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L'ANALISI 21 Luglio Lug 2014 1606 21 luglio 2014

Gaza, Obama e la responsabilità degli Usa

La partita persa del presidente americano.

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Il presidente americano Barack Obama.

Le parole pronunciate da Barack Obama al telefono con Benjamin Netanyahu sono le stesse di sempre: «Difendiamo il diritto di Israele all'autodifesa» e poi «gli Usa chiedono l'immediato cessate il fuoco come nel 2012». Il mondo, però, in questi due anni è cambiato. E molto.
IL FALLIMENTO DEL PROCESSO DI PACE. E non solo perché mentre scattava l'invasione di Gaza, un aereo dalla Malaysia Airlines precipitava nei cieli ucraini abbattuto da un missile, portandosi via 298 vite e facendo riesplodere la tensione con la Russia di Vladimir Putin.
Il cambiamento sta tutto nei nove mesi trascorsi dal 29 luglio 2013 al 29 aprile 2014, nei quali secondo i piani americani il processo di pace tra Israele e Autorità palestinese avrebbe dovuto progredire e invece è stato inabissato per la mancanza di coraggio con cui sono stati gestiti i rapporti di forza che intercorrono tra Washington, Tel Aviv, Gaza e Ramallah.

Kerry e il fallimento del negoziato 2013

Abu Mazen, presidente dell'Autorità nazionale palestinese.

Il presidente Usa è stato accusato di non fare nulla sullo scenario siriano e di aver appoggiato e poi scaricato i Fratelli musulmani in Egitto. Eppure su un dossier Obama sembrava puntare tutto e avere le idee chiare: il conflitto israelo palestinese, per molti l'ombelico delle tensioni globali.
LA CHANCE DI OBAMA. Rieletto nel 2012 e con un nuovo segretario di Stato, John Kerry, noto per essere sinceramente interessato alla buona riuscita delle trattative, sembrava intenzionato a fare un passo avanti partendo da due punti fermi: due Stati per due popoli e il rispetto dei confini del 1967. Eppure ha fallito platealmente.
Per capire come sia successo, Ben Birnbaum e Amir Tibon hanno intervistato circa 100 persone coinvolte nei negoziati e il 20 luglio hanno regalato a New Republic un affresco delle trattative che ha del sorprendente.
LE RICHIESTE DI ABU MAZEN E NETANYAHU. Nell'estate del 2013 Abu Mazen aveva accettato la mediazione di Kerry promettendo di congelare l'accesso dell'Anp alle Nazioni Unite in cambio del blocco delle colonie israeliane e del rilascio di 104 prigionieri palestinesi. Netanyahu, secondo il racconto dei due cronisti, aveva tentennato sul numero di prigionieri da rilasciare, aggiungendo che non si sarebbe potuto permettere il blocco degli insediamenti con un governo appoggiato dai partiti di estrema destra e un colono -Uri Ariel - come ministro degli Alloggi.
Eppure nonostante i dubbi, secondo Kerry il pacchetto era stato accettato.
ISRAELE CHIEDE 2MILA INSEDIAMENTI. Niente, come ha denunciato Abu Mazen più tardi, era stato messo all'inizio per iscritto. E quando le trattative sono entrate in una seconda fase e affidate al ministro della Giustizia israeliano Tzipi Livni, al capo negoziatore palestinese Saeb Erekat e al mediatore Usa, Martin Indyk, la distanza tra le parti è emersa in maniera drammatica: Israele chiedeva in cambio del rilascio dei prigionieri il via libera ad altri 2 mila insediamenti.
Dal punto di vista degli israeliani, infatti, l'Olp non dava nulla di concreto in cambio a Israele.
LA RICONCILIAZIONE CON HAMAS. A novembre 2013, lo strappo: secondo i resoconti, il negoziatore palestinese Erekat ha sbattuto sul tavolo delle trattative una valigetta contenente un piano B: l'Autorità palestinese avrebbe aderito alle agenzie dell'Onu e puntato alla riconciliazione con Hamas, puntualmente avvenuta il 23 aprile 2014. A quel punto il mediatore americano si è dimesso: per gli Usa è stata la fine del processo di pace.

