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L'INTERVENTO 15 Luglio Lug 2014 1610 15 luglio 2014

Commissione Ue, Juncker e il discorso da presidente

Così ha convinto Strasburgo.

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Jean-Claude Juncker.

da Bruxelles

La Große Koalition in salsa europea funziona. Alla fine il lussemburghese Jean-Claude Juncker ha vinto: con 422 voti (250 contrari) su 729 voti espressi (dei quali 10 schede bianche e 47 nulle) è diventato il nuovo presidente della Commissione europea. Ha preso più voti del suo predecessore: Josè Manuel Barroso era stato eletto con 382 voti nel 2009 (su 736) e 413 nel 2004 (su 732). E ha superato anche Martin Schulz (eletto presidente del parlamento con 409 voti).
IL PRINCIPIO DELLO SPITZENKANDIDATEN. Ma soprattutto per la prima volta nella storia dell'Ue è stato votato nel rispetto del principio dello Spitzenkandidaten (secondo il quale deve diventare capo dell'esecutivo il candidato scelto dal gruppo politico che ha vinto le Europee).
Una vittoria annunciata (guarda il video) e concordata tra Ppe, S&D e Alde, ma a cui ha contribuito anche il discorso del lussemburghese che, dopo una campagna elettorale dai toni fiacchi, è sembrato essere tornato l'animale politico di un tempo.
L'OMAGGIO A DELORS, MITTERAND E KOHL. Il 15 luglio, davanti agli europarlamentari riuniti in plenaria a Strasburgo, Juncker ha parlato a braccio, toccando temi sociali, economici, politici, monetari.
«Dobbiamo rispondere alle domande dei cittadini, alle loro paure, ai loro bisogni. E ai lori sogni, perché in Europa c'è ancora spazio per i sogni», ha esordito il neo presidente dell'esecutivo comunitario, che ha reso omaggio a Jacques Delors «un grande presidente della Commissione», a François Mitterand, «che ha detto che i nazionalismi portano alla guerra». E a Helmut Kohl, «il più grande europeista che ho avuto la fortuna di conoscere». Politici dotati di «pazienza, coraggio, determinazione. Cerchiamo di fare come loro».

Le promesse di Juncker che hanno convinto i socialisti: 300 mld in tre anni

Gianni Pittella, nuovo presidente del S&D.

