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INTERVISTA 23 Luglio Lug 2014 0824 23 luglio 2014

Europa, Soru: «Investiamo nella conoscenza»

L'eurodeputato Pd incalza Padoan.

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da Bruxelles

Renato Soru, il padre fondatore della società internet Tiscali, se li è scritti a penna su un foglio di carta. I tre pilastri per costruire la crescita indicati dal ministro Pier Carlo Padoan durante la presentazione del programma del semestre italiano alla commissione Problemi economici e monetari del parlamento europeo (Econ) sono: integrazione dei mercati, riforme strutturali e investimenti per la crescita.
«Ma a questo elenco», fa notare l'europarlamentare sardo più votato alle Europee nelle due isole maggiori, «manca un'anima, manca quel sogno che avevamo di ribaltare le cose».
LA RICETTA DI SORU PER LA CRESCITA. Un sogno che Soru spera ancora il Pd possa realizzare. E su quel foglio, che tiene tra le mani mentre chiacchiera con Lettera43.it dopo l'incontro con Padoan, aggiunge - a penna - qual è il suo vero primo pilastro per la crescita. Sono gli «investimenti per la società della conoscenza». Quelli «per l'istruzione», spiega l'ex governatore della Sardegna, che nel 2006 proprio attraverso l'uso dei fondi europei riuscì a far arrivare sull'Isola oltre 50 milioni di euro per il progetto formativo Master and back.
Un modo diverso di gestire le risorse, che ancora oggi Soru, nelle vesti di eurodeputato della Commissione Econ, vuole mettere al centro del dibattito europeo. «Perché la riforma strutturale più importante da fare è quella sull'educazione».
PADOAN E I VINCOLI DI BILANCIO. Il 22 luglio Soru l'ha chiesta a gran voce al ministro dell'Economia senza però ottenere una risposta soddisfacente. «Ha detto: 'Sì vero, è molto giusto, però ci sono vincoli di bilancio e la politica deve scegliere'», racconta Soru. Che però fa notare che «forse per una riforma strutturale di questo genere i vincoli di bilancio possono essere messi da parte».

Renato Soru.

