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IPSE DIXIT 31 Luglio Lug 2014 1317 31 luglio 2014

Senato, Grasso accusato da maggioranza e opposizione

Accusato a giorni alterni da maggioranza e opposizione.

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I renziani gli danno del filo-grillino, i grillini gli danno del filo-renziano e i vendoliani pure.
Nel fuoco incrociato dei partiti, un giorno sì e l'altro pure, c’è Piero Grasso, presidente del Senato. Che finisce nel mirino degli uni e degli altri a fasi alterne. Il motivo? Le decisioni prese dalla seconda carica dello Stato sullo svolgimento dei lavori in Aula.

Il presidente del Senato, Piero Grasso.

La maggioranza lo accusa, sostanzialmente, di aver lasciato spazio all’ostruzionismo delle opposizioni, tra migliaia di emendamenti e richieste di voto segreto. Dall’altra parte, pentastellati e vendoliani gli rimproverano di aver chinato il capo dinanzi ai moniti di Renzi e Napolitano, e di aver abdicato alle sue prerogative per seguire le loro istruzioni. Criticandolo per ghigliottine, tagliole e canguri.
Dal canto suo Grasso ha risposto picche. «Tentativi di pressioni sulla mia persona non ne ho mai percepiti», ha ribadito, rispondendo così al senatore della Lega nord Stefano Candiani che aveva detto di comprendere che il presidente abbia già ricevuto «troppe pressioni» durante l'esame del ddl Riforme.
REGOLAMENTO PRIMA DI TUTTO. In realtà l'ex procuratore nazionale antimafia si limita ad applicare il regolamento che, a seconda dei casi, può risultare svantaggioso per l’una o l’altra parte. Nessuna forzatura, insomma, ma una stretta osservanza delle norme.
Il compito del resto non è facile, sulla partita della riforma Renzi e opposizioni si stanno giocando molto, moltissimo della loro credibilità, senza contare che riformare la Camera alta dello Stato non è certo una passeggiata.

Zanda: «Grasso ripensi al voto segreto»

Luigi Zanda, capogruppo Pd al Senato.

L’ultimo a puntare il dito contro Grasso è stato Luigi Zanda, capogruppo Pd. Con il governo andato sotto al Senato sui temi etici, Zanda non ha esitato ad accusare il presidente. La tensione è alta perché in casa dem è tornato lo spettro dei 101, che impedirono a Romano Prodi di salire al Quirinale.
Il 31 luglio Zanda ha invitato la seconda carica dello Stato a «ripensare all'autorizzazione del voto segreto», decisione che richiede «grande rigore e attenzione».
Una questione che aveva tenuto banco anche nei giorni scorsi, con diverse voci di maggioranza che avevano accusato Grasso di aver lasciato campo libero, senza alcuna obiezione, all’ostruzionismo strumentale messo in campo da Sel e M5s per tentare di far naufragare la riforme.

Di Maio: «Presidente è ancora in tempo per evitare questo scempio»

Luigi Di Maio, M5s, vicepresidente della Camera.

Poche ore prima era stato invece il grillino Luigi Di Maio a rimproverare il presidente del Senato di favorire la parte opposta.
Il vicepresidente della Camera gli ha addirittura scritto una lettera aperta per chiedere di sottrarsi alle 'ingerenze' di Giorgio Napolitano e Matteo Renzi nella riforma del Senato.
L'ABDICAZIONE DEL RUOLO. «In questi giorni in Senato l’ho vista abdicare totalmente al suo ruolo istituzionale di padre del dibattito parlamentare, che esiste in qualsiasi ordinamento democratico», ha scritto il pentastellato sul blog di Grillo. E, ancora: «Ho visto Piero Grasso trincerarsi dietro il voto dell’Aula per non assumersi alcuna responsabilità. Al grido “l’Aula è sovrana”, ha posto in votazione qualsiasi questione procedurale venisse avanzata dalla maggioranza per evitare il voto segreto (che lei stesso aveva deciso di garantire e la cui valutazione circa l’ammissibilità cadeva in capo solo e soltanto a lei), o per eliminare la discussione su migliaia di emendamenti in cinque minuti».
E, infine, un appello: «Credo che lei sia ancora in tempo per evitare questo scempio. Ci pensi».

La settimana prima era stato ancora Zanda a prendersela con il numero uno del Senato. Colpa della giornata spesa per votare tre modifiche e i due giorni passati ad avviare la valutazione dei 7.800 emendamenti al ddl per la modifica del Senato. A cui aggiungere le 920 richieste di voto segreto su alcuni emendamenti sulle quali Grasso non aveva posto veto. E che hanno mandato il Pd su tutte le furie. «Vogliamo continuare così?», aveva commentato Zanda. «Discutere un'ora e mezza per votare un emendamento a un provvedimento su cui gravano 8 mila emendamenti mi sembra che ci stia indicando molto sul nostro futuro».

Napolitano: «No alla paralisi procedurale»

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.


Il comportamento di Grasso aveva fatto innervosire persino Renzi. Al coro delle critiche si era unito anche il capogruppo Ncd Maurizio Sacconi: «Mi ha stupito la sua decisione, non lo nascondo. Mi auguro che vorrà valutare la strumentalità prima di esaminare le richieste di voto segreto», aveva detto in Aula rivolto al presidente.
L'INCONTRO AL COLLE. Era intervenuto poi anche Napolitano, che lo aveva chiamato al Colle il 23 luglio per insistere sul grave danno di una paralisi istituzionale. Il Capo dello Stato aveva messo in guardia Grasso «sul grave danno che recherebbe al prestigio e alla credibilità» del parlamento «una paralisi decisionale su un processo di riforma essenziale». E l'ex magistrato aveva convenuto evidenziando «le gravi difficoltà rappresentate da un ostruzionismo esasperato con un numero abnorme di emendamenti». Proprio il colloquio al Colle aveva scatenato la rabbia dei pentastellati.
IL FATTO CONTRO. Una campagna quella contro Grasso a cui non si è sottratto Il Fatto Quotidiano, il cui direttore Antonio Padellaro aveva chiesto le dimissioni di Grasso. In un'intervista sul quotidiano Paolo Becchi insisteva sul fatto che fosse stato Napolitano a imporre al presidente del Senato di cedere alle pressioni di Renzi e ghigliottinare le istanze delle opposizioni. Il perché è presto detto, secondo i grillini Grasso avrebbe ricevuto in cambio del suo sostegno alla maggioranza rassicurazioni sul supporto di Pd e Napolitano per la corsa al Quirinale. Che partirà solo quando l’attuale inquilino, che non ha mai nascosto di considerare il suo mandato “a tempo”, deciderà che è arrivato il momento di lasciare: dopo le riforme, appunto.
Ma per arrivare a quella partita, ammesso che gli interessi davvero, Grasso dovrà trovare il modo di sopravvivere ai regolamenti del Senato.

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