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SCHEDA 5 Luglio Lug 2014 1000 05 luglio 2014

Riforme, i tre nodi di Renzi

Immunità. Preferenze. Elettività dei senatori. I problemi del premier.

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Il premier Matteo Renzi.

Matteo Renzi sulle riforme tira dritto. Non importa se sul campo restino vittime. Forza Italia si è spaccata, nonostante l'ex Cavaliere e Denis Verdini abbiano rassicurato il premier della fedeltà al patto del Nazareno. Dall'altra parte il segretario Pd non concede sconti alla fronda interna che pare non voler rinunciare all'elettività del Senato.
I PALETTI M5S. Infine c'è il Movimento 5 stelle che, in attesa del secondo incontro via streaming con la delegazione del presidente del Consiglio di lunedì 7 luglio, ha puntato i piedi sulle preferenze da inserire nella legge elettorale. «Sulle riforme appoggeremo o non appoggeremo. Dipende delle proposte», aveva detto Beppe Grillo lasciando la Camera dei deputati dopo l'incontro con i suoi. Mettendo in chiaro: «La loro legge ha dei caratteri assolutamente incostituzionali. Con le preferenze e con un premio di maggioranza più basso potrebbe esserci un accordo. Si discute, non decido né io né Di Maio, poi mettiamo ai voti e decide la maggioranza. Questa è democrazia».
I NODI DA SCIOGLIERE. Certo è che la partita, che il premier ha deciso di giocare su più tavoli per garantirsi comunque una maggioranza, non è semplice.
Ecco i nodi che restano da sciogliere.

1. Preferenze e il «lodo Boschi»

Maria Elena Boschi.

In primis le preferenze. Sul punto, il caffè mattutino del 3 luglio tra Renzi e Silvio Berlusconi sembra aver riconfermato la linea del patto del Nazareno, ossia le piccole liste bloccate dell’Italicum con pochi nomi non indicati direttamente dagli elettori. Entrambi i leader avrebbero di che giovarsi dall’assenza delle preferenze potendo così disegnare personalmente la geografia della rappresentanza in parlamento. Dunque, nessun problema, l’accordo tiene?
Non è così semplice. In campo ora c’è anche il M5s che ha messo sul tavolo proprio le preferenze: «Se ci sono, se ne può parlare», ha sottolineato Beppe Grillo in persona.
LA FRONDA DEM. L’ostacolo, tuttavia, non è costituito solo dai grillini. Il problema vero, infatti, il segretario dem ce l’ha proprio in casa sua. Con la minoranza Pd, la cosiddetta area riformista che tiene insieme bersaniani, civatiani dalemiani e qualche lettiano, che è già sul piede di guerra e minaccia apertamente di non votare l’Italicum se rimarranno le liste bloccate.
L’ex numero uno del Partito democratico, Pier luigi Bersani, d’altronde, non ha usato giri di parole: «Non possiamo sommare nomine a nomine, poi cosà verrà il grande nominatore…».
Che le liste bloccate siano un nervo scoperto al Nazareno, poi, lo conferma anche la posizione dell’ex presidente Pd, Gianni Cuperlo che le ha liquidate come «irricevibili».
La partita quindi è complicata. A meno che il «lodo Boschi» - una sorta di preferenze mascherate in cui i capilista di un partito passano automaticamente come dei «nominati» mentre gli altri se la giocano a seconda dei consensi, almeno nel partito vincente - non riesca a conquistare Silvio Berlusconi assicurando a Renzi i numeri sufficienti per andare avanti.

2. Immunità, emendamenti in vista

L'aula del Senato.

La riforma del Senato rappresenta un altro campo minato.
L’immunità per i nuovi senatori, passata in commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama, dopo un acceso dibattito politico, non è affatto una questione superata. Bisognerà, infatti, vedere cosa accadrà in Aula. È vero che la decisione ha avuto «una maggioranza molto larga. Pure Forza Italia e Lega hanno votato a favore», come ha sottolineato il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, ma è altrettanto certa l’intenzione della minoranza dem di ripresentare gli emendamenti per eliminare i commi II e il III dell’articolo 68 e, quindi, autorizzazioni per l’arresto, perquisizioni e intercettazioni. In modo da far sopravvivere solo l’insindacabilità.
VOCI CONTRO. Senza contare, inoltre, i mal di pancia sullo scudo all’interno degli altri partiti. Al secco no del M5s bisogna aggiungere pure i dubbi del deputato azzurro Augusto Minzolini che, tra l’altro, in commissione si è astenuto, e la posizione contraria della vicepresidente del Senato, Linda Lanzillotta: «Il fatto che l'immunità resti così com’è anche per i senatori», ha ribadito l'esponente di Per l'Italia, «nasce dal fatto di non voler riconoscere fino in fondo che il nuovo Senato sarà strutturalmente diverso dal precedente e non avrà le stesse funzioni e le stesse caratteristiche che invece mantiene la Camera».

3. Senato elettivo e numero di parlamentari: resistenze Pd

Loredana De Petris, Vannino Chiti, Mario Mauro, Anna Cinzia Bonfrisco e Augusto Minzolini alla Camera.

Il vero pomo della discordia, però, è rappresentato dall’eleggibilità dei nuovi senatori (oltre che dalla riduzione del numero complessivo di parlamentari, tra deputati e senatori).
Per il premier Renzi il Senato non elettivo rimane un caposaldo insuperabile. Ma, in primis il suo partito non lo segue compatto, con i 17 dem che sostengono il ddl Chiti. Senza contare la ventina di democratici favorevoli all’emendamento firmato, tra gli altri, da Doris Lo Moro e Miguel Gotor che abbassa il numero di deputati da 630 a 500.
Su tali questioni, inoltre, la fronda democratica si trova al proprio fianco sia il M5s sia Sel. Magari questo fronte non è così forte da agitare il sonno di Renzi. Ma la prospettiva cambia se nel partito pro Senato elettivo iscriviamo oltre i 20 «dissidenti» della maggioranza (Pd, Ncd e Pi) i 15 dell'opposizione (dai forzisti a Sel ed ex M5s).
LA BATTAGLIA DI MINZOLINI. «Questa riforma del Senato io non la voto», ha ribadito nei giorni scorsi l’ex direttore del Tg1. Anche alla Camera, però, Forza Italia non è affatto compatta. Con il capogruppo Renato Brunetta che da tempo si batte per riportare le lancette al timing delle riforme siglato al Nazareno (cioè prima l’approvazione dell’Italicum e poi quella del Senato delle autonomie).
Che la situazione sia incandescente, d’altronde, lo dimostra l’esito dell’incontro di Berlusconi con i gruppi parlamentari, terminato con la promessa di un nuovo dibattito. Segno che le acque sono agitate. E se lo sono per l’ex Cav, di riflesso, le cose si complicano anche per Renzi. D’altronde, tutto si tiene insieme. Basta una falla perché crolli l’intera impalcatura.
Col rischio di tornare, per l’ennesima volta, come nel gioco dell’oca, alla casella di partenza.

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