Erdogan 140804170803
L'ANALISI 5 Agosto Ago 2014 0600 05 agosto 2014

Turchia, Erdogan verso la vittoria

Assi e insidie del premier. Favorito alle presidenziali.

  • ...

Recep Tayyp Erdogan.

I risultati arriveranno dopo il 10 agosto, il giorno della prima elezione diretta per un capo di Stato turco. Ma, come per le Amministrative del marzo scorso, il sogno ottomano di Recep Tayyp Erdogan - cioè di passare alla storia come il Kemal Atatürk islamista del Paese - è dietro l'angolo.
In uno Stato diviso per storie e culture come la Turchia, il progetto di re-islamizzazione dell'Akp (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) non è stato una passeggiata. Né finora è stato possibile realizzarlo nella versione ortodossa, così cara Erdogan.
LE SPACCATURE NELL'AKP. Persino l'Akp si è spaccato per le posizione antidemocratiche ed estremiste del premier sultano. Il presidente uscente Abdullah Gül ha preso le distanze dalla repressione degli attivisti di Gezi Park, in piazza Taksim a Istanbul, dell'estate scorsa, e dal blocco dei social network, per le elezioni comunali del 2014.
Nell'ultima campagna elettorale, anche il braccio destro Dengir Firat, ex vice presidente dell'Akp, lo ha scaricato, accusando il partito di mettere il bavaglio alla libertà religiosa.
IN EUROPA CONTRO ERDOGAN E ARINC. Nei seggi aperti dal 31 luglio al 3 agosto in Europa, migliaia di turchi sono andati a votare contro Erdogan che, dopo aver fallito il tentativo di vietare l'alcol e i baci in pubblico, ha chiesto alle donne di «generare figli anziché lavorare», e contro il vicepremier Bulent Arinc, che le ha addirittura invitate a «ridere più morigeratamente».
Nonostante le proposte anacronistiche e le bufere politiche, la corsa di Erdogan è in solitaria.
Contro un 40% di popolazione che gli si oppone, il 60% dei turchi vuole Erdogan presidente anche a costo di “slaicizzare” il Paese. E sono disposti anche a concedergli maggiori poteri.

1. Demirtaş e İshanoğlu: gli avversari in corsa

Tutto può succedere, nella Turchia delle molte contraddizioni. Ma gli altri due candidati alla presidenza, il giovane esponente di sinistra Selahattin Demirtaş e l'anziano filo-americano Ekmeleddin İshanoğlu, sono considerati pallidi avversari di Erdogan.
UNO TSIPRAS PER ANKARA. Emerso come leader del Partito democratico turco (Hdp) con le proteste di piazza Taksim, il 40enne Demirtaş rappresenta l'Alexis Tsipras di Ankara, l'unica vera alternativa allo strapotere del premier.
L'ascesa della sinistra laica dell'Hdp (alleato con i curdi del Bdp e difensore dei diritti delle donne, delle minoranze e dell'eguaglianza di genere) sarebbe una novità nel panorama politico turco, minato dalla corruzione e dall'autoritarsimo sia tra gli islamisti dell'Akp sia tra i kemalisti laici del Chp. Ma, al test delle Amministative, l'Hdp-Bdp, pur crescendo, è rimasto una nicchia (6,2%), mentre i repubblicani del Chp (28%) hanno distaccato l'Akp di Erdogan (46%) di quasi 20 punti.
I LUPI GRIGI NAZIONALISTI. Per rifarsi una verginità, alle Presidenziali il partito dei generali, alleato con i lupi grigi del Mhp (Movimento nazionalista) ha scelto il 71enne indipendendente İhsanoğlu: accademico ed ex segretario generale dell'Organizzazione della Cooperazione Islamica (Oic), l'ex diplomatico islamico ma atlantista piace molto agli Usa e ai sauditi. Molto meno alla popolazione musulmana.

2. Riforme strutturali e bancarie e crescita del Pil

Un'elettrice del premier turco islamista (Getty images).

