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INTERVISTA 5 Luglio Lug 2014 1350 05 luglio 2014

Trans, Stefania Pecchini a Biancofiore: «L'ignoranza è pericolosa»

Parla Stefania Pecchini, transessuale e poliziotta.

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Ci sono parole leggere e violentissime. «I trans non sono né carne né pesce. Non esistono in natura. Sono una di quelle cose create ad arte», ha mitragliato quasi con levità Michaela Biancofiore, bionda pasionaria berlusconiana con cieca fedeltà nel capo e infallibile conquistatrice di clamore e riflettori.
PECCHINI, DA UOMO A DONNA. Nessun rumore o quasi hanno fatto, invece, le voci di chi quelle parole le ha subite nell'ombra. Come la sovrintendente di polizia locale Stefania Pecchini, operata da due anni dopo aver iniziato il percorso per diventare donna nel 2006, che ha cercato di tenere insieme una famiglia e il lavoro in caserma.
«CLASSE DIRIGENTE IRRESPONSABILE». Quarantottenne bionda - e bella al pari di Biancofiore - Stefania ha scritto a Lettera43.it per replicare alla deputato di Forza Italia, colpita dalla mancanza di un elemento fondamentale: «Il rispetto». E spaventata dalla prospettiva di un'Italia che arranca ancora in umanità e convivenza civile per colpa della sua classe dirigente.
IGNORANZA DELLA MATERIA. «Da una persona che ha quel ruolo si pretende almeno un minimo di cultura e di informazione», dice Stefania. «E invece ha detto che i trans non esistono in natura e che non sono né carne né pesce: le sue dichiarazioni sono dovute semplicemente all'ignoranza in materia. Ma l'ignoranza è pericolosa».

Stefania Pecchini, poliziotta, è diventata donna due anni e mezzo fa.

