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SCENARI 11 Luglio Lug 2014 0700 11 luglio 2014

Israele, guerra a Gaza anti-Isis

Cosa c'è dietro la guerra Israele-Hamas.

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In tre giorni i caccia dell'operazione Margine protettivo hanno fatto 98 morti, 670 feriti e più di 100 case distrutte, tutte palestinesi.
Dalla Striscia di Gaza Hamas ha risposto con una pioggia di razzi: per Israele 550, uno ogni 10 minuti, anche contro Tel Aviv e Gerusalemme.
La campagna militare, ha anticipato il premier israeliano Benjamin Netanyahu ai suoi soldati, sarà «lunga, graduale ed estesa», probabilmente neanche limitata ai 360 chilometri quadrati della Striscia: 40 mila riservisti, con i panzer schierati ai confini, sono pronti a un'invasione di terra, mentre in Cisgiordania (West Bank) proseguono i blitz a tappeto contro i «terroristi» di Hamas.
LA MORTE DEI SEMINARISTI. Tira una brutta aria in Palestina, per i contorni poco chiari dell'intervento avviato su larga scala da Israele dopo nottate di accese riunioni del Consiglio di sicurezza.
Tutto è partito dalla scomparsa, il 12 giugno, dei tre studenti rabbinici - Eyal, 19 anni, e Gilad e Naftali, 16 - rinvenuti poi morti nelle campagne di Hebron, in Cisgiordania, dove effettivamente la polizia israeliana li cercava con alcuni indiziati di Hamas, pare su segnalazione dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), guidata dal leader di al Fatah Abu Mazen.
LO STATO DELLA PALESTINA. Alla scoperta è seguita, per rappresaglia, l'uccisione del palestinese 16enne Mohammed, bruciato vivo da estremisti israeliani.
Poi l'escalation di raid e razzi, partita mentre i miliziani dell'Isis (Stato islamico dell'Iraq e del Levante), instaurato un Califfato tra Iraq e Siria, hanno iniziato a penetrare in Libano e Giordania.
Soprattutto mentre la Palestina, con l'accordo tra Hamas e al Fatah al governo e il titolo di 'Stato osservatore' all'Onu, gettava le basi per le elezioni nazionali di un Paese autonomo.
Che sia proprio questo ad aver accesso la scintilla del sequestro?

Allarme Isis in Giordania: Israele vuole blindare a Est la West Bank

Hamas è pronta a «combattere per mesi». E sull'Independent Robert Fisk, storico corrispondente inglese dal Medio Oriente e arabista, ha scritto «quello che Israele non sta dicendo» su Gaza: «Non si tratta dello scellerato omicidio di tre israeliani nella West Bank occupata, né dello scellerato omicidio di un palestinese nella Gerusalemme Est occupata. E neanche dell'arresto dei tanti militanti di Hamas e dei politici della Cisgiordania o dei razzi. Si tratta, ancora una volta, di terra».
L'ASCESA DEL CALIFFATO. Con la Giordania, Stato cuscinetto tra Iraq e Israele infiltrato di cellule dell'Isis, che nelle settimane precedenti alla crisi, ha chiesto aiuto militare a Tel Aviv, «l'ultima ossessione di Israele sarebbe l'invasione dei miliziani jihadisti nel regno hashemita dai confini dell'Iraq e della Siria». Da lì, poi, l'arrivo in Cisgiordania e infine in Israele, tanto più con il costituendo Stato palestinese brulicante di gruppi fondamentalisti, ben più radicali di Hamas, che, estirpati, rinascono sotto sigle sempre nuove.
IL PRESIDIO LUNGO IL GIORDANO. A rivelare le paure di Tel Aviv per l'avanzata dei califfi sulle rive orientali del Giordano è stato il filosofo pacifista israeliano, 90enne ma lucidissimo, Uri Avnery.
«Se le nostre guarnigioni permanenti non li fermeranno prima», avrebbe detto Netanyahu, «arriveranno alle porte di Tel Aviv».
Presupposto per bloccare la minaccia è naturalmente schierare l'esercito israeliano lungo tutto il confine del fiume Giordano, respingendo l'Isis al varco d'accesso. Se questi sono i piani, ha concluso Fisk, «la conseguenza è che il futuro Stato palestinese non avrà più confini propri, ma sarà un'enclave circondata da territorio israeliano».

Hamas rimanda al mittente tutte le accuse di infiltrazioni

Con uno sguardo allargato, il quadro della campagna israeliana appare più definito.
Ma la cornice si fa ancora più chiara, rileggendo le recenti indiscrezioni dei media sulla presenza dell'Isis nella Striscia: per Hamas, che mai come prima vede sfuggire di mano il controllo che ha dal 2007 di Gaza, sono solo «macroscopiche bugie» e «fabbricazioni per distorcere l'immagine» del suo territorio.
BOOM DI NUOVI GRUPPI. Non è però una notizia che, negli ultimi anni, cellule salafite e qaediste rivali, come Islamic Jihad e altre sigle, siano proliferate nella Striscia, a scapito della «troppo moderata» Hamas.
Come ha dimostrato anche la morte di Vittorio Arrigoni, gli islamisti al governo hanno tentato di reprimere questi gruppi, ma non sempre sono stati in grado di controllarne il lancio di razzi verso Israele.
PERDITA DI CONSENSO. Per gli analisti del Gatestone Institute sia le autorità di Tel Aviv sia dell'Anp sarebbero convinte che ormai ad Hamas - in perdita di consenso tra i radicali per la scelta di governare con al Fatah e indebolita dalla corruzione interna - siano sfuggite di mano di «decine di gruppi terroristi, legati all'Isis e ad altri jihadisti».
BANDIERE DEGLI ESTREMISTI. Anche i supporter del Califfato sarebbero responsabili di alcuni razzi sparati verso Israele, solo che il governo della Striscia non può raccontare, come ha scritto il quotidiano egiziano Al Masry al Youm, dei 15 miliziani dell'Isis arrestati mentre entravano a Gaza dal Sinai. Né delle bandiere nere sventolate, come in Giordania, ai funerali di due islamisti della Striscia, uccisi in un raid dell'aviazione israeliana.
DISPERSI I JIHADISTI. Per il Middle east media research institute, «a Gaza ancora non c'è una rete organizzata dell'Isis, ma una base di salafiti radicali suoi sostenitori»: pochi, ma che fanno da grancassa alla propaganda del Califfato, anche attraverso un «account Twitter con migliaia di follower».
Su YouTube, alcuni estremisti di Gaza, a volto coperto, hanno dichiarato «fedeltà» all'Isis e, a giugno, Hamas avrebbe anche fatto disperdere dalle sue forze un raduno in onore delle «vittorie militari in Iraq».
Telecamere e giornalisti sono stati tenuti lontani. Nulla trapela sull'Isis, come in Israele, dove, in molti, anche tra i militari, hanno dissuaso il governo dall'accendere la polveriera dell'effetto domino. Ma in Consiglio di sicurezza, alla fine, potrebbe aver prevalso la guerra preventiva.

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