalizione - alterna mezzi sorrisi a niet del rigore. Ma se a sinistra, a braccetto con il rottamatore, la cancelliera è ironicamente ribattezzata la «coppia flessibile», a destra crescono i malpancisti della linea morbida. E il Ppe perde pezzi.

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