Capo dell'esecutivo dal 2003, Erdogan gode invece di una grande popolarità per aver tirato fuori il Paese da una grave depressione, cavalcando poi un periodo di grande crescita economica, frenato ma mai affossato dalla crisi internazionale.
Dall'anno dell'ascesa al potere del premier-islamista, il Prodotto interno lordo (Pil) turco ha ripreso prepotentemente a salire, dopo il biennio di crisi che nel 2000 costrinse Ankara agli aiuti miliardiari del Fondo monetario internazionale (Fmi).
SULLE ROTTE OTTOMANE. L'inversione di rotta è stata possibile grazie all'apertura dell'apparato statale e del sistema economico all'Islam, dopo quasi un secolo di laicizzazione forzata e di relazioni economiche quasi esclusivamente filo-occidentali.
Controllando il Bosforo, il governo di Erdogan ha potuto rapidamente stringere rapporti commerciali privilegiati con il Medio Oriente, con l'Asia centrale e con l'Asia, anche in virtù delle relazioni del passato ottomano.
Reduce dal carcere per apologia dell'Islam, l'ex sindaco di Istanbul ha inoltre liberalizzato l'economia, privatizzando le società pubbliche e procedendo alle riforme strutturali che Bruxelles e la Banca centrale europea (Bce) chiedono oggi ai Paesi Ue, incluso il risanamento bancario.
IN REGOLA CON MAASTRICHT. Ora in Turchia è possibile aprire start up in una settimana e, dopo il picco massimo del +9% del 2011, nel 2014 il Pil è arrivato al +4,4%. Una percentuale che non è stata scalfita, se non superficialmente, dalle fibrillazioni per la Tangentopoli sul Bosforo.
La Turchia resta l'economia emergente mondiale a crescere di più e più stabilmente. E, paradossalmente, è tra i pochi Paesi in regola con il patto europeo di stabilità sul pareggio di bilancio: dal 2002 il deficit statale di Ankara è infatti crollato dal 10% a meno del 3% del Pil e il debito pubblico è stato fatto scendere dal 60% al 35% sul Pil, proprio per adempiere ai requisiti Ue.
Ma la sua adesione è bloccata, anche per motivi economici, dal veto tedesco.

3. Purghe dei generali, più servizi segreti e meno internet

Supporter dell'Akp in un comizio elettorale (Getty Images)

Dal 2013, le proteste di piazza Taksim contro l'islamizzazione e poi gli scandali sulla corruzione e sull'arricchimento della famiglia di Erdogan hanno arrestato la corsa dell'Akp alle modifiche costituzionali che, con il placet del parlamento allargato alle minoranze curde e armene, avrebbero dato al capo dello Stato i poteri di una Repubblica presidenziale.
L'ELEZIONE A SUFFRAGIO UNIVERSALE. Irremovibile nel suo obiettivo di presidente-sultano, il tre volte premier non più rieleggibile è tuttavia riuscito a introdurre l'elezione a suffragio universale del presidente e a far passare leggi liberticide, per le quali era sufficiente la maggioranza semplice, come quella per il controllo dei media e per l'estensione dei poteri ai servizi segreti del Mit, guidati dal fedelissimo di Erdogan, Hakan Fidan.
ESERCITO NEL MIRINO. Parallelamente, il presidente del Consiglio si è sbarazzato di migliaia di membri della magistratura e della polizia che, complice la campagna kemalista contro l'Akp, attraverso inchieste giudiziare e campagne politiche stavano portando a galla le malefatte dell'ultima amministrazione.
Contro i vertici militari, comunque, le purghe di Erdogan erano in corso dal 2010, con l'arresto dei generali della presunta rete Ergenekon (Gladio turca), processati per tentato golpe, ben prima della stretta per le Amministrative.

4. I punti deboli: disoccupazione e inflazione

Seggi aperti all'estero per le presidenziali turche (Getty images)

Insediato sulla poltrona di Atatürk, il premier uscente ha fatto sapere che, riforme costituzionali o meno, presiederà le riunioni del Consiglio dei ministri. Al vertice dei quali, si presume, siederà un premier-fantoccio.
Da ex calciatore e abile comunicatore, per la campagna presidenziale Erdogan si è fatto riprendere in campo durante la partita inaugurale del nuovo stadio di Istanbul con indosso la maglia numero 12 (da 12esimo presidente della Turchia) e segnando tre gol in 15 minuti.
LA FRENATA DELLA CRESCITA. Al di là dell'appeal tra le famiglie musulmane e i numerosi fan del calcio, il premier dovrà tuttavia muoversi cautamente da presidente: alle Amministrative del marzo scorso, l'Akp ha nettamente vinto, ma è risultato comunque in calo rispetto al recordo del 49,6% del 2011.
INFLAZIONE E DISOCCUPAZIONE. Con la frenata dell'impennata del Pil degli ultimi quattro anni, gli entusiasmi si sono calmati, anche tra i supporter. E molto resta da fare in Turchia, per garantire una vita dignitosa, oltre che pari diritti, a tutti.
Dopo le turbolenze per gli scandali che hanno fatto deprezzare la lira turca sul dollaro, i punti deboli di Ankara restano l'infazione galoppante (nel 2013 al 7,4%: +1,2% dal 2012) e la disoccupazione, inchiodata al 10%. Il governo è intervenuto, ma non è riuscito a fare molto.

Correlati

Potresti esserti perso