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POLITICA 7 Luglio Lug 2014 0850 07 luglio 2014

Riforma Senato, Renzi sfida i dissidenti

Duro «no» sul Senato elettivo in vista dell'assemblea Pd.

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Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi.

Un duro «no» al Senato elettivo e un avvertimento alla minoranza Pd: qualora prosegua la fronda sulle riforme «si dimentichino una gestione unitaria del partito», almeno se proseguirà la fronda sulle riforme.
Matteo Renzi continua a testa bassa la sua marcia per il cambiamento di Palazzo Madama il cui arrivo in aula, dopo il rinvio per la campagna elettorale delle europee e i rallentamenti per tessere la tela di un accordo largo, è fissato per mercoledì 9 luglio. «Siamo ad un bivio, adesso ognuno deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni», è la sfida che nella serata di lunedì 8 luglio, all'assemblea del gruppo, Renzi ha intenzione di lanciare alla ventina di dissidenti dem che minacciano di votare contro il Senato delle Autonomie.
OBIETTIVO: APPROVAZIONE IN PRIMA LETTURA. Il premier è molto determinato a raggiungere il traguardo dell'approvazione della riforma del Senato in prima lettura per incardinare, già prima dell'estate, sempre a Palazzo Madama, l'Italicum. Per Renzi, impegnato nella insidiosissima partita europea tra nomine e battaglia sulla flessibilità, le riforme sono la cartina al tornasole della capacità del governo di cambiare l'Italia per cambiare l'Europa. Per questo, pur non temendo la fronda dei dissidenti per l'esito del voto, il leader Pd non ha alcuna intenzione di far frenare proprio dai dem il cammino riformatore. Ognuno alla prova d'aula, avverte Renzi, risponderà delle proprie azioni.
E, come polemizza il fedelissimo Francesco Nicodemo, non si accettano lezioni «da chi per 20 anni non ha capito nulla di ciò che serviva al paese e ora vogliono spiegarci cosa serve davvero».
«Le riforme», avverte il vicesegretario Debora Serracchiani, «servono all'Italia e non a Renzi».
STRAPPO IN NOME DELLA LIBERTÀ DI COSCIENZA? Il gruppo dei circa 20 senatori che in aula potrebbero non votare la riforma del Senato intanto tacciono. E affilano le armi in vista dell'assemblea in agenda la sera di lunedì 7 luglio che potrebbe concludersi con una conta sugli emendamenti dei relatori che disegnano il complesso della riforma e che non sono ancora stati discussi in una riunione di gruppo. In nome della libertà di coscienza, che lo Statuto lascia su temi costituzionali, alcuni potrebbero annunciare lo strappo in Aula. Anche se secondo Giorgio Tonini, «lo statuto del Pd dice che la questione di coscienza può essere sollevata alla presidenza del gruppo su questioni etiche e principi fondamentali della costituzione ma la modalità di elezione del Senato non è una questione di coscienza».
E bisognerebbe dunque attenersi alla disciplina di gruppo e al voto a maggioranza espresso in assemblea.
ANCHE FI SPACCATA E VERSO LA RESA DEI CONTI. I margini per un accordo che tenga insieme tutto il Pd sono dunque strettissimi. E anche dentro Fi la situazione resta agitata con i ribelli, guidati da Augusto Minzolini, che si preparano ad un nuovo round nell'assemblea azzurra di martedì 8 luglio per cercare di far saltare il patto del Nazareno. Ma Renzi è convinto che l'intesa con Silvio Berlusconi possa reggere la prova d'aula.

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