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L'ANALISI 16 Luglio Lug 2014 1353 16 luglio 2014

Israele-Palestina, da Netanyahu lo scacco matto ad Hamas

Tel Aviv è riuscita a ribaltare una situazione a lei sfavorevole. Giocando sulle contraddizioni palestinesi e sul cupio dissolvi degli integralisti.

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Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu.

Benjamin Netanyahu è stato abile. Ha sfruttato appieno la debolezza negoziale palestinese, riuscendo a introdurre nella proposta di tregua egiziana clausole decisamente punitive a suo danno.
Poi ha atteso l’ultimo minuto utile prima della sua scadenza e solo dopo aver conosciuto il minaccioso rifiuto di Hamas - o meglio del suo braccio armato - ha annunciato al mondo che la maggioranza dei membri del suo governo l’aveva accettata.
Ma che si sarebbe considerato legittimato a far riprendere l’operazione protective edge qualora fosse continuato il lancio di missili nel territorio israeliano.
NETANYAHU MAESTRO DI GUERRA. Netanyahu ha operato sul sicuro, da maestro di guerra, con le carte a suo favore in ogni caso.
Se infatti Hamas avesse rispettato la proposta di tregua, Tel Aviv si sarebbe detta comunque soddisfatta degli effetti devastanti prodotti alla sua operazione nei giorni precedenti: in termini militari e quindi anche di forza negoziale in vista della trattativa prevista dalla proposta di tregua egiziana.
Effetti devastanti su due fronti: da un lato per le perdite inflitte dagli oltre 1.300 attacchi condotti nei giorni precedenti in termini di vittime, poco meno di 200, in larga parte civili, a cui si devono aggiungere i feriti (oltre mille), gli sfollati (migliaia) e le distruzioni causate, militari e non.
Dall’altro, per la facilità con la quale ha neutralizzato la pioggia di oltre 700 missili avversari. Ben pochi, infatti, sono quelli giunti a destinazione e ancor meno quelli che sono riusciti a fare danni in termini di vittime (una) e di danni civili (pochi) e militari (nessuno).
HAMAS, VERTICE FUORI TEMPO MASSIMO. Se invece Hamas non l’avesse rispettata, Israele avrebbe ripreso il suo martellamento militare, come nei fatti è avvenuto. Ma questa volta potendo rivendicare una legittimazione internazionale riconquistata proprio grazie all’accettazione della tregua.
Poco importa che Netanyahu non abbia atteso la decisione finale del vertice di Hamas, impegnato in una febbrile azione di mediazione al Cairo fuori tempo massimo.
Ma tant’è. Le scadenze sono scadenze, soprattutto quando si ha interesse a sfruttarle e quando le Cancellerie di mezzo mondo, occidentali e arabe, oltre allo stesso leader di al Fatah, si erano schierate a favore della tregua.

Il premier israeliano ha ribaltato una situazione sfavorevole

la stretta di mano tra il Santo Padre e il primo ministro israeliano Netanyahu.

Grazie a questa svolta Netanyahu è riuscito a invertire a suo favore la situazione e a sventare una piega degli eventi suscettibile di rivelarsi alquanto problematica.
Mi riferisco in primo luogo all’annuncio della riconciliazione tra i due spezzoni palestinesi di al Fatah (Cisgiordania) e di Hamas (Gaza).
Il premier israeliano la prese molto sul serio e la stigmatizzò con durezza, quasi a temere di ritrovarsi una Palestina riunificata, magari sotto la ferula minacciosa dello stesso Hamas.
E ciò proprio nel momento in cui era riuscito ad affossare il dialogo per la pace perseguito da John Kerry.
IL VATICANO SPINGE PER LA RICONCILIAZIONE. Le cose per lui si sono poi complicate con il viaggio del papa in Terra Santa: per l’inno alla pace che ne è derivato, certo, ma anche per il faro che la posizione della Santa Sede ha proiettato sul processo di riconciliazione, inviso al governo israeliano.
Poi è avvenuto il passaggio più nevralgico: l’annuncio della formazione del governo unitario palestinese del 3 giugno. Segnale pericoloso perché ha confermato il rischio che si possa creare una larga convergenza internazionale sull’opportunità di sostenerlo, orientandone l’azione in senso costruttivo.
USA PRONTI A COLLABORARE COL GOVERNO PALESTINESE. Anche Washington si è dichiarata pronta a collaborare, incoraggiata dal Vaticano. Mentre è caduta nel vuoto la rabbiosa sollecitazione di Netanyahu a disconoscerlo perchè destinato a «rafforzare il terrorismo» rivolto all'intera Comunità internazionale.
Gli ha fatto anzi eco la preghiera nei giardini del Vaticano, che è sembrata poter ridare nuovo ossigeno alle aspettative di pace. Con una Palestina più forte e più esigente, decisamente temibile per Tel Aviv.
Ma proprio in quel momento è 'venuta in soccorso' la tragica morte dei tre giovani israeliani. Con indiscutibile cinica abilità vi si è innestata una vera e propria caccia all’untore (Hamas!) – una ventata di odio anti arabo dirà qualche commentatore – accompagnata da una serie di brutali operazioni repressive da parte delle forze di sicurezza israeliana.
In quel clima si è consumata l’uccisione del giovane palestinese e l’insensata reazione delle Brigate Al-Qassam. Con il lancio dei primi missili. E la risposta militare di Israele.

Ora Tel Aviv vuole portare a casa il massimo

Ismail Haniyeh, premier palestinese e leader di Hamas, con il presidente dell'Olp Abu Mazen.

Siamo all’assurda ripetitività di un nuovo inferno di guerra. Con la sua scia di morte e di paura.
Ma la minaccia di una riunificata Palestina è sventata: il binomio Fatah–Hamas è crepato.
Alla fine è intervenuta la proposta di tregua egiziana, naturalmente poco amichevole nei riguardi di Hamas.
Come già detto, Israele l'ha furbescamente accettata, Hamas ha invece sparato missili, guadagnandosi così il pollice verso della Comunità internazionale.
RIPARTE LA DISTRUZIONE DI GAZA. Tel Aviv, forte di questa foglia di “legittimazione”, ha ripreso a colpire con la sua strepitosa potenza di fuoco. E come fatto nei giorni scorsi ha anche «ordinato» ai palestinesi di Gaza Nord ed Est di abbandonare le loro case. Per ridurre al minimo gli eufemistici «danni collaterali», pari finora al 73% delle vittime.
Nella nuova condizione creatasi è difficile pensare che Israele sia ora disposta ad accettare di fermarsi, se non con la garanzia di poter incassare il massimo possibile dei dividendi.
V’è solo da sperare che non voglia superare il limite della disperazione, cui la popolazione di Gaza è prossima, e che si materializzerebbe tragicamente in caso di quell’invasione terrestre sollecitata dai falchi alla Liebermann.
TUTTI ATTENDONO LA MOSSA DI HAMAS. Ne trarrebbero infatti immediato vantaggio quanti soffiano sul vento del jihadismo più cieco e oltranzista, con rischi di allargamento del conflitto di cui si vedono già segnali preoccupanti.
L’attenzione e la pressione politica è ora tutta su Hamas, perché non si lasci andare a quella sorta di cupio dissolvi che spesso guida la logica dell’estremismo fanaticamente ideologico.
E ancora si spera che faccia un passo indietro, accettando il pesante costo politico che ciò comporterebbe. Comunque inferiore al costo umano e distruttivo di questa guerra marcata da un rapporto di forza troppo asimmetrico per essere, alla lunga, sostenibile.

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