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L'ANALISI 31 Luglio Lug 2014 0610 31 luglio 2014

Gaza, Iraq, Siria e l'assenza della comunità internazionale

I conflitti aperti e le violenze dimostrano l'impotenza di Ue e Onu. E offrono a Iran e Turchia il ruolo di mediatori.

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Gaza: un palestinese all'interno di una scuola colpita da raid israeliani.

Siamo immersi in una quotidianità di sangue, distruzione e disperazione. Difficile da riassumere anche volendo circoscrivere l’attenzione al nostro intorno più prossimo, dalla Libia all’Iraq passando per Gaza e la Siria. Sullo sfondo l’Ucraina.
Colpisce il fatto che le grandi potenze, planetarie e regionali, che pure si agitano freneticamente, non siano riuscite a fermare questa terribile dinamica. Neppure a frenarla. Risulta anzi che questa agitazione si incroci con agende diverse e non di rado contrastanti. Col risultato della paralisi o, peggio, in un contesto di rischiosa nebulosità nella e della governance internazionale, la grande assente: nel Consiglio di sicurezza, nell’Unione europea, nel G8 (oggi tornato G7), nel G20.
I «DANNI COLLATERALI». Ferisce constatare come gran parte delle vittime di tanta conflittualità siano i «danni collaterali», orrenda espressione militare per indicare i bersagli sbagliati, cioè i civili, senza distinzione di sesso ed età che invece ricoprono un lugubre posto d’onore in quella contabilità, come a Gaza, ma anche in Siria e Iraq. E sono «danni collaterali» anche le migliaia, le centinaia di migliaia di persone in fuga dalle bombe, dai missili, dai fucili e la devastazione. Quando non sono obiettivi volutamente opachi.
Si dirà che tutto ciò rientra nella logica di qualsivoglia guerra e che, in ogni caso, appartiene alla Real Politik tenere una scala di priorità diversa che di fatto scalza quella dei valori. Magari nella prospettiva dell’affermazione di un catalogo di valori alternativo o comunque «altro», come sta avvenendo a opera di gruppi di fanatici estremisti ovvero di garanti di una sicurezza mal concepita.
COMUNITÀ INTERNAZIONALE ASSENTE. Lo sappiamo bene. Ma ci si illude sempre che il nostro tempo sia migliore di quello passato e poi, quando i conflitti vengono vissuti in diretta e si constata come essi siano frutto di un accanimento che non trova giustificazioni condivisibili, si stenta ad accettare l’impotenza della Comunità internazionale; almeno di quella occidentale in cui ci riconosciamo. E si legittima il sospetto che in realtà si tratti di un’impotenza funzionale a scopi diversi da caso a caso, di una vera e propria mancanza di strategia o di un preminente interesse altrove.
LA SVOLTA DI OBAMA. Resta il fatto che questa catena impressionante di conflittualità si sia inanellata con due fatti di grande rilevanza: da un lato il mutamento strategico operato dal presidente Obama in politica estera. Dove ha dismesso i panni dello sceriffo del mondo munito della bandiera democratica e del vessillo della guerra al terrorismo, per indossare quelli di un multilateralismo innovativo e sorretto da un auto-assegnatosi ruolo di leading from behind (guidare da dietro). Cosa che a molti è parsa la scelta di una politica di disimpegno geo-politicamente selettivo se non proprio di scarico di responsabilità.
LA NARRAZIONE DELLE PRIMAVERE. Dall’altro l’irrompere con forza travolgente della cosiddetta Primavera araba che, dopo un comprensibile stordimento, è parsa destinata a pavimentare la via di un nuovo ordine regionale all’insegna della libertà dal bisogno e dall’oppressione. In una chiave di narrazione autenticamente arabo-islamica dei Paesi interessati e di un riassetto nei e dei loro rapporti col resto del mondo: la vera fine del colonialismo, si disse.
Il combinato disposto di queste due vicende non ha confortato le aspettative e a fronte delle diverse dinamiche che ne sono derivate abbiamo visto e vediamo una Comunità internazionale divisa, incerta e di fatto incapace, come detto sopra, di esprimere un polo di governance in grado di fare leva sulla nuova strategia americana, assumendo i necessari livelli di responsabilità e credibilità.
EUROPA ALL'ANGOLO. L’Europa in particolare non si è mostrata pronta a farlo e a svolgere quel ruolo che, complice la stessa geopolitica, sembrava aver deciso di assumere col Trattato di Lisbona e la creazione dell’Alto rappresentante e del Servizio diplomatico europeo. L’Europa è rimasta sullo sfondo, quasi da comparsa, mentre attori internazionali e regionali, da Teheran alla Russia, da Riad ad Ankara hanno rapidamente aggiornato e applicato le rispettive agende; nel bene e nel male. Con i risultati che abbiamo di fronte.
Una Libia che, sulla scia della sventurata operazione militare del 2011 cui non ha fatto seguito una convergente strategia di sostegno verso la costituzione di un reale tessuto politico-istituzionale e militare, appare risucchiata in una spirale caotica che sembra favorire la componente islamica e islamista.
IL CAOS IRACHENO. Un Iraq in preda a un dilaniante processo di conflittualità settario ed etnico che sconta gli imperdonabili errori commessi con e soprattutto dopo l’abbattimento di Saddam Hussein, ivi compreso il sostegno alla funesta gestione di al Maliki. Sostegno che ha offerto humus straordinario alla crescita di gruppi estremisti come Isis che stanno calamitando non solo nuclei tribali e gruppi locali ma anche un’impressionante schiera di giovani occidentali (Italia compresa) alla ricerca di una bandiera per cui spendere la propria vita.
Una Siria di cui non si parla più ma dove si continua a morire; dove si combatte ancora Assad ma si combattono anche coloro che lo vogliono abbattere in una sordida partita che è regionale ma anche internazionale ed è marchiata da un settarismo suicida.
IL BRACCIO DI FERRO TRA TEL AVIV E HAMAS. Infine Gaza. Su Hamas pesa la responsabilità di aver esposto al massacro la sua gente per capitalizzare consenso politico, appena attenuata dalla rivendicazione di un allentamento del soffocante regime di controllo da parte di Israele. Ma su Tel Aviv pesa quella di un’operazione di «pulizia» che i «danni collaterali» condannano senz’appello anche perché è chiaro che non sarà fermata fintanto che non saranno raggiunti gli obiettivi prefissati.
Che non sono limitati all’annientamento della capacità offensiva di Hamas e dei tunnel, come detto in altre occasioni. Così come Hamas continuerà fino al suo sfinimento fino a quando non potrà alzare un qualche vessillo di vittoria, per quanto simbolica possa essere.
Su queste soglie di base le frenetiche trattative per un cessate il fuoco in corso al Cairo si concluderanno. Mentre la minacciosa chiamata anti-sionista di Kamenei aggiunge olio sul fuoco della rabbia palestinese.

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