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SCENARIO 10 Luglio Lug 2014 0600 10 luglio 2014

Afghanistan, caos dopo le elezioni

Il Paese spaccato per il post Karzai tra Abdullah e Ghani.

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Abdullah, erede politico dell'eroe Massoud ucciso dagli estremisti nel 2001, ci credeva e non vuole arrendersi al ribaltone del ballottaggio. Ghani, fanalino di coda alle Presidenziali del 2009, cinque anni dopo si tiene strette le proiezioni che lo danno in vantaggio con il 56,44% dei voti sul 43,56% del rivale.
Entrambi ex ministri (l'uno degli Esteri l'altro delle Finanze) del dopoguerra afghano, entrambi vittime dei brogli che hanno prolungato l'agonia del governo di Hamid Karzai fino al secondo, e per Costituzione ultimo, mandato, i due candidati un tempo alleati contro l'irregolarità e il malaffare ora sono nemici nella corsa alla presidenza.
AFGHANISTAN SPACCATO. Senza una pacificazione, il Paese lacerato da divisioni etniche e tribali acuite dall'invasione americana rischia di spaccarsi in due entità o di venire indebolito nel potere centrale al punto di cadere preda dei talebani.
Contro l'insurgence, infatti, l'Afghanistan richiede fermezza e unità. Ma Ashraf Ghani, che al primo turno del 5 aprile aveva ottenuto il 31,56% contro il 45% di Abdullah Abdullah, è forte tra i pashtun del Sud e dell'Est e, attraverso la sua squadra, anche tra gli uzbeki del Nord: messi insieme, più del 50% della popolazione.
RASSOUL, AGO DELLA BILANCIA. Abdullah Abdullah invece controlla il Nord tagiko, le comunità azere dell'Afghanistan centrale e, per le origini metà tagike e metà pashtun, in parte anche il Sud.
Amico e consigliere del leone del Panshir Massoud, Abdullah era il grande sconfitto dei brogli del 2009 e il vincitore in pectore dell'ultimo voto. Almeno fino a un mese fa.
Ad aprile, durante lo spoglio elettorale, Ghani crollò di quasi 10 punti dal 40% degli exit poll. Ma evidentemente, al secondo turno ha potuto fare affidamento sull'11,37% del terzo incomodo, il candidato fantoccio di Karzai Zalmai Rassoul. E su parecchie altre preferenze mobili.

Ghani, la rimonta dell'intellettuale cinico

Compravendite di voti e corruzione sono all'ordine del giorno in Afghanistan. E Ghani, protagonista di una rimonta elettorale di tutto rispetto, viene descritto come un uomo abilissimo nello stringere alleanze, anche con personaggi poco raccomandabili.
Molto criticato, per esempio, è stato il suo sodalizio con il generale uzbeko Abdul Rashid Dostum, responsabile dell'eccidio di centinaia di prigionieri talebani a Mazar el Sharif nel 2001, eppure fermamente voluto da Ghani come suo vice per sfilare voti ad Abdullah nelle province settentrionali.
I VOTI DEI MUJAHEDDIN. Nulla toglie che, per consolidare il suo blocco di elettori, per vie traverse il candidato balzato in testa nei risultati preliminari della Commissione elettorale (il 56% dei voti scrutinati) sia riuscito ad accaparrarsi anche il 7% incassato, due mesi prima, dall'estremista islamico Abdul Rasul Sayyaf, famoso per aver fatto entrare Osama bin Laden nel Paese e considerato una mina vagante.
Di certo, il presidente uscente Hamid Karzai non ha mai nascosto le sue simpatie per Ghani, invece che per l'antagonista di vecchia data Abdullah.
KARZAI STA CON GHANI. Da settimane si parla della risalita di Ghani al ballottaggio del 14 giugno e Abdullah denuncia brogli su brogli per estrometterlo. Mentre infuriava la polemica di Abdullah, negli exit poll in drastica contro-tendenza, Karzai si è complimentato più volte per la grande «prova di democrazia» e per i «risultati» delle Presidenziali.
Come nel 2009, quando rifiutò la farsa del secondo turno contro il presidente riconfermato, Abdullah è tornato a puntare il dito contro le manovre di Karzai, controllore dei membri della Commissione elettorale, interessato a prolugare il più possibile il vacuum post voto e, infine, anch'egli facilmente corruttibile. In cambio di contropartite in denaro e salvacondotti per pressioni interne e internazionali.

Proteste di piazza e attacchi talebani: Afghanistan a rischio guerra civile

Ex funzionario della World Bank e consigliere dell'Onu, laureato alla Columbia University ed ex rettore dell'Università di Kabul, Ghani è un intellettuale spregiudicato che esercita appeal sui ceti medio-alti urbani. E per gli Usa è l'alter ego ideale di Karzai.
Nel suo exploit ha giocato un ruolo centrale anche l'affluenza alle urne, raddoppiata dal 2009 dal 31% a oltre il 60%. Ma certo è che il candidato, se confermato dai risultati ufficiali, dopo il passaggio di testimone del 22 luglio sarà un presidente più controllabile dell'indipendente Adbullah, disposto sì a firmare l'accordo per mantenere un presidio degli Usa in cambio di denaro, ma politicamente più nazionalista e autonomo dell'ennesimo «puppet», «pupazzo» come dicono i talebani, di Washington
UN MLN DI VOTI CONTESTATI. Fregato dal ballottaggio, Abdullah ha gridato ai «brogli industriali» e al «golpe», disconoscendo l'esito del voto e autoproclamandosi presidente: a suo dire, il numero certificato di votanti (8 milioni) sarebbe sovrastimato di 1 milione rispetto a quello reale e «oltre 3 milioni di preferenze di entrambi i candidati, pari ai voti di 7.100 seggi» andrebbero ricontate.
La Commissione di controllo ha ammesso l'esistenza di frodi, che «tuttavia coinvolgono entrambe le parti», ventilando la «possibilità di cambiamento in tutti i dati». Se il pur discusso organo elettorale suggellerà la regolarità della vittoria di Ghani, Abdullah ha promesso il passo indietro: «Non vogliamo la guerra civile, né la crisi per le divisioni. Ma stabilità e unità nazionale», ha dichiarato.
2014, BOOM DI VITTIME CIVILI. Gli Usa auspicano un «risultato credibile», minacciando lo stop degli aiuti in caso di violenze o colpi Stato.
Ma il malcontento monta tra la metà degli elettori delusi e i talebani, come sempre, si nutrono del caos: dopo gli oltre 200 morti nel ballottaggio, altre 31 persone sono state uccise nelle ultime 24 ore nell'attacco al governo provinciale e alla polizia di Kandahar. Dal gennaio al giugno 2014, registra l'Onu, il numero delle vittime civili, tra morti e feriti, è aumentato del 24%.

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