DOMANDA. Cosa ignora Biancofiore?
RISPOSTA.
Intanto che il termine transessuale non vuole dire transgender: hanno due significati diversi.
D. E quale è la differenza?
R.
Transgender è chi non ha identità precisa tra uomo e donna. Mentre la transessualità è classificata come un disturbo psichiatrico definito anche come disforia di genere. Ed è quella condizione per cui una persona si sente appartenere a un sesso e non ad altro.
D. Non è che la politica è più indietro dei cittadini?
R. Il Consiglio regionale della Lombardia ha persino individuato una festa della famiglia naturale, formata da uomo e donna. Ma se poi fosse andato al Gay pride di Milano avrebbe visto 50 mila persone sfilare in corso Buenos Aires.
D. Biancofiore ha parlato anche di «una macchina da soldi per chi si trasforma in transessuale».
R. Sembra che le trans siano tutte prostitute e invece quella è una minoranza.
D. Lei addirittura è un poliziotto.
R. Mi sono operata due anni e mezzo fa. Prima sono stata sposata 14 anni. Ho un figlio di 22 e una di 18 anni. E sono entrata in polizia 23 anni fa.
D. Come ha capito di essere donna?
R. Da piccola giocavo con le bambole, facevo il punto croce. Ma erano cose a cui non facevi caso. Poi da ragazzino mettevo i pantaloni rosa, tenevo i capelli lunghi e la mia prima esperienza è stata con un maschio. Al massimo avevo pensato all'omosessualità. Ma erano comunque cose mai dette e fatte di nascosto, mai rivelate.
D. Per paura?
R. Sono nata e cresciuta a Mediglia, un paesino in provincia di Milano, ma 40 anni fa era come la Sicilia e poi avevo una madre con un carattere importante che mi ha condizionato.
D. Cioè?
R. Mia mamma si era ammalata di tumore e voleva insistentemente avere un nipote. E ti senti in obbligo davanti a una madre che muore di darle tutto quello che desidera.
D. Per questo ha avuto esperienze con le donne?
R. L'unica esperienza che ho avuto è in realtà con la donna che poi ho sposato. Perché di lei mi ero davvero innamorata.
D. E perché è finita?
R. Semplicemente perché io ho cambiato sesso. E lei mi ha detto: «Sono eterosessuale: avrei difficoltà a venire a letto con una donna». Ma ci sentiamo tutti i giorni, ci aiutiamo tantissimo.
D. Ci sono transessuali che invece si sono visti annullare dallo Stato unioni che avrebbero voluto difendere.
R. Sì, perché la legge italiana nel momento in cui cambi sesso all'anagrafe, annulla il matrimonio.
D. Con la sua famiglia come è andata?
R. A un certo punto, quando avevo in qualche modo ottemperato a tutti gli 'obblighi' della vita, la parte nascosta di me ha iniziato a emergere. Avevo 40 anni, lavoravo in polizia, avevo soldi e una villa, una famiglia stupenda e dei bellissimi figli.
D. Poi cosa è successo?
R. Mi facevo delle domande, ma speravo non fosse quella la risposta. Perché proprio a me tra tutte le persone del mondo?
D. Rifiutava la realtà?
R. La sofferenza era talmente tanta e troppa la paura che la risposta fosse davvero quella che sospettavo che ho pensato al suicidio. Ma poi ho pensato che sarebbe ricaduto sui miei figli. E che dovevo insegnare loro a risolvere i problemi.
D. Come glielo ha spiegato?
R. Ho usato le parole più semplici possibili.
D. Cioè?
R. Una sera li ho chiamati e ho detto: inizierò un cammino difficile che mi porterà a cambiare sesso, a diventare quella che mi sento.
D. E loro come hanno reagito?
R. Mia moglie già sospettava. Litigavamo, i miei atteggiamenti femminili non avevano più freni: emergevano nel gesticolare, nell'accavallare le gambe. E lei mi diceva: «Mi sembri una femmina quando siamo con gli altri».
D. E i ragazzi?
R. La piccola aveva 11 anni non capiva molto. Il figlio invece ne aveva 15 anni. Mi disse: «Se è quello che ti fa star bene fallo, ma io preferirei che tu andassi via, facessi il tuo percorso e tornassi quando è finito».
D. E lei ha fatto come chiedeva?
R. Anche mia moglie mi diceva: «Hai bisogno di uno spazio tuo, dove esprimerti senza condizionamenti». E li vedevo che soffrivano che non era quello che avrebbero voluto. E quindi sono andata ad abitare vicino e ci siamo sempre tenuti in contatto.
D. Ci sono stati problemi fuori dalla famiglia?
R. Intanto a Mediglia tutti sanno tutto perché io sono sempre rimasta là. E mi hanno sempre rispettato. Anche perché non mi sono mai resa ridicola.
D. In che senso?
R. Mi sono vestita da donna solo dopo un anno e mezzo di terapia ormonale, quando già al supermercato, se mi vedevano in jeans e maglietta, mi chiamavano signora.
D. Perché questa scelta?
R. Perché avevo i miei figli da proteggere. I ragazzi sanno essere cattivi, sarebbero stati loro a finire sulla gogna. Invece non abbiamo avuto nessun problema.
D. Come la chiamano?
R. Quando siamo tra noi mi chiamano papà. Mentre se siamo in giro, per loro sono Stefania, che è il nome che ha scelto per me mia figlia.
D. Glielo ha chiesto lei?
R. No, ma all'inizio mi facevo chiamare Shena che non piaceva a nessuno. E a Natale mia figlia mi ha detto: «Ma proprio così ti devi chiamare?». Le ho chiesto: «Come ti piacerebbe che mi chiamassi?». Ha risposto: «Stefania». Ed è stato un bel regalo.
D. E in polizia?
R. I miei colleghi pensavano che li prendessi in giro. Prima avevo tante donne che mi corteggiavano: la divisa fa il suo effetto. Ma a un certo punto sono andato dai miei superiori con il certificato dello psichiatra.
D. Non ha mai avuto paura del cameratismo?
R. La mia fortuna è stata la mia professionalità. I miei colleghi mi hanno sempre rispettato. Poi mi sentivo in difetto, e allora invece che 100 facevo 120.
D. Nessun problema quindi?
R. C'è stato solo un momento, in cui ho avuto problemi: quando la terapia ormonale inizia a fare effetto, a un certo punto non sei né maschio né femmina.
D. E cosa successe?
R. I miei superiori mi vollero portare dal prefetto. Gli spiegarono il percorso che stavo facendo e lui interruppe il mio comandante. Gli disse: «Voi dovete solo essere orgogliosi di questa cosa». Si girò e mi fece i complimenti: «È anche una bellissima donna».

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