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CHIESA 25 Luglio Lug 2014 0910 25 luglio 2014

Il cardinale Sepe: guai a Napoli e in Vaticano

Il declino dell'arcivescovo ignorato dal papa.

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L’ultimo schiaffo lo ha incassato con l’annuncio della doppia visita di papa Francesco alla diocesi di Caserta (cioè a due passi da Napoli), in programma per il 26 e il 28 luglio.
Crescenzio Sepe, 70 anni, cardinale molto ascoltato da Giovanni Paolo II, ex prefetto di Propaganda Fide e arcivescovo a Napoli dal luglio 2006, aveva in più di un’occasione invitato Bergoglio in Curia, spiegando - un po’ scherzando e un po’ no - che altrimenti «i napoletani mi fucileranno in piazza del Plebiscito».
Invece, niente. Almeno per ora, il papa si limiterà a recarsi a Caserta bypassando Napoli con buona pace del cardinale e del (metaforico) plotone d’esecuzione.
IL DISAGIO DELLA SANTA SEDE. Per molti, è stato un «gran rifiuto». Che rende ancor più allarmanti (e credibili) le voci sul crescente disagio che caratterizzerebbe i rapporti tra Sepe e i vertici del Vaticano vicini a papa Francesco.
Si sussurra che il nuovo corso bergogliano ritenga «troppo tradizionale e scontata» la pastorale attivata dall'arcivescovo a Napoli, una diocesi ritenuta tra le più difficili e «bisognosa di forti scosse e spregiudicata inventiva».
Nei sacri palazzi si reputano, inoltre, non archiviabili alcune tra le vicende giudiziarie per cui Sepe è stato indagato nel corso degli anni: in particolare, suscita fastidio la storia degli appartamenti di propaganda Fide che, secondo l’accusa, sarebbero stati svenduti dal cardinale (in cambio di favori ricevuti) a ministri, manager, personaggi dell’intrallazzo capitolino e perfino a Nicola Cosentino, ex coordinatore del partito di Berlusconi in Campania accusato dai magistrati di contiguità camorrista.
CARDINALE MOLTO INQUIETO. Nell’entourage raccontano che Sepe, in questi giorni, appaia di umore volubile: sa che le riserve vaticane nei suoi confronti costituiscono un ostacolo (insormontabile, per ora) alla mai spenta “voglia romana”, cioè all’interesse a rientrare negli uffici che contano (da cui lo aveva allontanato papa Ratzinger nel 2006) tramite la porta principale.
Il cardinale ha 70 anni, è - nel codice ecclesiale - «ancora giovane» e «in grado di aspirare a quegli incarichi di vertice», segretariato di Stato compreso, che in passato ha più volte sfiorato.
«Sepe», spiega chi lo consoce, «è uomo da alte sfere, gran procacciatore di voti e mediatore prezioso in sede di conclave grazie ai rapporti privilegiati con la Chiesa centro e sud-americana, africana e asiatica.

Il rapporto con la città sfibrato: cardiale ripetitivo e stanco

Il cardinale Crescenzio Sepe.

«Il papa rosso», così lo chiamavano da prefetto di Propaganda Fide. Di contro, a Largo Donnaregina (dove ha sede la Curia napoletana) il cardinale si sente un po’ come in prigione.
Roma gli appare lontana e ostile. Ma anche Napoli gli risulta poco accogliente.
Anzi il clima, che con Roma è tiepido, a Napoli si è fatto quasi gelido: «Dopo 8 anni, il rapporto con la città appare stanco, appannato, consunto», confessa un parroco che frequenta le stanze di Curia, «e ripetitive (e poco emozionanti) sono ritenute le più recenti iniziative intraprese».
ASSENTE AI FUNERALI DI CIRO ESPOSITO. La scelta, poi, di non essere presente ai funerali del giovane Ciro Esposito, il tifoso del Napoli, di religione evangelica, morto il 25 giugno per i colpi di pistola sparati da un ultrà romanista prima della finale di coppa Italia a Roma, ha reso ancor più opaca l’immagine di un arcivescovo giudicato «estraneo e distratto», uno che «preferisce recarsi a Palazzo Reale alla festa Vip in occasione dei cento anni della fabbrica di cravatte di Maurizio Marinella nel pomeriggio in cui a Scampia si celebra l’estremo saluto a un povero giovane morto senza colpa».
A deludere i napoletani, poi, contribuisce anche la rissa senza tregua che il cardinal Sepe ha intrapreso nei confronti del sindaco Luigi de Magistris, che lo ricambia con identica moneta.
Zona a luci rosse, buche stradali, matrimoni fra gay: ogni pretesto è buono per alimentare lo scontro H24, che sta suscitando sconcerto e dispetto in un popolo già stremato dai problemi e dalle promesse mancate.
LA ROTTURA CON DON GENNARO MATINO. «A madonna ‘t ‘accumpagna», è il saluto con cui Sepe è solito accomiatarsi dagli interlocutori. È un saluto affettuoso, tenero, popolare, che ha fatto breccia nei cuori.
Ma che - secondo molti - non corrisponde più al suo modo di «fare il cardinale» a Napoli.
Il primo segnale della crisi di sintonia tra sua eminenza e i napoletani è stata la fuga di Gennaro Matino, parroco dalle omelie affollate, teologo stimato ed esperto di comunicazione: il sacerdote ha deciso di allontanarsi dopo la decisione di Sepe di accogliere Mario Monti e gli altri di Scelta civica in campagna elettorale all’interno della Casa di Tonia, una struttura dedicata alle ragazze madri.
«Che tristezza vedere la mia Chiesa piegarsi al servizio dei Poteri forti», ha scritto don Gennaro a febbraio 2013 sbattendo con garbo la porta di palazzo Donnaregina.
Per l'arcivescovo è stata una perdita grave. E non solo perché don Gennaro, buon amico del direttore del Tg1 Mario Orfeo, è colui che scriveva i discorsi, organizzava le iniziative, curava l’immagine a livello nazionale.

