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IL PERSONAGGIO 18 Luglio Lug 2014 1929 18 luglio 2014

Franco Coppi, l'avvocato che ha salvato Berlusconi

Chi è il difensore del Cavaliere. Che ha ribaltato la sentenza del processo Ruby.

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Franco Coppi, avvocato difensore di Silvio Berlusconi.

Il commento a caldo, subito dopo il ribaltamento della sentenza che in primo grado aveva condannato Silvio Berlusconi a sette anni e interdizione a vita per il Rubygate, è stato che l'assoluzione totale va «oltre le più rosee previsioni». Parole prudenti quelle di Franco Coppi, e anche modeste: in fondo è lui il vero trionfatore della giornata. Il principe del foro romano, dai natali libici - è nato a Tripoli, nel 1938 - è l’artefice del cambio di scena che ha “salvato” il Cav.
Arrivato alla guida della difesa nel maggio 2013, non ha fatto in tempo a intervenire sulla sentenza di primo grado, emessa un mese dopo. Ma è riuscito a portare l’ex premier dalla condanna all’assoluzione grazie a un radicale cambio della strategia difensiva che ha praticamente ribaltato quella portata avanti da Niccolò Ghedini e Piero Longo. Troppo politico, troppo sulle barricate il primo pool difensivo, che ha premuto il pedale sullo scontro con la magistratura.
IL DIKTAT DI COPPI: NIENTE SPARATE. Da quando Coppi ha assunto la guida della difesa, insieme con l’avvocato Filippo Dinacci, le cose sono radicalmente cambiate. Il professore ha chiesto a Berlusconi e ai suoi di abbassare i toni, di non accusare la magistratura, di evitare frasi eccessive, di tenere, insomma, un profilo basso. Niente sparate come «i giudici politicizzati sono la metastasi della democrazia» o «contro di me un colpo di Stato»: certo, qualche volta Silvio ha disobbedito, ma comunque il cambio di toni è stato evidente. Ed è facile intuire che ci sia lo zampino di Coppi anche dietro la dichiarazione che il Cav ha rilasciato dopo la sentenza di Appello quando ha detto di voler rivolgere «un pensiero di rispetto alla magistratura, che ha dato oggi una conferma di quello che ho sempre asserito: ovvero che la grande maggioranza dei magistrati italiani fa il proprio lavoro silenziosamente, con equilibrio e rigore ammirevoli».
GHEDINI ESCE SCONFITTO. I risultati, insomma, parlano chiaro: sconfitto Ghedini, vincitore Coppi. Che con savoir faire ha sottolineato che «ognuno di noi ha diversi stili, ma i motivi di impugnazione sono stati fatti da Longo e Ghedini».
Di certo lo stile Coppi paga, a differenza di quello dei suoi predecessori, fatto di toni alti, tentativi di delegittimazione dell’accusa, tensione e continui tentativi di rallentare l’iter del processo con richieste di rinvii e passerelle interminabili di testimoni più o meno presentabili. Una strategia che aveva portato alla condanna di primo grado ma pure al Ruby Ter, in cui Berlusconi, Ghedini e Longo sono indagati insieme ad altre 43 persone per reati che vanno dalla corruzione in atti giudiziari al concorso, fino alla falsa testimonianza per una ventina di ragazze.

Da Pollari a Totti: la lunga lista dei suoi clienti

Nicolò Ghedini all'udienza del processo Mediaset.

Il primo obiettivo di Coppi è stato spegnere il clamore intorno a una vicenda già di per sé imbarazzante, riportare il processo dalle tivù all’aula. E ci è riuscito. Oltre le aspettative, appunto. Merito di una lunga esperienza, del carattere mite e riflessivo, e di una certa distanza dallo scenario politico. Settantaquattro anni, natali libici ma da sempre a Roma, Coppi ha il suo studio nel cuore dei Parioli, da cui sono usciti nomi come quello di Giulia Buongiorno. Ex docente di diritto penale alla Sapienza, è considerato uno dei pochi principi del foro in grado di consigliare il suo cliente e non limitarsi alla difesa in aula su carte e atti. Ne ha beneficiato Berlusconi, meno Don Piero Gelmini, indagato a Terni per presunti abusi sessuali nel 2007: Coppi l’abbandonò, sostenendo che le troppe esternazioni gli impedivano di svolgere bene il suo lavoro.
Del resto nel suo curriculum ha una lunga lista di clienti tanto noti quanto difficili. «Se uno bussa alla mia porta e ha bisogno di aiuto, nel rispetto delle regole, io credo di poter difendere chiunque», ha detto una volta. E infatti i nomi di cui si è occupato sono assolutamente eterogenei.
FU DIFENSORE DI ANDREOTTI. È stato difensore di Giulio Andreotti, due volte processato per mafia a Palermo e come mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli a Perugia. Ma anche dell’ex ministro Luigi Gui, uscito sano e salvo dal caso Lockheed. Nello scandalo Antonveneta prese le parti di Antonio Fazio, ha tenuto la difesa di Vito Miceli, accusato del golpe Borghese, quella di Renato Brusco, il fidanzato di Simonetta Cesaroni, per i fatti di via Poma, e quella di Nicolò Pollari per il caso Abu Omar. Si è occupato della segretaria di Berlusconi, Marinella Brambilla, che era stata accusata di falsa testimonianza. Così come di due degli indagati per i presunti abusi su 19 bambini della scuola Olga Rovere di Rignano Flaminio, processo che lo ha visto opposto a Carlo Taormina, di Gianni Di Gennaro per i fatti della scuola Diaz, dei dirigenti della Thyssenkrupp per il rogo nello stabilimento di Torino, di Sabrina Misseri per l’omicidio di Sarah Scazzi. E pure di Bruno Conti e Francesco Totti accusati di diffamazione, di Vittorio Emanuele di Savoia, indagato dal pm John Henry Woodcock, e di Piero Angela, che era stato denunciato per diffamazione dal presidente dell’associazione dei medici omeopatici.
LA PENNA ROSSA, IL SUO AMULETO. Grandi e piccoli protagonisti della scena politica, persone “comuni” finite alla ribalta della cronaca mediatica, calciatori e personaggi televisivi. Tutti difesi da Coppi con il solito stile sobrio e composto, con la preparazione spasmodica e l’attento studio delle carte che raccontano i suoi collaboratori. E con un’unica concessione, la scaramanzia. Coppi scrive soltanto con una penna Ferrari rossa, che considera il suo amuleto, ha un cornetto rosso di corallo in tasca e alle cause particolarmente difficili si fa accompagnare in tribunale dalla figlia.

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