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SCENARIO 6 Agosto Ago 2014 0600 06 agosto 2014

Gaza, guerra Hamas-Israele: quale possibile soluzione?

Dalla forza Onu al ruolo di Fatah, come uscire dalla crisi.

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Gaza City, quel che resta dopo i bombardamenti.

Israele ritira le truppe dalla Striscia di Gaza e lascia dietro di sé 1.770 vittime palestinesi, 67 israeliane, quasi mezzo milione di sfollati e una terra desolata.
NETANYAHU: MISSIONE COMPIUTA. Il premier Benjamin Netanyahu il 5 agosto ha dichiarato che missione è stata compiuta: i tunnel sono stati distrutti e, secondo l'esercito di Tel Aviv, tra i morti almeno 900 sarebbero stati «operativi» di Hamas. Poco importa che ne siano stati identificati solo 1.200 e nell'87% dei casi si tratti, secondo le agenzie di informazioni internazionali, di civili.
Stando a un sondaggio dell'emittente israeliana Channel 10, quasi il 90% dei cittadini dello Stato ebraico sarebbe stato favorevole a un proseguimento dell'operazione. Soprattutto per mettere fine una volta per tutte alla minaccia dei razzi sparati dalla Striscia: in 28 giorni di conflitto 2.400 testate hanno raggiunto il territorio israeliano. Mentre da Washington nella notte è arrivato un nuovo finanziamento del sistema antirazzo Iron Dome.
LE MIRE DEI FALCHI DI TEL AVIV. Ma ora che la tregua sembra finalmente avviata, e si apre uno spiraglio per i negoziati, i falchi del governo di Tel Aviv, tra cui il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, chiedono di togliere il governo della Striscia a Hamas e metterlo sotto il controllo delle Nazioni Unite.
Dall'altra parte, però, l'Onu e gli stessi Stati Uniti hanno condannato gli attacchi israeliani ai civili come crimini, con una presa di distanza mai vista prima, sia in pubblico, nelle dichiarazioni ufficiali, sia in privato. Prova ne sono le urla al telefono tra Obama e Netanyahu.
Le condizioni umanitarie nella Striscia, con oltre 475 mila persone sfollate, scuole distrutte, mancanza di farmaci ed elettricità, sono disastrose. Al punto da poter segnare un vantaggio per la stessa Hamas.
VITTORIE DI CORTO RESPIRO. In realtà sia l'organizzazione al governo nella Striscia, sia il governo israeliano hanno vinto nel breve periodo, cioè sul fronte del consenso, e fallito sul medio: Tel Aviv non ha ottenuto la demilitarizzazione di Gaza e Hamas non ha ottenuto la fine della morsa sulla Striscia.
Possibile arrivare agli stessi obiettivi attraverso un negoziato? Esiste una via per una pace davvero duratura per Gaza?

La proposta di Lieberman: affidare il governo della Striscia all'Onu

Avigdor Lieberman.

Il ministro degli Esteri Lieberman ha illustrato lo scenario di fronte alle commissioni Affari esteri e Difesa della Knesset, il parlamento israeliano. «Ci sono tre opzioni: un accordo, la sconfitta di Hamas e uno stato di limbo: qualcosa di indefinito dove loro sparano e noi reagiamo», ha dichiarato lunedì 4 agosto.
AREA A STATUS SPECIALE. Per il responsabile degli Affari esteri israeliano, però, la terza opzione non è da prendere in considerazione. Fino a un mese fa Lieberman chiedeva di rioccupare militarmente la Striscia. E in nome di questa idea rompeva l'alleanza con il partito del premier Netanyahu, il Likud. Oggi, invece, propone l'ingresso a Gaza di una forza delle Nazioni Unite e l'imposizione di uno status speciale all'area, simile all'operazione avviata nel Kosovo della minoranza albanese perseguitata dai serbi.
NO ALL'AUTOGOVERNO PALESTINESE. L'idea di una 'soluzione' per Gaza che elimini la presenza di Hamas è del resto apparsa ripetutamente sulla stampa israeliana.
Il 24 luglio, per esempio, il Jerusalem Post argomentava: «Il problema non può essere risolto» con «l'idea insistente di offrire i palestinesi l'autogoverno.del territorio». Ma al contrario, solo «abbandonando il concetto che Gaza dovrebbe essere governata da arabi palestinesi». Qualsiasi altro risultato, proseguiva l'editoriale, corrisponderà a un prolungamento del problema, fino al prossimo scontro.
La soluzione rilanciata dal diffuso quotidiano era quindi smantellare Gaza e deportare a scopi umanitari la popolazione non belligerante. Non c'è dunque da stupirsi della proposta di Lieberman: nasce in un contesto in cui fioriscono posizioni anche più estreme.
LA SOLUZIONE LIBANESE. Lieberman chiede di fatto qualcosa di simile alla soluzione trovata per la guerra in Libano del 2006, conclusa sotto l'ombrello di una risoluzione delle Nazioni Unite con Israele che ritirò le truppe e Hezbollah che accettò il disarmo. Tuttavia l'Onu oggi invocata da Israele, fino a 24 ore fa si scagliava contro Tel Aviv per i morti causati dal lancio di razzi sulle scuole della sua agenzia per i rifugiati e chiedeva un'indagine.
Può oggi la stessa organizzazione internazionale eliminare da Gaza Hamas, organizzazione ritenuta terroristica da Usa e Ue, ma allo stesso tempo entrata di recente nel governo unitario riconosciuto dal Palazzo di Vetro?
IL RIFIUTO PALESTINESE. L'idea che il governo della zona venga affidato a un'entità terza però è stata subito respinta. Il 4 agosto i delegati palestinesi hanno messo in chiaro che Gaza non è un territorio conteso, né una terra che vuole proclamare l'indipendenza. È parte di quel limitato territorio che gli accordi internazionali riconoscono all'autorità palestinese. Un territorio invaso da uno Stato straniero, cosa ben differente da quello accaduto in Kosovo. I negoziatori palestinesi hanno già inviato al segretario Ban ki Moon una lettera per chiedere protezione delle Nazioni Unite, ma non solo per Gaza: per tutto il loro territorio, comprese la West Bank e Gerusalemme.

