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SCINTILLE POLITICHE 7 Luglio Lug 2014 2302 07 luglio 2014

Scontro Grillo-Renzi, poi il dietrofront M5s: 10 sì al Pd

Salta l'incontro. Beppe furioso. Ma dice sì alle proposte dei dem.

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Ebetino, ebetone, sbruffoni, dittatura, siete un bluff, tornate sui tetti.
Doveva essere il grande giorno del secondo confronto Pd-M5s sul tema delle riforme, dopo il primo streaming del disglelo andato in scena il 25 giugno.
Invece è sembrato un Vaffa Day tra due posizioni politiche inconciliabili. Colpa anche di astio personale, vecchi pregiudizi e un incontro saltato all'ultimo.
Poi, al termine di una sequela di schizofrenici ripensamenti, lo spiraglio lasciato aperto in serata da Beppe Grillo in persona cotretto a fare dietro front dopo un acceso - e a tratti pesante - dibattito interno ai 5 Stelle.
I 10 SÌ SONO ARRIVATI, SCRITTI SUL BLOG. Proprio in extremis è infatti arrivato il brusco cambio di strategia del Movimento, che ha pubblicato 10 sì alle 10 proposte che aveva lanciato il Partito democratico. Basterà per porre le basi di un'intesa che pareva quasi impossibile? Per capirlo è necessario ricostruire la giornata di lunedì.
Il clima si era infiammato subito, con l'annullamento voluto dai democratici del faccia a faccia tra le delegazioni. Una mossa che a qualcuno è sembrata tattica, per stanare Silvio Berlusconi.

La rottura è stata colpa soprattutto dell'«assenza delle formali risposte dei 5 stelle», ha spiegato il capogruppo del Pd alla Camera Roberto Speranza.

La disdetta ha fatto precipitare la situazione, scatenando l'ira dei deputati pentastellati, che hanno parlato di giustificazione «paradossale».
Secondo il vice presidente della Camera, Luigi Di Maio, intervenuto in conferenza stampa, «il Pd vuole perdere tempo, tra i dem c'è molta confusione». La precisazione finale tuttavia sottolineava che il tavolo con il Pd non era definitivamente saltato.

Paola Carinelli, Luigi Di Maio e Danilo Toninelli durante la conferenza stampa del M5s. (Ansa)

Ci ha pensato quindi Beppe Grillo a sbattere la porta in faccia a Matteo Renzi. Con un violentissimo affondo utilizzando termini come «criminalità organizzata democratica». Altro che dialogo ancora aperto.
Renzi «è un ebetone pericolosissimo, stiamo scivolando lentamente verso una dittatura a norma di legge», ha attaccato il leader del M5s, annunciando «un'opposizione ancor più dura» e sferrando il colpo: «Le palle di Renzi sono sul tavolo di Verdini e Berlusconi».
IL PREMIER: «POCHE CHIACCHIERE». Sembrava la fine di ogni possibile trattativa.
Anche perché, immediata, è arrivata la replica del premier. «Poche chiacchiere», il M5s non è chiaro, ha scritto Renzi su Twitter.

Ribadendo, senza sconti, la sua linea: «Non è uno scherzo, sono le regole! Chiediamo un documento scritto per sapere se nel M5s prevale chi vuole costruire o solo chi urla».

Una nuova rottura certificata dalla reazione di altri parlamentari democratici.

Intanto, tra gli utenti della Rete e gli stessi esponenti dei cinque stelle, non tutti applaudivano il nuovo 'niet' di Grillo.
Così - era il senso delle loro osservazioni - si torna a dare un alibi a Renzi. E, come hanno commentato fonti parlamentari, ad alcuni non è piaciuto neanche il modo con cui Grillo si è rivolto a chi alla Camera si «è fatto prendere in giro» dal Pd «falso e ipocrita».
DOPO LE 20 LA RETROMARCIA. Alla fine il dietrofront a sorpresa, quando tutto sembrava compromesso. Dopo lunghi conciliaboli tra il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio e Gianroberto Casaleggio nello studio del primo a Montecitorio, che hanno costretto un Beppe Grillo molto recalcitrante a piegarsi alla linea del compromesso.
Così dopo le 20 della sera, gli insulti dal blog dell'ex comico sono spariti e in un post-precisazione è stato lo stesso Grillo a sottolineare «per chi non ha capito, o non ha voluto capire», che «le porte per una discussione sulla legge elettorale per il M5S sono sempre aperte».
Nonostante le contumelie all'indirizzo del Pd, che guarda caso erano scomparse dal post...

«Giusto non fidarci, il M5s in stato confusionale», aveva appena osservato il vice segretario Pd Lorenzo Guerini.
In conclusione, dai grillini sono arrivati 10 «sì», con severe condizioni.
E dopo una valanga di provocazioni, la palla è tornata al Pd. In attesa della prossima puntata.

I 10 ok: bene il doppio turno di lista, non di coalizione

Quei 10 sì sono stati davvero così convinti? I 'ma' scritti nel post di Grillo hanno fissato paletti così rigidi da rendere le future tappe del dialogo piene di insidie.
«Ci auguriamo che non troviate altri pretesti. L'unica cosa a cui teniamo è che si faccia una buona legge elettorale per i cittadini. In questo senso, chiediamo serietà e reale disponibilità a un confronto».

BALLOTTAGGIO E PREMIO DI MAGGIORANZA. I primi due quesiti posti da Renzi nella lettera inviata recitavano: «Vi chiediamo, siete disponibili a prevedere un ballottaggio, così da avere sempre la certezza di un vincitore? Siete disponibili a assicurare un premio di maggioranza per chi vince, al primo o al secondo turno, non superiore al 15%, per assicurare a chi ha vinto di avere un minimo margine di governabilità?».
Quesiti sui quali, dal Movimento, sono arrivate risposte-chiave. «Un primo turno proporzionale privo di soglie di sbarramento», «in caso di superamento della soglia del 50% più uno dei seggi al primo turno, un premio di governabilità minimo, che consegnerebbe al vincitore il 52% dei seggi»; «nel caso in cui nessuno raggiunga la maggioranza al primo turno, un secondo turno tra i due partiti più votati, al cui vincitore viene assegnato il 52% dei seggi», è il sì con (corposa) riserva.

SUPERAMENTO DEL BICAMERALISMO PERFETTO. Placet anche sul superamento del bicameralismo perfetto. Perché, hanno spiegato i grillini, con un Senato delineato con le funzioni previste dal ddl Boschi, «è irrinunciabile l'elettività di primo grado».

RIDUZIONE DEI COLLEGI E CORTE COSTITUZIONALE. Più netti i sì alla riduzione dei collegi e alla verifica preventiva della legge elettorale da parte della Corte costituzionale (anche se resta «urgente capire in quale modo si dovrebbe introdurre questo controllo e come dovrebbe intervenire sulla legge elettorale in discussione»).

RIFORMA TITOLO V E IMMUNITÀ PARLAMENTARE. Prudente anche l'ok alla riforma del Titolo V («disponibili, ma la proposta non è risolutiva») e quello sul tema delle immunità, sul quale Renzi aveva chiesto un punto di incontro che evitasse di trasformare le guarentigie dei parlamentari in occasione di impunità.
«Riteniamo necessario e sufficiente cancellare le immunità attualmente previste, all'infuori della garanzia dell'insindacabilità per le opinioni e i voti espressi», è stata la replica del M5s.

ABOLIZIONE DEL CNEL. Sul Cnel avanzata invece una contro-proposta: scorporarlo dal pacchetto riforme per abolirlo prima.

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