Un «narci-cardinale» con troppi guai giudiziari

Un momento della visita di Sepe a New York.

«Napoli non deve essere una storia finita male», ripete spesso cardinal Sepe invitando la gente all’ottimismo. «Ma», ricorda chi lo conosce bene, «i tempi sono cambiati (in peggio) rispetto a quando, da poco nominato arcivescovo, si recava come se fosse un sindaco negli Stati uniti e a nome della città siglava accordi con esponenti della vita produttiva di New York. O quando vendeva all’asta i beni della Chiesa per beneficenza. O indossava il grembiulone da cuoco al pranzo di Natale e faceva falò dei coltelli consegnati in chiesa dai pentiti di camorra».
UN RAPPORTO COSTANTE CON LA POLITICA. «Scomunica per chi non fa marcia indietro», ha sempre gridato Sepe sull’altare rivolto ai criminali. E ha negato battesimi, cresime, matrimoni, funerali. Poco imitato, però, dai suoi parroci che spesso in canonica non riescono a dire no alla paura. Né evitano - sebbene esista un divieto di tariffario - di pretendere montagne di soldi dai fedeli per celebrare messe, requiem e sacramenti.
Altri tempi, quelli del feeling quasi carnale tra Sepe e la sua Napoli. C’è chi ricorda che nel 2011, poco prima delle elezioni amministrative, il cardinale tentò di entrare nella vita politica napoletana sponsorizzando dietro le quinte (ma neanche toppo) una lista civica di cattolici impegnati che solo per un pelo non è mai venuta alla luce.
Altri tempi, certo. Eppure, non era mica un secolo fa.
Trame oscure, veleni, agguati orditi nell’ombra. Poco prima dell’ultimo conclave, suscitò scalpore la lettera di un corvo interno alla Curia napoletana.
SEPE? «UN NARCI-CARDINALE». Nel documento (anonimo) c’era scritto che la gestione dei soldi incassati con l’8 per mille «è oscura», che «i preti si fanno la guerra fra di loro», che «va nelle parrocchie più comode chi più dà e non chi più vale», che «dubbi persistono pure sul fondo di solidarietà».
Cattiverie, mai provate. Ma oggi in troppi definiscono Sepe «il narci-cardinale», bollandolo come egocentrico e iper-vanitoso. E lo vedono come una sorta di «carrierista», «che si gloria dei premi letterari fasulli ma imposti in suo onore, della piazza intitolata a suo nome a Carinaro (il paese natìo), del crocifisso, degli anelli alle dita, delle auto veloci, della corte dei miracoli che lo circonda».
Della «corte», raccontano i nemici più impietosi, farebbero parte i due nipoti che lui avrebbe sistemato nel discusso Consorzio Eco 4 dei fratelli Orsi (riconducibile, secondo gli inquirenti, agli interessi del clan dei Casalesi), e all’Anas.
I RAPPORTI CON COSENTINO E LUNARDI. Ad aiutarlo (in cambio di favori), sarebbero stati - secondo l’accusa - Nicola Cosentino e l’ex ministro ai trasporti Pietro Lunardi, accusati a loro volta di far parte della cosiddetta “cricca” insieme con il costruttore Diego Anemone, l’ex capo della protezione civile Guido Bertolaso e altri.
Vicenda giudiziaria aperta, si vedrà in tribunale quanto ci sia di vero.
Malvisto a Roma, «indigesto» a Napoli: il bilancio, per il cardinale ex scugnizzo, appare da allarme rosso.
Lui sa di dover uscire al più presto dall’imbarazzante impasse e - sussurrano - sta rigirando tra le mani le sue carte vincenti.
Tra le amicizie che contano, Sepe può contare sulla figura di suor Tekla Famiglietti, la storica badessa delle figlie di santa Brigida, amica di Fidel Castro e Giulio Andreotti. Suor Tekla, che chiamano la generalessa, comanda dal 1981 le 600 suore brigidine sparse nelle 44 comunità disseminate nel mondo.
Lei è nata a Sturno, in provincia di Avellino, ed ha fama di essere molto ascoltata dai papi grazie alla riconosciuta capacità di procacciare donazioni alle casse del Vaticano. Sepe le è amico da molti anni. Insieme appaiono in una fotografia scattata a Cuba nel 2003. Con loro, si vede pure Fidel Castro, il lider maximo, che li abbraccia fraterno.
Non li aveva ancora informati che 75 attivisti cattolici erano stati, nel frattempo, imprigionati e messi ai ferri nelle carceri dell’Havana.

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