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EQUILIBRI 8 Luglio Lug 2014 1250 08 luglio 2014

M5s, Di Maio oscura Grillo

Il vicepresidente della Camera detta la linea. Con Casaleggio.

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Luigi Di Maio, portavoce del Movimento 5 Stelle alla Camera.

I risultati delle elezioni europee hanno realmente cambiato la geografia politica italiana, consegnando un ampio consenso nelle mani del premier, Matteo Renzi, ma anche spaccando l'unica forza che era riuscita a insidiarlo: il Movimento 5 stelle.
GRILLO IN MINORANZA. La trattativa intavolata solo pochi giorni fa con il Partito democratico sulle riforme ne è la dimostrazione più lampante. Sebbene in alcuni casi ci si appigli alle sfumature, è abbastanza evidente che Beppe Grillo ormai naviga a vista nella gestione del gruppo dei suoi parlamentari-cittadini, dopo un anno in cui questi hanno dovuto farsi le ossa senza l'aiuto del proprio «megafono». E ora si sono presi la scena, ma soprattutto l'onere di dettare la linea.
Come ogni partito politico che si rispetti, però, la nuova nomenklatura non è ben voluta o accettata da tutti.
LA LINEA DI MAIO-CASALEGGIO. D'altronde, se il motto è, e resta, «uno vale uno», almeno la metà dei parlamentari pentastellati non capisce perché dovrebbe obbedire agli ordini di gente come Luigi Di Maio o Danilo Toninelli, che ormai - a detta di buona parte dei loro colleghi - «decidono cosa fare, con chi discutere e su quali basi, senza consultare la maggioranza di deputati e senatori del Movimento e con la 'benedizione' di Gianroberto Casaleggio».
E anche Beppe Grillo sembra non poter resistere al fascino del giovanissimo vicepresidente della Camera, tanto che nel pomeriggio del 7 luglio è stato costretto a cambiare opinione due volte sul mancato appuntamento con il Pd sulle riforme.
DIALOGO SÌ, MA CON RENZI. Il leader del M5s ha specificato di non essere in disaccordo con il gruppo di Montecitorio, che solo pochi minuti prima aveva indetto una conferenza stampa per specificare la prosecuzione del dialogo. Ma, ed è questo il dato politico più significativo, solo ed esclusivamente con Matteo Renzi. E a dare questa nuova direttiva è stato proprio Di Maio.

La nuova leadership M5s: i Di Maio boys, da Di Battista a Taverna e Fico

Il deputato pentastellato Alessandro Di Battista.

Come è cambiato, dunque, l'organigramma del Movimento 5 stelle? Chi dà la linea? Qual è la mappatura del potere?
LA TRUPPA DEI FEDELISSIMI. La leadership, sebbene tutti si affrettino a smentirlo, sembra ormai saldamente nelle mani del vicepresidente della Camera. E al suo fianco si schiera l'ala dei fedelissimi di Grillo, quelli che hanno calcato di più le scene televisive e dunque godono di una popolarità maggiore rispetto ai colleghi.
Tra questi si riconoscono abbastanza chiaramente Alessandro Di Battista, la pasionaria Laura Castelli, Carla Ruocco, Danilo Toninelli, Alessio Villarosa, Manlio Di Stefano gli ex capogruppo al Senato Vincenzo Santangelo e Paola Taverna, il presidente della commissione di vigilanza Rai, Roberto Fico. Anche nei corridoi di Montecitorio spesso si trovano in gruppo per un caffè o una chiacchiera in attesa che inizino l'Aula o le sedute delle commissioni di appartenenza.
IL FRONTE DISSIDENTE RESISTE. In contrasto con il gruppo dominante ci sono poi i dissidenti «storici», come Walter Rizzetto, Tommaso Currò e Paola Pinna, ai quali spesso si aggiungono Massimo De Rosa, Aris Prodani, Giulia Sarti, Tancredi Turco, Vincenzo Caso e Girolamo Pisano.
Quasi quotidianamente marcano una distanza fisica dagli altri deputati, preferendo angoli del Transatlantico o del cortiletto esterno lontani da quelli dei colleghi.

La battaglia territoriale: la rivolta dei meetup e la fronda meridionale

Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo.

Anche se non c'è in atto una vera e propria guerra tra correnti, il Movimento 5 stelle ha al suo interno anche altre lacerazioni, sicuramente meno visibili di quella fedelissimi-dissidenti, ma non meno laceranti. Più che altro si tratta di partite territoriali, dove le funzioni dei meetup stanno andando oltre quelle di raccordo, tanto che nel giugno scorso una cinquantina di attivisti aveva consegnato una lettera proprio a Di Maio, con la quale chiedevano regole più chiare per evitare che accadano scene surreali, come la rissa sfiorata a Firenze poche settimane fa durante una riunione per decidere l'espulsione di alcuni esponenti locali del M5s.
IL VALLO MERIDIONALE. Ma è soprattutto al Sud che la spaccatura è evidente. Quasi tutti i deputati e senatori di origine meridionale hanno propri gruppi di attivisti a cui dettano la linea, e in alcuni casi impartiscono direttamente ordini, in barba al principio della politica partecipata.
Durante l'ultima campagna elettorale, per esempio, alcuni parlamentari viaggiavano separati e spesso partecipavano a manifestazioni che si accavallavano, in modo da «poterci contare», come spiega un deputato a Lettera43.it.
Insomma, più anime del 5 stelle avvertono chiaramente che il «processo di disgregazione» del Movimento è già iniziato, e corre a velocità anche superiori alle più funeste delle previsioni. E la dimostrazione sta negli stracci che volano a microfoni spenti, quando ognuno si prodiga nella ricerca di un errore e di un colpevole.
LE CAUSE DELLA CRISI. Anche se nella maggior parte dei casi le versioni dei parlamentari coincidono: se il M5s è realmente destinato a finire, sarà per il combinato disposto del successo di Renzi e di una «cattiva gestione» (di Grillo e Casaleggio) dello strabiliante successo pentastellato alle politiche di febbraio 2013.
Della serie, anche le stelle piangono.

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