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L'ANALISI 10 Luglio Lug 2014 1023 10 luglio 2014

Accordo sul nucleare? A Iran e Usa conviene

I negoziati con i 5+1 alle battute finali. Ecco perché Teheran e Washington hanno tutto da guadagnare.

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Il presidente dell'Iran Hassan Rohani

Una manciata di giorni e si saprà se uno dei nodi cruciali in cui si stringe il futuro del Medio Oriente avrà trovato modalità e tempi per essere sciolto oppure se il garbuglio in cui si sta accartocciando si avvilupperà in un altro, temibile cappio conflittuale oltre a quelli siriano, iracheno e l’assurda escalation bellica tra Israele e Gaza.
IL NEGOZIATO IRANIANO CON I 5+1. Mi riferisco al negoziato sul programma nucleare iraniano con i P5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia Gran Bretagna più la Germania) e al fatto che il 20 luglio prossimo scadono i sei mesi concordati per chiuderlo, salvo una proroga fino ad altri sei mesi, peraltro da convenirsi unanimemente.
Si ricorderà che nel novembre dello scorso anno, a Vienna, si era raggiunta una Intesa provvisoria su alcune, limitate concessioni reciproche. Questi Paesi si erano dati per l’appunto sei mesi per negoziare un Accordo definitivo riconducibile in estrema sintesi a un punto di equilibrio tra l’imbracatura del programma nucleare iraniano in una sequenza forzatamente civile, da un lato, e la liberazione dell’Iran dalla soffocante cappa delle sanzioni, dall’altro.
UNA VITTORIA PER TUTTI. Equilibrio tale, non v’è bisogno di dirlo, da poter essere esibito come una vittoria da tutte le parti in causa. D'altronde nessun accordo è sostenibile alla lunga se qualcuna delle parti si ritiene, a torto o a ragione, perdente. Tanto più se esso avviene sulla scia di una lunga storia di confronto ideologicamente radicalizzato com’è stato il caso dei suoi due principali protagonisti, Usa e Iran. Si tratta di un momento di straordinaria importanza dal quale il clamore mediatico giustamente proiettato su Iraq, Siria e Gaza, non deve distrarre. Anche se mai come adesso si è ispessito l’usuale velo di riservatezza a protezione della fase più nevralgica del negoziato, quella potenzialmente decisiva.
Qualche indiscrezione sta trapelando, anche se la genericità poco aiuta a capire a quale punto del guado si trovino i delegati delle due parti, mentre continua il confronto mediatico a distanza fra i principali interlocutori, in larga misura destinato alle rispettive opinioni pubbliche, alle forze di opposizione interna e ai partner regionali.
BRACCIO DI FERRO TRA KERRY E ZARIF. Con un Kerry e uno Zarif che si rinfacciano di porre a repentaglio un’opportunità «storica», cioè l’uso di un diverso linguaggio al tavolo della trattativa, e di non cogliere la ragionevolezza delle proposte dei P5+1 in materia di «garanzie pretese» per togliere le sanzioni, a fronte della proclamazione dell’indisponibilità di Teheran a «svendere» la propria sovranità.
Dietro questa cortina di fumo si lavora in realtà a oltranza col convincimento di poter chiudere positivamente la trattativa e nella consapevolezza della gravità dei contraccolpi negativi che potrebbero derivare da un insuccesso: primo fra tutti una perniciosa rincorsa tra arricchimento dell’uranio e appesantimento delle sanzioni. E forse anche la spaccatura dei P5+1. E ciò anche a fronte delle ricadute positive che si possono ipotizzare nel caso di un «lieto fine» in termini politico-economico-strategici. Per Teheran e per Washington, naturalmente. Ma anche per gli altri partner dell’operazione e coloro che, come l’Italia, stanno alacremente lavorando per ricucire antichi e robusti rapporti.
LA POSTA IN GIOCO DI ROHANI. L’iraniano Rohani avrebbe molto da guadagnare. Intanto perché potrebbe dimostrare che la sua politica ha pagato e che dopo lo spuntino rappresentato dai benefici della Intesa preliminare di novembre, è venuto il tempo del piatto forte costituito dalla cancellazione delle sanzioni e la concreta prospettiva di un netto miglioramento delle condizioni di vita dell’intera popolazione iraniana.
Potrebbe inoltre far valere il ritorno dell’Iran alla piena cittadinanza internazionale e a un più ambizioso posizionamento regionale. E valorizzare il fatto di aver ottenuto tutto ciò senza sacrificare la sovranità nazionale né il programma di arricchimento dell’uranio per gli scopi esclusivamente civili da sempre sbandierati.
L'INCOGNITA KHAMENEI. Tutto bene dunque? In principio sì. Ma Rohani deve far passare il tutto sotto le forche caudine del vero detentore del potere in Iran, l’ayatollah Khamenei, la cui valutazione dell’Accordo potrebbe anche essere diversa alla luce delle sue potenziali ricadute destabilizzanti, alla lunga, sul sistema di potere politico-religioso-rivoluzionario su cui si regge oggi il Paese.
Basti pensare alla normalizzazione dei rapporti con gli Usa, il grande nemico della Rivoluzione, e alla diversa politica regionale che si imporrebbe. Auguriamoci che la saggezza prevalga e che prevalga anche sul fronte dei P5+1 inducendoli a sfidare Rohani proprio sul terreno delle sue promesse alla Comunità internazionale e su quello collaterale, ma fondamentale, della politica regionale, a cominciare dall’Iraq, su cui il ministro degli esteri Zarif ha offerto un’importante apertura proprio in questi giorni.
OBAMA CERCA UNA RIVINCITA. Anche Obama ha molto da guadagnare. Già sotto accusa per la sua indecisa linea di politica estera, cui si aggiunge lo spettro del fallimento iracheno, ora ha bisogno di un successo politico internazionale e quest’Accordo glielo può offrire con indubbio dividendo anche sul versante delle elezioni di medio termine, ormai alle porte.
L’avallo dei P5+1 costituirebbe un solido argomento di contrasto della tesi della «trappola iraniana» sulla quale si stanno esercitando i repubblicani e la lobby ebraica all’interno e l’inedita accoppiata Israelo-saudita. Sempre che la Francia, vogliosa di visibilità e protagonismo, non voglia far loro da sponda come nel novembre scorso.
Darei per scontato il sostegno non solo dell’Inghilterra, ma anche di Russia e Cina che, senza esporsi, avrebbero in Obama un difensore più che apprezzabile delle loro istanze anti-proliferazione nucleare.
LA MINACCIA DELL'ISIS. Del resto oggi il mosaico mediorientale ha bisogno di un grande sforzo di concertazione sia per abbassare il livello di conflittualità che sta mettendo a repentaglio il suo assetto attuale sia per governarne uno nuovo che non sia basato solo sulla faglia settaria ed etnico-settaria su cui sembra inesorabilmente scivolare anche in conseguenza della rampante minaccia jihadista dell’Isis siro-iracheno.
Il 20 luglio avremo una risposta utile.

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