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L'ANALISI 23 Luglio Lug 2014 1241 23 luglio 2014

Israele-Gaza, la falsa imparzialità dell'Egitto

Al Sisi odia Hamas. E, da quando è presidente, Il Cairo e Tel Aviv hanno trovato una nuova convergenza. Anche sulla guerra al terrorismo.

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Il nuovo presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi.

Era il 13 luglio scorso quando, a Vienna, Usa, Gran Bretagna, Francia e Germania si riunivano, senza l’Italia, presidente di turno dell’Unione Europea e il cui ministro Federica Mogherini era candidato al ruolo di Alto rappresentante della politica estera, per cercare una linea d’azione suscettibile di fermare lo scontro tra Israele e Gaza.
L’iniziativa si inseriva in una più ampia trama di contatti che vedevano coinvolte da giorni, accanto a Egitto, Turchia, Qatar e Giordania, le cancellerie di mezzo mondo, dentro e fuori il Palazzo di vetro dell’Onu, tutte vogliose di essere della partita della pace.
È intervenuto anche il sempreverde Tony Blair, inviato del Quartetto (Onu, Ue, Usa, Russia), mentre Mogherini faceva sentire la sua voce in un viaggio solitario tra Cairo, Tel Aviv e Ramallah.
L'OSTILITÀ TRA AL SISI E HAMAS. Poi è venuta la proposta di tregua egiziana a opera del presidente Abdel Fattah al Sisi, notoriamente ostile ad Hamas, che Israele ha accolto all’ultimo minuto utile, contrariamente all'organizzazione palestinese che la rifiutava continuando insensatamente a lanciare i suoi missili, resi inoffensivi dal formidabile apparato difensivo israeliano.
Con questo gesto il premier Benjamin Netanyahu si era guadagnato una sostanziale legittimazione a proseguire l'operazione Protecting edge ottenendo un certo credito anche presso cancellerie poco simpatizzanti nei confronti della sua politica.
Si registrava la diffusa aspettativa in un’azione israeliana capace di riportare «la quiete» a Gaza, per usare l’espressione di Bibi. Ma si paventava, come ben sottolineato da Hillary Clinton, che Tel Aviv evitasse l’invasione di terra, ben immaginandone le perniciose conseguenze. Ma nessun serio intervento è stato intentato per scongiurarla.
L'ASIMMETRIA DELLE FORZE IN CAMPO. Le reazioni sono affiorate quando gli “effetti collaterali” dell’operazione cielo-mare-terra sono emersi in tutta la loro mostruosa spirale di morti e di distruzione tanto meno accettabile per la strepitosa asimmetria delle forze in campo che essa denunciava: i morti in un rapporto da uno a 30, col pesante contributo dei civili, delle donne e dei bambini, intrappolati come topi, altro che usati come scudi umani; i feriti, pochi contro 3.700 e decine di migliaia di fuggiaschi. Ne sono giunti anche sulle nostre coste. Il fuori onda carpito al segretario di Stato americano John Kerry ne è stata una denuncia clamorosa anche se priva di reazione politica.
L’eloquenza delle immagini ci interpella sul perché di tanta esibizione di forza militare e di tanta brutale imprecisione bellica da parte di un Paese che si è fatto un vanto della sua capacità-abilità di colpire con accuratezza chirurgica. Certo Hamas ha provocato, ha creato in Israele un clima di paura appena attenuato dal suo scudo protettivo; ha esposto al fuoco nemico la sua gente in un cinico calcolo di recupero di consenso politico calante. Ma Israele è andata fuori misura.

L'obiettivo di Israele: l'instaurazione di un nuovo regime di controllo a Gaza

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Tel Aviv non ha voluto accontentarsi della sterilizzazione dell’embrionale ricongiungimento con al Fatah in vista di una Palestina finalmente unita, sostanzialmente conseguita. Ha deciso di ridurre ai minimi termini la sua capacità offensiva e per far questo ha dato corso alla distruzione della maglia di tunnel con cui Gaza si arma, certamente, attacca, certamente, assieme agli altri gruppi combattenti della Striscia, tra l’altro responsabili di buona parte dei lanci di missili dei mesi precedenti. Ma con la quale la popolazione vive, si alimenta, commercia, sopravvive al di sopra della soglia consentita dagli aiuti internazionali e, in definitiva, cerca di aggirare le barriere soffocanti che Israele è andata imponendo sulla Striscia, soprattutto dopo il 2007 e in barba al ritiro unilaterale disposto da Ariel Sharon nel 2005.
Penso che tra gli obiettivi perseguiti vi sia anche l’instaurazione di un regime di controllo di Gaza nuovo e diverso da quello vigente fino a qualche giorno addietro e chiaramente insoddisfacente. Anche per l’Egitto di al Sisi con cui Tel Aviv ha trovato una convergenza perduta al tempo di Mohamed Morsi.
UN AVVERTIMENTO A ISIS ED HEZBOLLAH. Penso che l’effetto stragista che sta conseguendo sia motivato dal convincimento della sua ineludibilità per riuscire a scovare e colpire anche quegli altri, numerosi, gruppi jihadisti operanti sempre a Gaza, che stanno competendo con Hamas in termini di radicalismo ideologico-militare e di un consenso politico legato alla disperazione e che appaiono essere snodi di raccordo e di alimentazione di quelle magmatiche e diverse derive di marca estremista-jihadista-terrorista che si vanno estendendo nell’intera area, con epicentro in Siria, Iraq e Libano. Israele sta dando anche un temibile segnale di messa in guardia a tutte quelle forze, che si chiamino Isis piuttosto che Hezbollah o altro, che avessero in agenda di minacciare la sicurezza di Israele.
In questa logica si comprende anche la durezza con la quale Netanyahu ha respinto la sollecitazione che il Segretario generale delle Nazioni Unite ha rivolto a entrambe le parti a fermare le ostilità e dialogare, agitando le conclusioni dell’ultimo Consiglio di sicurezza.
TEL AVIV VUOLE LA GUERRA. Tel Aviv non intende transigere, al momento. Vuole ben altro che una pausa umanitaria. Vuole fare della guerra ad Hamas e al terrorismo, in piena intesa con il presidente dell’Egitto al Sisi e, di fatto, con la maggioranza del fronte arabo, che pure ne condanna lo stragismo, cui si contrappone il binomio Turchia-Qatar alla ricerca di un recupero di ruolo e prestigio.
Ed è sull’altare di questa guerra che trova spiegazione anche la linea seguita da Kerry, che da un lato offre 47 milioni di dollari di aiuti umanitari (metà degli Emirati), dall’altra difende il diritto di Israele di proteggersi seppure attenuato dal richiamo alla sua «appropriatezza e legittimità»; dall’altra ancora punta di fatto a stringere alle corde Hamas perché accetti i termini di fondo della proposta di tregua egiziana.
E mentre Israele continua implacabile nella sua offensiva, l'organizzazione palestinese cerca di dimostrare che è ancora in grado di combattere; di farsi campione e martire di un anti-sionismo che sta pericolosamente fermentando in un contesto locale e regionale già fortemente settario. C’è da sperare che tra Washington e Qatar, Ankara e Cairo, si riesca a imporre un briciolo di saggezza e a spegnere l’incendio prima che vada fuori controllo.

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