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SCENARIO 14 Luglio Lug 2014 1013 14 luglio 2014

Nomine Ue, Juncker e le sfide

Dall'elezione alle nomine: la settimana calda di Jean-Claude.

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da Bruxelles

Jean-Claude Juncker.

Cinque mesi fa nessuno avrebbe puntato su di lui, nemmeno i suoi colleghi del partito popolare. E invece alla fine Jean-Claude Juncker non solo è riuscito a diventare il candidato del Ppe per la presidenza della Commissione, ma ha vinto le elezioni europee, è stato designato dal Consiglio come futuro capo dell'esecutivo nel rispetto del Trattato di Lisbona, e ora il 15 luglio si appresta a ottenere la maggioranza assoluta dei voti al parlamento europeo. Che in seduta plenaria dovrebbe ufficializzare la sua nomina come successore di José Manuel Barroso.
PASSAGGIO FORMALE. Un passaggio formale visto che Juncker ha già incontrato tutti i gruppi parlamentari raccogliendo il numero necessario di voti per diventare il capo dell'esecutivo. La Große Koalition (S&D, Ppe e Alde) gli permette, infatti, di raggiungere senza difficoltà la maggioranza assoluta di 376 voti (la metà dei 751 aventi diritto più uno, con assenti e astenuti che valgono come voti contrari).
IL PESO DEI SOCIALISTI. Nonostante i franchi tiratori della coalizione (se tutti votassero Juncker i voti sarebbero 476, ma per ora la stima è di 410-420), l'indecisione dei Verdi, il no dei conservatori Ecr, della sinistra Gue e degli euroscettici Efdd, Juncker ha la vittoria in tasca. E, ironia della sorte, grazie ai socialisti.

Il vertice straordinario del 16 luglio sulle nomine: la vera sfida di Juncker

La sede della commissione Ue.

Eppure in queste ore il S&D cerca di smorzare gli entusiasmi. «La decisione non è ancora stata presa», ha spiegato la portavoce del S&D, Utta Tuttlies. «Siamo nel mezzo della negoziazione, ci sono ancora molti temi che dobbiamo discutere». Del resto, il 14 luglio in un bilaterale con il presidente S&D Gianni Pittella, Juncker è chiamato a confermare gli impegni che illustrerà nel discorso in Aula.
IL PATTO CON IL PPE TIENE. Un tergiversare più mediatico che politico. Basta infatti ascoltare le parole del portavoce del Ppe Pedro Lopez De Pablo per capire che i giochi sono già chiusi: «L'elezione di Juncker è solo la seconda parte di un accordo che abbiamo stretto con i socialisti, la prima parte è stata il nostro voto per la rielezione di Martin Schulz, ora tocca a loro». Come a dire: pacta sunt servanda.
Ma per Juncker non è il voto del parlamento l'appuntamento più importante della settimana. Il vertice straordinario dei 28 capi di Stato e di governo fissato per mercoledì è il primo vero banco di prova per il futuro presidente della Commissione.
THORNING-SCHMIDT PER IL CONSIGLIO. In quell'occasione infatti tutti i Paesi esprimeranno le loro preferenze per il restante pacchetto delle nomine dell'esecutivo Ue: dall'Alto rappresentante per la politica estera, la cui scelta potrebbe essere ufficializzata alla fine del summit, a quella del presidente del Consiglio europeo, che potrebbe invece slittare a dopo l'estate.
Al momento in pole position per quest'ultima poltrona c'è il primo ministro socialdemocratico danese Helle Thorning-Schmidt, che pur non appartenendo a un Paese della zona euro potrebbe avere il sostegno di Londra e aiutare a riavvicinare la Gran Bretagna all'Ue. L'alternativa di centrodestra resta il primo ministro irlandese Enda Kenny; segue il primo ministro olandese Mark Rutte, un liberale di destra; il presidente lituano Dalia Grybauskaite e l'ex premier estone Andrus Ansip.

Mr Euro: per i socialisti corrono Dijsselbloem e Moscovici

Pierre Moscovici.

