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INTERVISTA 17 Luglio Lug 2014 0600 17 luglio 2014

Gaza, Akiva Eldar: «Israele liberi i Territori»

Solo in questo modo Tel Aviv riuscirà a uscire dall'isolamento e indebolire Hamas.

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Al decimo giorno di bombardamenti, la guerra iniziata con la morte di tre studenti israeliani non sembra destinata a finire: altri quattro corpicini palestinesi sono stati trovati crivellati di proiettili sulla spiaggia di Gaza e il fuoco continua a scendere sulla Striscia dove 100 mila persone sono finite nel mirino dell'esercito israeliano.
Dopo il no di Hamas a un cessate il fuoco improvviso e inconsistente, Tel Aviv ha richiamato altri 8 mila riservisti, oltre ai 40 mila dei giorni scorsi, e sembra decisa a voler sfruttare a suo favore il rifiuto della tregua da parte delle milizie islamiche.
TUTTI GUADAGNANO DAL CONFLITTO. Akiva Eldar, columnist del magazine al Monitor e già corrispondente da Washington del quotidiano israeliano Haaretz, è convinto che nonostante la conta dei morti lieviti, ci sia un sola possibilità per la salvezza dello Stato ebraico e infinite perché la violenza continui.
Nato a Haifa alla fine della Seconda Guerra mondiale, quando Israele era ancora un progetto di pochi sopravvissuti, Eldar è stato accusato di posizioni filo arabe dopo aver scritto Lords of the land, un'inchiesta sull'occupazione israeliana iniziata con la guerra dei Sei giorni del 1967. E da cronista di lungo corso oggi prova a spiegare a Lettera43.it la logica che sta dietro al conflitto: «Se Israele giocasse a calcio contro la Germania considererebbe uno 0 a 0 o un 1 a 1 una vittoria. Ecco tra Hamas e Israele è la stessa cosa. A Hamas va bene continuare la guerra anche se non vince».

Akiva Eldar durante un collegamento con la televisione panaraba Al Jazeera.

DOMANDA. Perché il conflitto fa comodo in ogni caso?
RISPOSTA. Perché adesso i centri commerciali di Tel Aviv sono vuoti. Molti turisti se ne sono andati. E ogni razzo che arriva dimostra che il Paese non è sicuro, che è a rischio giorno e notte. Da una parte Hamas vuole mostrare i limiti del potere di Israele, dall'altra la sua capacità offensiva.
D. Cosa intende?
R.
Non so come i media italiani stiano coprendo il conflitto. Ma finora Israele ha avuto una sola vittima. E non è una buona pubblicità per la sua immagine nel mondo.
D. Un po' cinico come ragionamento...
R. Hamas non ha niente da perdere. E l'opinione pubblica internazionale si rende conto che i bambini palestinesi sono vittime di una lotta per la libertà.
D. Israele però li accusa di usare le persone come scudi umani...
R.
Hamas non è propriamente un'organizzazione umanitaria. Sapete cosa hanno fatto a quelli di al Fatah quando hanno occupato la Striscia? Li lanciavano giù dalle finestre. Così è il movimento islamico. È una guerra assimmetrica anche da questo punto di vista: c'è una diversa concezione della vita umana.
D. Una concezione diversa che negli israeliani si traduce in una telefonata per avvertire dei bombardamenti?
R.
A Gaza non c'è modo di attaccare se non colpendo i civili. Le basi di Hamas sono nascoste dietro a scuole e ospedali.
D. E questo vuol dire che Hamas usa scudi umani?
R.
Sì, ma Israele dovrebbe prendere in considerazione questo fatto e comportarsi diversamente se vuole dimostrare di avere valori diversi.
D. Sta dicendo che i vertici di Tel Aviv sono ipocriti?
R. La vera ipocrisia di Israele è far finta che l'occupazione non esista. Io lo chiamo «l'elefante nella stanza», la verità che viene ignorata o minimizzata. Ma finché ci sarà l'occupazione ci sarà anche la violenza.
D. Quindi cosa consiglierebbe a Netanyahu?
R. La cosa naturale sarebbe stata stringere un'alleanza con Abu Mazen contro il nemico comune dell'integralismo. E mostrare che un'alternativa al conflitto è possibile.
D. E invece la politica israeliana è diventata sempre più oltranzista.
R. Quando uno è piccolo e non sa esprimersi è costretto a gridare. Ma questo non può funzionare per uno Stato: Israele urla ogni volta. E sarebbe ironico se poi fosse Hamas a guadagnarci.
D. Cosa può guadagnare?
R.
La riapertura del valico di Rafah da parte dell'Egitto, la fine del blocco di Gaza, la partecipazione al nuovo governo palestinese. O sedersi a un tavolo con Israele, Usa e Europa. Hanno moltissimi obiettivi da raggiungere, ma la sola cosa di cui hanno veramente bisogno è la legittimazione.
D. E Israele li sta legittimando?
R. C'è un gioco a somma zero tra loro e al Fatah. Se Hamas guadagna un punto, gli altri lo perdono.
D. Anche dopo la riconciliazione?
R
. Si sono già scontrati perché Hamas chiede soldi.
D. Gli Stati Uniti possono ancora giocare un ruolo?
R
. Gli Usa dovrebbero appoggiare Abu Mazen. E forzare Netanyahu a formare un nuovo esecutivo. Perché l'attuale governo israeliano è quello che Hamas vuole.
D. E perché invece nessuno sta spingendo in questa direzione?
R. Perché gli Stati Uniti sono deboli, l'Europa è debole, la comunità internazionale è debole. E di questa debolezza pagano il prezzo palestinesi e israeliani.
D. Quindi non esistono soluzioni?
R
. O si muove qualcosa dall'interno o non ci sarà la pace: la pressione dall'esterno non verrà. Dovrebbe nascere una grossa coalizione con il Labour, il partito di Yair Lapid, il movimento HaTnuah di Tzipi Livni.
D. Un'ipotesi molto difficile da concretizzare. In cosa pensa sia più realistico sperare ora?
R. Un cessate il fuoco e poi un nuovo countdown in attesa della prossima ondata di violenza. E allora nessuno dirà come salvarci da noi stessi.

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