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BASSA MAREA 21 Luglio Lug 2014 1801 21 luglio 2014

Silurare Renzi significa azzoppare il Paese

Il premier ha avviato una serie di riforme che possono risollevare la credibilità dell'Italia. Farlo fuori vorrebbe dire sprecare un'occasione enorme.

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Matteo Renzi.

Può darsi che Matteo Renzi compia più errori che altro, ma prima di silurarlo i suoi nemici farebbero bene a pensare a che cosa può venire dopo. L’enorme debito pubblico italiano non concede errori. Dopo Renzi il Paese avrebbe bisogno di uno che, come Renzi, assicura di voler cambiare molto. Non si tocca il Senato? E allora si tocca la spesa regionale. Non si tocca questa? E allora si accorpano i Comuni. Non si può? E allora si dimezzano i costi delle istituzioni. Non si può? E allora si portano i libri in tribunale. Se non si riesce a fare nulla, il Paese è fallito. Finito Renzi, ce ne vuole un altro.
Gli avversari del premier si trovano come noto fuori ma soprattutto dentro il suo partito diventato da 20 anni il primo (non unico) garante dell’immobilismo. Sperano che la scelta dei commissari europei gli faccia fare alla fine una totale brutta figura e che la vicenda della riforma del Senato si riveli un boomerang, con una sconfitta per opera dei franchi tiratori o una “riformetta” che non cambia molto.
CHI SE NON RENZI? Sul fronte europeo tutto è possibile, su quello del Senato la probabilità di sorprese è a questo punto più bassa. Ma chi legittimamente in genere vorrebbe veder passare il cadavere politico di Renzi, sul Tevere o sull’Arno, e non sono pochi nel suo partito, farebbe bene prima a riflettere su un paio di punti.
Per prima cosa rispondere a un quesito: Renzi sarà anzi è pieno di difetti, d’accordo, ma può l’Italia cavarsela senza uno che, come ha fatto lui, prometta (e poi realizzi, naturalmente) cambiamenti radicali nel modo in cui il Paese è amministrato?
SEGUIAMO IL MODELLO TEDESCO. La riforma del Senato, da rendere il più possibile simile al Bundesrat tedesco, rinunciando così all’obsoleto e ormai solo nostrano bicameralismo perfetto, è il simbolo – vale più come simbolo che come riforma in sé - della volontà di mettere mano agli assetti istituzionali ormai superflui, o peggio, e di voler rivedere l’amministrazione, opera immane dove le storture amministrative non sono mai casuali. L’Italia è molto più un Paese di volponi che di pasticcioni, forse di pasticcioni per eccesso di astuzia, e il voler correggere ambiguità e storture si scontra sempre con precisi interessi, che non sono solo quelli della corporazione burocratica. È normale che i senatori in carica non si considerino superflui. Ma è il Paese a decidere se lo sono o meno.

Fare riforme istituzionali significa recuperare credibilità

Il Senato della Repubblica.

Fare o non fare riforme significative nelle istituzioni e nell’amministrazione vuol dire recuperare credibilità. Senza questo recupero l’Italia resta sempre sotto la spada di Damocle dei mercati, che possono in ogni momento, a ogni passaggio più difficile del previsto, a ogni rarefazione della liquidità nel sistema globale, a ogni aumento dei tassi, decidere che il suo debito pubblico, arrivato ormai a 2.166 miliardi di euro e avviato a restare comunque per qualche tempo sopra il 132-133% del Pil, è ingovernabile. Per quanto l’Italia abbia elementi di solidità, a partire dalla ricchezza delle famiglie, un debito del genere, il terzo più alto al mondo sul Pil, crea problemi di credibilità finanziaria, come abbiamo ampiamente sperimentato nel 2011 e 2012.
Ora, nella lettura corrente a livello internazionale della realtà italiana il nocciolo della questione non sta nella ricchezza del Paese, nella sua voglia di fare e nel suo saper fare. Il nocciolo sta nel modo in cui è amministrato.
OCCORRE MANDARE UN SEGNALE. Istituzioni ridondanti ma costose, amministrazione poco chiara e quindi incertezza del diritto, lentezza della giustizia che cronicizza questa incertezza. Occorre lanciare segnali precisi. Non si può restare ancora nel bicameralismo perfetto (e costoso) e continuare per molto ad avere i giudici costituzionali di gran lunga meglio pagati del mondo. Non sono queste, in sé e come singole cifre, le cause dei mali, non è l’eccesso di costi della Corte Costituzionale a metterci in difficoltà. Ma sono un chiarissimo simbolo del dissesto generale.
Il costo reale del denaro, depurato della pur bassa inflazione, è già sottozero e da questo il finanziamento del debito pubblico trae, a spese dei risparmiatori segnatamente come sempre accade in situazioni analoghe, grandi benefici.
UN'OCCASIONE DA NON PERDERE. Ma per quanto finanziare il debito costerà così “poco”? Storicamente il costo reale del denaro è sempre stato sopra o attorno al 2% ed è presumibile che non troppo tardi si torni a questi livelli. Il costo degli interessi sul debito pubblico si sta avviando a tornare nel 2015, secondo le proiezioni della Ragioneria dello Stato, a quota 100 miliardi come nel disastroso 1992 quando l’Italia sfiorò la bancarotta (governo e “prelievo” Amato su tutti i conti correnti). Solo che adesso il costo del denaro è al minimo storico assoluto, corretto nel rendimento del Btp cioè il titolo più lungo, dallo spread, ma nessuno sa quanto si può andare avanti. Non certo per sempre.
Siamo quindi in una situazione particolarmente favorevole sui costi del debito. Se non si recupera credibilità adesso facendo meglio funzionare la macchina statale, causa prima a giudizio diffuso delle inefficienze italiane, quando? Se non lo fa Renzi, chi? Abbattere Renzi, e avere questo come ultima e unica strategia, equivale a un suicidio politico. Gli italiani difficilmente potrebbero perdonarlo, perché si gioca con la loro pelle.

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