Centrale sarà inoltre la discussione su chi sarà il prossimo commissario agli Affari economici, una delle poltrone di maggiore prestigio a palazzo Berlaymont.
Un incarico di potere che tutti i Paesi desiderano occupare con un loro candidato e che Juncker ha già promesso a un socialista riducendo così il parterre dei candidati.
IL RIGORISTA OLANDESE. Tra questi per ora c'è Jeroen Dijsselbloem, il ministro delle Finanze olandese, attuale presidente dell'Eurogruppo, noto rigorista. E quindi gradito alla Germania. Ma non a Juncker. In uno show televisivo olandese Dijsselbloem avrebbe definito il lussemburghese un bevitore «incallito». Una dichiarazione che potrebbe ora costargli il posto di Olli Rehn
A spuntarla potrebbe quindi essere Pierre Moscovici, l'ex ministro delle Finanze francese, che non ha mai fatto mistero di essere disponibile per l'incarico. «Sono pronto ad assumere responsabilità europee», ha detto Lettera43.it, sottolineando la «vecchia amicizia» che lo lega a Juncker. Un link fondamentale per occupare il posto. Sempre che riesca a convincere i tedeschi.
I PALETTI TEDESCHI. Una eccessiva flessibilità nell'interpretazione delle regole di bilancio dell'Ue spaventa infatti la Germania, visto che proprio grazie al lavoro di Moscovici la Francia ha ricevuto diverse proroghe del termine per portare il disavanzo sotto il 3% del Pil.

Il nodo delle quote rosa: la corsa alla poltrona di Lady Ashton

Il ministro degli Esteri, Federica Mogherini.

Ma bilanciare l'appartenenza politica e rispettare sia i piccoli sia i grandi Paesi non sono le uniche sfide di Juncker. A cui resta la partita delle quote rosa.
Il lussemburghese ha lanciato un appello ai governi perché propongano candidati donne. Un invito sottoscritto anche dalle nove commissarie dell'esecutivo uscente che hanno chiesto a Juncker di formare una squadra con almeno 10 signore. Un numero che sembra difficile da raggiungere: per ora sono solo quattro le donne tra le indicazioni ufficiose presentate dai governi.
MOGHERINI E LE ALTRE. Rosa è la pole position per l'Alto rapprersentante per la politica estera. Oltre a Federica Mogherini, corrono la bulgara Kristalina Georgieva attuale responsabile per la Cooperazione e gli aiuti umanitari, la cristiano-democratica belga Marianne Thyssen e la svedese Cecilia Malmstrom, attuale «ministero degli Interni» europeo.
Ma il gender balance potrebbe non essere rispettato nella scelta di Mrs Pesc: il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski, conservatore, rimane infatti un candidato forte.
Una possibilità resa più concreta dalle pressioni che un gruppo di Paesi dell'Est Europa sta facendo per impedire che l'incarico sia assegnato all'Italia. Secondo quando riportato il 14 luglio dal Financial Times il motivo è che Roma non avrebbe preso una posizione abbastanza dura nei confronti della Russia.
LA QUESTIONE RUSSA. La campagna contro la nomina del ministro Mogherini viene condotta da Lettonia, Estonia, Lituania e Polonia, forti sostenitori di sanzioni dure contro il Cremlino. Un tentativo di 'sabotaggio' dell'ultim'ora che avrebbe, secondo le fonti diplomatiche riportate dal Ft, il tacito sostegno di altri Paesi che hanno ribadito la linea delle sanzioni dure, dopo che il ministro Mogherini la settimana scorsa ha invitato Putin a un summit a Milano.
Un aiuto per risolvere il rebus delle nomine è la tradizionale assegnazione dei 27 portafogli, uno per ciascun Paese dell'Ue. Tra i più ambiti ci sono la Concorrenza, il Commercio, l'Energia e il Mercato interno.
La Gran Bretagna, per esempio, non ha ancora presentato un candidato per il capo della Politica estera o per il presidente del Consiglio europeo perché secondo alcuni diplomatici aspira più a portafogli economici come il Mercato interno, il Commercio o la Concorrenza. Ruoli che vista l'accesa battaglia fatta da David Cameron contro Juncker, difficilmente andranno Oltremanica.
L'INCOGNITA DELL'EUROGRUPPO. Infine nella partita del pacchetto nomine sarà presa in considerazione anche quella del presidente dell'Eurogruppo. Il mandato di Dijsselbloem scade a metà del 2015 ma l'olandese potrebbe lasciare prima in caso gli venisse offerto un altro ruolo.
A prendere il suo posto potrebbe essere allora il ministro dell'Economia spagnolo Luis de Guindos. Ma anche in questo caso la partita si giocherà ancora una volta sul filo di un equilibrio tra appartenza politica e geografica.

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