DOMANDA. Padoan non sembra essere d'accordo visto che ha ribadito che «le regole ci sono e vanno rispettate».
RISPOSTA.
Ed è questo che non mi è piaciuto, perché le regole vanno rispettate, ma qui siamo in un parlamento dove le regole invece si decidono ed eventualmente si cambiano. Ma soprattutto prima delle regole si devono rispettare i cittadini.
D. Si spieghi meglio.
R.
Noi abbiamo vinto le elezioni dicendo che il rigore e la stabilità stanno impoverendo i Paesi e le persone. Abbiamo fatto una campagna elettorale sostenendo che il rigore va superato, che bisogna rimettere al centro non i parametri finanziari ma quelli sociali, quindi innanzitutto il livello di occupazione, perché la dove c'è disoccupazione finisce per esserci povertà ed esclusione sociale. Questo è quello che abbiamo raccontato, questo è quello che si aspettano i cittadini.
D. Gli eurocrati si aspettano invece che venga rispettata la soglia del 3%?
R.
Non sono venuto qui a Bruxelles perché ho vinto un concorso, ma perché devo rappresentare i cittadini. Voglio portare le loro istanze.
D. Quali?
R.
Sappiamo tutti che cosa vuol dire avere il 50% di disoccupazione giovanile. Questo è il tema centrale, tutto il resto viene dopo. E se c'è bisogno di cambiare il 3% lo cambiamo, perché non è sostenibile né dal punto di vista di stabilità finanziaria né fiscale.
D. La Germania non è d'accordo.
R.
Oggi vediamo che anche la Germania ha mostrato segni di rallentamento della crescita, ci sono difficoltà inaspettate anche per loro. In una lecture fatta a Berlino il commissario europeo per il Lavoro Làzlò Andor ha ricordato una risoluzione del Consiglio d'Europa in cui si dice che la stabilità è importante, ma ancora di più lo sono i dati sull'occupazione.
D. Quindi che cosa propone?
R.
Di includere gli indicatori sociali come è stato suggerito anche dalla risoluzione del Consiglio d'Europa. Qui tutti dicono che lo faranno, ma intanto questi parametri non sono stati inclusi nel pacchetto di provvedimenti Six pack (le modifiche al Patto di stabilità, ndr) approvato dal parlamento.
D. Sono solo promesse?
R.
Per evitarlo ho chiesto alla presidenza italiana se ha intenzione di cambiare realmente le regole in modo da includere questi parametri del lavoro.
D. A Padoan lei ha chiesto anche di includere i parametri sull'educazione. Non le pare un po' troppo?
R.
No, l'Europa in passato ha creduto di poter costruire la società della conoscenza più competitiva ed evoluta del mondo. È un sogno messo da parte? Se, come ha sottolineato anche Mario Draghi, siamo consapevoli che un basso livello di conoscenza va di pari passo con un livello di disoccupazione più alto, allora perché tagliare gli investimenti nel diritto allo studio, nella scuola, nella formazione?
D. Miopia?
R.
No, è masochismo, harakiri. Agire così vuol dire cancellare la prospettiva di un futuro, penalizzando le persone più deboli e innocenti.
D. La famosa generazione mille euro?
R.
Sì, giovani che non hanno chiesto di venire al mondo, che non sono colpevoli degli errori commessi da chi li ha preceduti. Errori che comunque dovranno pagare. Se non diamo loro nemmeno gli strumenti per rafforzarsi e usare al meglio le loro capacità, come faranno?
D. Continueranno a essere flessibili, sino a spezzarsi.
R.
Ecco, per evitare questo l'Europa dovrebbe battersi a testa alta e dire: ok abbiamo un obiettivo di stabilità che vogliamo perseguire, non ci sarà sostenibilità fiscale senza crescita. Ma, soprattutto, non ci sarà futuro se non ci saranno dei giovani su cui abbiamo investito al massimo. Giovani che hanno acquisito il livello più alto di conoscenze per potere competere davvero con le economie emergenti.
D. No conoscenza no competitività?
R.
Se economie come la nostra hanno un livello di disoccupazione giovanile mostruoso dipende da questo, ce l'ha detto pure il presidente della Bce.
D. Eppure il mantra europeo è sempre lo stesso...
R.
Sì, loro continuano a insistere sulla stabilità e sul tetto del 3%. Ma perché questa percentuale? Viene da un modello teorico? Se è calata dal cielo, forse si può anche ridiscutere. E magari, visto le sofferenze delle persone, immaginare che quel percorso di stabilità possa essere allungato di uno/due anni.
D. E nel mentre pensare alle riforme?
R.
Sì, per aumentare il livello di competitività occorre farle. Draghi diceva, e Padoan l'ha ripetuto: «Le riforme avranno un effetto positivo che può essere stimato, e quel valore può essere sottratto dal vincolo di bilancio del singolo Paese». Ma le riforme è difficile realizzarle.
D. Perché?
R.
Nel lungo periodo portano benefici ma nel breve toccano sempre qualcuno. Machiavelli lo diceva già nel '400: un principe che fa le riforme non ce la fa a restare principe, perché queste hanno effetti negativi e ti travolgono.
D. Padoan ci crede però: ha chiesto all'Ue incentivi per le riforme.
R.
Se è davvero così allora la più grossa riforma strutturale da realizzare potrebbe essere la costruzione della società della conoscenza.
D. Un po' utopistico chiederlo ora...
R.
Questo non lo so, ma lo chiedo lo stesso: se dietro la scusa della stabilità tagliamo persino i fondi alla scuola, all'università, alla formazione, stiamo costruendo il contrario della società della conoscenza e alla fine ci ritroveremo un bilancio apparentemente più stabile, ma avremo anche creato i presupposti per un impoverimento futuro.
D. Eppure la maggior parte degli economisti sembra non essere di questo avviso...
R. Sembra di no. Padoan del resto non ha risposto a nessuna domanda.

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