Corradino Mineo Senatori 140612122113
MAMBO 8 Luglio Lug 2014 1442 08 luglio 2014

Al Pd renziano serve una bella scissione

Il partito è sempre più del segretario. La sinistra radicale ha perso. E si è autodistrutta. I vari Mineo e Chiti dovrebbero sloggiare.

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Corradino Mineo.

Questa nuova fase della politica che va sotto il nome del suo protagonista assoluto, il «renzismo», accelera e rende irreversibile la crisi dei partiti di tipo tradizionale.
Per usare il linguaggio del tempo che fu, questa fase non abroga i partiti ma ne modifica radicalmente la forma, le regole, le possibilità di evoluzione.
PERSONALIZZAZIONE IRREVERSIBILE. Il «renzismo» porta a compimento un fenomeno profondo che viene dalla Prima Repubblica e che vedeva la leadership svolgere un ruolo identitario indiscusso. Negli anni di Berlinguer era lui e non il marchio Pci la cosa più attraente. Oggi la personalizzazione, che ha avuto una scossa nella stagione berlusconiana e a cui la sinistra ha opposto solo leader pallidi, sembra irreversibile.
E il connotato di questa personalizzazione si lega a due dati transitori ma essi stessi travolgenti: l’età del leader e dei suoi collaboratori, l’idea che l’innovazione abbia sede solo nelle loro teste, nei loro sentimenti e nelle loro proposte.
IL FALLIMENTO DELLA SINISTRA RADICALE. Nel caso di Renzi ciò è vero anche perché la sinistra è riuscita nel miracolo di auto-distruggersi come sinistra radicale, la triade Bertinotti-Vendola- Spinelli nel senso di Barbara avrebbe abbattuto un impero figuriamoci una piccola sacca elettorale. L’altra sinistra, quella che viene dalla filiera post-comunista sta quasi dando ragione a chi pensa che i comunisti, e parlo anche di me, sono conservatori e che gratta gratta scopri culture che non sono al passo con i tempi.
La battaglia campale per le preferenze e per il Senato elettivo è al tempo stesso un rigurgito di una parte del passato e l’espressione di una cultura immobile che ha paura di qualsiasi novità e sposa cause da anni abbandonate. Roba da psichiatri.
Questa area che ha tenuto botta durante il fulgore berlusconiano, che per ben due volte lo ha battuto, che ci ha portato nell’euro, che ha diretto il Paese in frangenti difficili, con D’Alema persino alla testa di una guerra europea, ormai da anni non sa cosa dire avendo bruciato i ponti con il passato e non riuscendo a trovare idee nuove.
ACCANIMENTO TERAPEUTICO. I suoi leader più anziani non vogliono mollare, quelli più giovani alzano polveroni pronti a trattare con il vincitore di turno. La sinistra, per come l’abbiamo conosciuta noi anche nella versione chiamata «due sinistre», non esiste più. Non è una bella notizia ma non è neppure il caso di mettere il lutto.
È probabile che il post-renzismo vedrà emergere leader che tireranno a sinistra quel carro che Renzi ha messo al centro. Quello che risulta chiaro, almeno a me, è che la convivenza nello stesso partito fra Renzi e la sinistra conservatrice non è destinata a durare a lungo. Non si regge una unità in cui la minoranza accusa la maggioranza di essere in pratica ispirata da Licio Gelli.
È un’infamia, peggio ancora è una cazzata. Tuttavia rende impossibile stare assieme.
INVITO ALLA SCISSIONE DEI «MIN». Il partito di Renzi sarà sempre più il «suo» partito. Ci sarà un diritto di tribuna ma quel mondo che Chiti, Mineo, Casson, Martina, Mucchetti e Orlando e altri rappresentano sarebbe meglio fuori dal partito renzinizzato.
Provassero a fare una sinistra. Non è detto che provando e riprovando qualcuno non si porti a casa un nuovo leader che alzi le belle bandiere senza cercare in Grecia, in Macedonia, nel Kosovo. Soprattutto tenendosi alla larga dalla signora Spinelli, perché c’è bisogno di persone da cui si possa comprare un’auto usata, cioè che sappiano mantenere la parola.

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