Per tre quarti d'ora Juncker non si è lasciato interrompere dal brusio degli euroscettici dell'Ukip che gli gridavano «rubbish!» (spazzatura). Anzi. Il presidente ha scherzato più vole con il loro leader Nigel Farage. «Capisco che ci sia il voto segreto perché altrimenti i cittadini saprebbero che alla fine Farage vota per me», ha detto, riuscendo a strappare un sorriso anche al diretto interessato.
LO SCAMBIO CON LE PEN. Oltre all'Efdd, a non volerlo a capo dell'esecutivo erano i conservatori dell'Ecr, i deputati della sinistra unitaria europea Gue, una parte dei Verdi e il Front national di Marine Le Pen. È alla madame di ferro francese che però Juncker ha dedicato un ringraziamento particolare: «Grazie onorevole Le Pen che non voterà per me, non voglio il voto di chi spinge ed esclude» (guarda il video).
Juncker ha convinto invece i socialisti.
«Il nostro sostegno non è solo un omaggio obbligato alla nuova democrazia parlamentare», ha spiegato il presidente dell'S&D Gianni Pittella, «abbiamo chiesto più crescita, un'Europa più sociale. Lei ci ha dato le cifre e ci ha convinto. Per questo la votiamo».
LA CASSA COMUNE EUROPEA. Un sì annunciato e confermato grazie alle 12 pagine consegnate da Juncker al gruppo dei socialisti alle otto del mattino, poco prima del voto in Aula. Un testo che è l'agenda definitiva del lussemburghese per la sua presidenza. Titolo: Un nuovo principio per l’Europa. E alla sua base contiene l'idea di creare una fiscal capacity: una cassa comune per l'Europa.
Per rafforzare la competitività e stimolare gli investimenti «entro febbraio 2015», infatti, Juncker ha promesso di presentare un «ambizioso pacchetto per lavoro, crescita e investimenti», che attraverso la Bei ed il bilancio europeo «mobiliterà fino a 300 miliardi di investimenti pubblici e privati in tre anni».
ATTENZIONE AI GIOVANI. L'obiettivo è ambizioso. «C'è un 29esimo Stato in Europa, che vorrei diventasse uno Stato normale: è quello abitato dai giovani disoccupati», ha spiegato Juncker, che ha proposto di estendere da 25 a 30 anni il limite per usufruire della Garanzia per l'occupazione dei giovani.
Nel suo discorso non è mancato un appello alla flessibilità. «Occorrono proposte per incoraggiare le riforme strutturali, se necessario attraverso incentivi finanziari aggiuntivi». Ma «il Patto di stabilità non lo modificheremo», ha messo in chiaro. Perché «la stabilità è stata promessa con l'introduzione della moneta unica e io non violerò questa promessa».
Tuttavia il vertice di giugno, ha ricordato Juncker, «ha constatato che ci sono margini di flessibilità che devono essere utilizzati: lo abbiamo fatto nel passato e lo faremo ancor di più in futuro».
LA FRONDA DEI FRANCHI TIRATORI. Promesse e compromessi che però non hanno convinto tutti. I franchi tiratori non sono mancati e, sebbene il voto fosse segreto, c'è chi ha preferito rendere pubblico il suo no.
Poco prima del voto anche il nuovo leader del Partito socialista spagnolo (Psoe), Pedro Sanchez, ha annunciato sul suo profilo Twitter che i 14 eurodeputati del suo partito avrebbero votato contro il presidente designato, «perché padre delle politiche di austerità».
Su 67 europarlamentari dell'Alde, poi, sei hanno disertato il patto stretto con i popolari e hanno detto no al lussemburghese. E per quanto gli stessi popolari avessero dichiarato di aver votato compatti, «la delegazione ungherese aveva espresso dubbi», ha ricordato Pittella rispondendo alle accuse di tradimento rivolte ai socialisti.

Verhofstadt: «Finalmente parliamo d'immigrazione legale, argomento finora tabù»

Jean Claude Juncker.