L'idea di Tzipi Livni: potenziare l'esecutivo di Fatah e Abu Mazen

Tzipi Livni.

Il ministro israeliano della Giustizia, Tzipi Livni ha proposto invece di depotenziare Hamas, rafforzando Abu Mazen, e riportandolo al governo della Striscia. E l'idea sembra condivisa, in modo informale anche nei negoziati del Cairo, da tutte le diplomazie internazionali.
GIORDANIA E SAUDITI: DUBBI SU HAMAS. L'ex capo negoziatore degli accordi di Oslo Uri Savir ha spiegato come le potenze arabe coinvolte nell'iniziativa di pace reclamino un nuovo ruolo di Fatah nella gestione della Striscia. Del resto, le nazioni tradizionalmente più vicine agli Usa, come Giordania e Arabia Saudita, non si fidano di Hamas come interlocutore.
Se il massacro di Rafah potrebbe essere la nuova Shabra e Shatila, la politica e la società civile israeliane sono molto più a destra di allora.
Un solo parlamentare del partito laburista si è schierato con gli anti-militaristi, mentre le manifestazioni dei palestinesi nei Territori occupati non sono necessariamente il segno di un sostegno alla guerra di Hamas.
SPETTRO TERZA INTIFADA. La Terza Intifada, insomma, potrebbe essere evitata se Abu Mazen scorgesse la possibilità di un guadagno politico. La soluzione prospettata dalla Lega Araba, visto anche la crisi finanziaria in cui si trova Hamas, è quella di assicurare a Fatah un ruolo nella riabilitazione economica della Striscia. Ma potrebbe non essere sufficiente.
Una vera e propria conferenza di pace è lontana da venire, si ipotizza nel 2015. E il numero uno dell'Autorità palestinese, dopo le tante delusioni date dall'abbraccio con Israele, sarebbe intenzionato a cercare nuove garanzie. In Europa alcuni Stati stanno lanciando segnali forti: la Spagna ha bloccato le vendite di armi a Tel Aviv, la Gran Bretagna dopo le dimissioni del sottosegretario agli Esteri Lady Warsi, sta rivedendo le licenze.
RESTA IL NODO OCCUPAZIONE. Ma le garanzie che cerca Fatah dovrebbero arrivare soprattutto sul fronte dell'occupazione in Cisgiordania. Quelle che il governo di Netanyahu finora non ha mai voluto dare. Senza risolvere questo punto, la soluzione di una forza di interposizione delle Nazioni Unite rischia di saltare o, peggio, di essere strumentalizzata.
Dalla sua il leader palestinese ha una sola arma: quella di rivolgersi al mondo e alla Corte penale internazionale dell'Aja e far incriminare Israele per crimini di guerra. Il 5 agosto, appena avviato il cessate il fuoco, il ministro degli Esteri dell'Autorità palestinese, Riad al-Malki, è volato all'Aja per chiedere l'incriminazione di Israele: la posta in gioco di un possibile processo di pace è sul piatto.

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