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RETROSCENA 10 Luglio Lug 2014 1800 10 luglio 2014

Riforme, Renzi pronto al voto anticipato

L'arma del premier per convincere i ribelli.

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Matteo Renzi.

Slitta l'arrivo in Aula della riforma del Senato. Segno che, nonostante l'ottimismo, la partita non è ancora chiusa. Nella serata del 10 luglio la commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato l'emendamento dei relatori, nella nuova riformulazione, che prevede che i membri vengano eletti dai Consigli regionali su base proporzionale.
La novità però è rappresentata dal fatto che stavolta non c'è alcuna fretta di risolvere i problemi nel giro di poche ore. Al di là del clamore suscitato dall'impasse in commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama, e il relativo spostamento a lunedì 14 dell'approdo in Aula del dl Boschi, questo rallentamento non preoccupa più di tanto la maggioranza.
INSIDIE PREVISTE. Matteo Renzi aveva messo in conto che malpancisti - l'ala di Forza Italia che fatica a rispondere agli ordini di Silvio Berlusconi (Augusto Minzolini, Renato Brunetta & Co) e oppositori (interni ed esterni al Pd) potessero provare a giocargli qualche brutto scherzo, ma il presidente del Consiglio ha imparato in fretta a trattare con la cosiddetta «palude romana» e se non riuscirà a convincere i dissidenti con le buone, può sempre provarci con le 'cattive'.
IPOTESI VOTO ANTICIPATO. Che nel caso specifico porterebbero il Paese a elezioni anticipate già la prossima primavera.
Un deputato di stretto rito renziano conferma a Lettera43.it che la possibilità esiste. Anzi, è molto concreta. «Matteo avrebbe tutto l'interesse a cambiare l'attuale parlamento, ma vuole ancora provare a salvare questa legislatura».
RISCHIO MANOVRA D'AUTUNNO. I tentativi, però, stanno per esaurirsi, così come la pazienza del segretario dem. Ma nella squadra del Nazareno c'è anche chi insinua che Renzi stia usando le polemiche sulla riforma del Senato per «mascherare le sue reali intenzioni», che stando alla fonte, sarebbero comunque quelle di tornare alle urne «con la scusa dell'immobilismo, per distogliere l'attenzione pubblica da una inevitabile manovra correttiva in autunno».
La tesi non trova conferme nel Giglio magico del premier, ma nemmeno secche smentite. Va detto che se realmente il presidente del Consiglio dovesse essere costretto a rimettere mano ai conti, quella di appiccare un incendio su temi diametralmente opposti sarebbe una mossa da politico consumato, oltre che da abile comunicatore.
I DUBBI DI NAPOLITANO. Restano poi i dubbi sull'eventualità che Giorgio Napolitano possa accettare di aprire una crisi e sciogliere le Camere proprio nella fase finale del semestre di presidenza italiana del Consiglio Ue. E se non bastassero le prevedibili perplessità del capo dello Stato, ci sarebbe il sicuro disappunto di uno dei contraenti del Patto del Nazareno, Berlusconi.
L'EX CAV CONTRARIO. L'ex Cav, in virtù della Legge Severino, non potrà presentare la propria candidatura a nessuna consultazione per i prossimi sei anni, se non interverranno fatti eccezionali nel frattempo. Difficile pensare che possa ingoiare un rospo tanto grosso, da colui che considera «l'interlocutore più serio attendibile che abbia mai avuto a sinistra in 20 anni».
Oltretutto, nella partita delle riforme, c'è in ballo anche (soprattutto, per quel che riguarda Berlusconi) quella della giustizia. E stando alle parole di uno dei coordinatori locali di Forza Italia, «sarebbe la prima che Renzi rimetterebbe nel cassetto se noi dovessimo metterci di traverso ai suoi programmi».
E se il premier dovesse rovesciare il tavolo e andare al voto, l'ex Cavaliere «verrebbe definitivamente rottamato da Raffaele Fitto e i suoi fedelissimi democristiani».
Insomma, la partita è ancora tutta da giocare. Ma stavolta chi fa catenaccio rischia seriamente perdere.

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