Una sessantina di voti in meno rispetto a quelli calcolati con una coalizione perfettamente allineata, che però non hanno spaventato Juncker. Nel suo discorso ha parlato a destra e a sinistra, passando dal francese al tedesco a seconda delle tematiche. «Quando si tratta di economica e crescita parlo la lingua dei campioni del mondo», ha scherzato, con l'intento di arrivare alle orecchie della cancelliera Angela Merkel. Poi è ripassato al francese per toccare i temi più cari ai socialisti e ai libdem, come l’intenzione di creare «un commissario con la speciale responsabilità per l’Immigrazione» e quella di costituire «dei team di Guardie di Frontiera per interventi rapidi nel quadro del Frontex».
PIÙ SOLIDARIETÀ TRA NORD E SUD. L'ex premier del Lussemburgo ha quindi auspicato a una maggiore solidarietà fra Nord e Sud dell'Unione. «I migranti non sono un problema solo dell'Italia o di Cipro, ma di tutta l'Europa», ha scandito conquistandosi l'applauso più lungo.
Parole che sono suonate come musica alle orecchie del leader dell'Alde Guy Verhofstadt: «Finalmente parliamo d'immigrazione legale, argomento tabù finora», ha commentato il belga, che non ha perso l'occasione per lanciare un appello a Juncker: «Non fare come il tuo predecessore, non telefonare a Berlino, usa il tuo diritto d'iniziativa».
TRASPARENZA PER LE LOBBY. Un diritto che Juncker ha cercato di mostrare già prima del voto chiedendo una maggiore trasparenza: «La Commissione sarà molto più politica e voglio che lo sia. Farò in modo che il registro delle lobby sia reso pubblico e obbligatorio. Vorrei che anche le altre istituzioni ci seguano in questa prospettiva». Un'altra promessa che ha incassato l'applauso dell'Aula.
SACRIFICI MA NON SOLO PER I PIÙ DEBOLI. Ma non è solo crescita e solidarietà ciò che ha promesso Juncker. Servono anche sacrifici: «Abbiamo bisogno di un profondo piano di riforme. La gente ne ha paura, le sente minacciose, ma chi non le vuole affronta rischi più grandi. Abbiamo perso concorrenzialità perché abbiamo segnato il passo». Ma per riconquistarlo, ha continuato Juncker, «non bisogna sacrificare sempre e solo i più deboli».
Un errore fatto in passato, che Juncker ha cercato di giustificare con una metafora. Parlando del suo lavoro come presidente dell'Eurogruppo durante la crisi ha spiegato: «Abbiamo riparato un aereo mentre lo stavamo pilotando e la zona euro è rimasta in piedi. Per più di un anno gli speculatori, molti col sorriso sulle labbra, hanno puntato sul crollo della zona euro, ma non è stato così».
NO A UNA TROIKA BIS. Ma alla fine ha ammesso: «Certo abbiamo fatto degli errori, perché riparare un aereo che brucia mentre lo stai pilotando non è facile, ci si brucia le mani».
Quindi no a una prossima Troika. «Per ora non è prevista, in futuro non ci saranno programmi di adeguamento senza un'analisi approfondita dell'impatto sociale». Ci deve essere sempre, secondo Juncker, «un piano B». «La Troika va ripensata, riorientata, resa più democratica, più politica e parlamentare e lo faremo».
UN PRESIDENTE DEL «DIALOGO SOCIALE». Insomma «l'Europa va resa un luogo attivo per cittadini e investitori. E l'economia deve servire i cittadini, le regole del mercato interno non devono valere più delle regole sociali, il mercato non deve prevalere. Sono un entusiasta dell'economia sociale di mercato. Benessere per tutti deve essere la nostra massima. Con la crisi non ha fallito l'economia sociale di mercato, ma hanno fallito coloro che hanno fatto politica badando solo ai profitti. Vorrei essere un presidente del dialogo sociale».
Per questo ogni individualismo è messo al bando. «Cerchiamo di rinunciare al nazionalismo e di giocare come squadra, bisogna riabilitare il metodo comunitario. La distanza tra livello europeo e cittadini aumenta, l'Europa ha bisogno di spiegarsi e noi abbiamo l'obbligo di spiegare meglio l'Europa».
LE NOMINE CALDE. Per questo un altro obiettivo è rafforzare il legame fra gli europei e Paesi terzi. Ma nessun allargamento «nei prossimi cinque anni».
Serve però un candidato «forte ed esperto» per il posto di Alto rappresentante per la politica estera. Un incarico al centro del dibattito in questi giorni (per il quale è in corsa anche Federica Mogherini) e su cui Juncker ha deciso di non fare commenti, consapevole che la partità delle nomine è ancora tutta da giocare.
Proprio mentre Juncker parlava dal suo entourage sono arrivate, però, alcune indiscrezioni sull'inasprimento delle posizioni dei Paesi Baltici, sempre più determinati a contrastare la nomina della candidata italiana.
Alcuni Stati dell’Est capeggiati da Lettonia, Estonia, Lituania e Polonia puntano invece sulla bulgara Kristalina Georgieva. Ma nell'Aula del parlamento europeo non c'è stato spazio per un altro dibattito. Sarà il neopresidente Juncker a farsene carico a partire dal vertice straordinario del 16 luglio, dove oltre alle nomine si inizierà a verificare anche la veridicità delle sue promesse.

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