Gli analisti: «In Medio Oriente si doveva cambiare la linea»

Soldati israeliani di fronte a un poster di Abu Mazen, presidente dell'Anp.

Le cose sarebbero potute andare diversamente? Forse. In questi anni Obama è stato accusato di riluttanza ad agire e di aver intrapreso clamorose retromarce. «Se non fai niente, non puoi nemmeno sbagliare», ha scherzato su Twitter Mike Doran, analista del Medio Oriente del Brookings Institute.
LA BOCCIATURA DEI FALCHI USA. Altri sono stati assai meno comprensivi. Secondo Eliott Abrams, falco dell'amministrazione Reagan, protagonista dello scandalo Iran Contras e consigliere di Bush, Obama ha fatto saltare tutte le linee di politica estera americana. «Nessuno può dire oggi se il potere americano sia temuto o deriso. Nessuno nel Medio Oriente sa più quali sono le regole americane e se gli americani applicano delle regole o no», ha scritto polemicamente su Politico.com.
GLI SCIVOLONI IN SIRIA ED EGITTO. Eppure se sulla Siria Obama ha minacciato di agire per poi non farlo e se in Egitto ha scommesso sui Fratelli musulmani per poi appoggiare il golpe contro di loro, sul fronte israelo palestinese, l'errore sembra essere stato proprio l'opposto: perseverare nella linea mantenuta finora sperando che, mentre il Medio Oriente cambiava e soprattutto si modificavano gli equilibri interni a Ramallah e Tel Aviv, il processo di pace si sarebbe mosso sui binari di sempre.
«Bisognava cambiare qualcosa tra i fondamentiali: i leader, l'approccio americano, i termini di riferimento, le pressioni esterne», hanno concordato gli intervistati di New Republic. E l'occasione c'era.
Netanyahu, primo ministro dal 2008, non ha cambiato strategia, d'accordo con i partiti di destra radicale e con i coloni.
LA VITTORIA DI ABBAS. Mentre Abu Mazen (Mahmoud Abbas), presidente dell'Autorità palestinese dal 2005, ha accelerato nella riconciliazione con Hamas. A prima vista una complicazione. Ma che invece poteva essere l'ultima chance per gli Stati Uniti. Nel gioco a somma zero tra le due fazioni palestinesi, la mossa del leader dell'Anp è stata infatti una sua vittoria politica, non degli integralisti.
Hamas è arrivata all'intesa nel momento in cui la Fratellanza musulmana aveva perso la leadership in Egitto, era ed è divisa tra leadership militare e politica, è a corto di finanziamenti, mentre al Fatah ha mantenuto nel nuovo governo le posizioni chiave.
DIPLOMAZIA MIOPE. «Gli Stati Uniti e l'Europa avrebbero dovuto premere sull'Egitto per allentare le restrizioni alle frontiere, dimostrando agli abitanti di Gaza che il potere di Hamas porta dritto nella via dell'isolamento e della povertà», ha scritto sul New York Times Nathan Thrall, direttore di ricerca sul Medio Oriente dell'International crisis group. E invece secondo l'analista la diplomazia, sbagliando, ha isolato Abu Mazen e aperto direttamente le porte al conflitto.
Poteva essere l'ultima vittoria di tre leader pronti a passare la mano: Obama prossimo a lasciare, Abu Mazen ormai troppo vecchio e il presidente israeliano Shimon Peres, vero interlocutore per la pace, che ha già annunciato l'intenzione di ritirarsi. Ma non è andata così. «Se non riusciamo in un anno e mezzo due è finita», aveva predetto Kerry all'inizio della storia. E oggi a Gaza sembra davvero finita.

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