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L'ANALISI 11 Agosto Ago 2014 1330 11 agosto 2014

Iraq, Obama e il rischio di un nuovo pantano

Perché la guerra limitata all'Isis si complica.

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Barack Obama.

Alla nazione e al mondo Barack Obama ha parlato di «azione militare mirata». Uno «scenario limitato» che «non trascinerà gli Usa in un'altra guerra in Iraq». Perché «non c'è soluzione militare alla crisi».
MISSIONE LIMITATA. Eppure, anche se «le truppe Usa non torneranno a combattere nel Paese», ci sono buone ragioni per credere che la guerra soft di Obama all'Is (lo Stato islamico dei califfi) sia già un'impronunciabile seconda campagna irachena. Contraddicendosi, il presidente americano ha ammesso che per i raid mirati «ci vorrà del tempo», che è «impossibile risolvere in poche settimane». L'intervento “limitato”, insomma, durerà mesi.
ATTACCO AD AL MALIKI. L'obiettivo degli Usa non è solo bloccare l'aggressione jihadista al Kudistan e la persecuzione di tutte le fedi religiose - cristiani, musulmani, yazidi - non integraliste. Ma anche, come si evince dalla dichiarazione di Obama («i leader iracheni devono riunirsi e creare un nuovo governo che rappresenti gli interessi legittimi di tutti gli iracheni»), costringere il presidente del Consiglio Nuri al Maliki alle dimissioni, costituendo un governo di unità nazionale.
Alla dichiarazione obliqua di guerra di Washington, l'inamovibile premier sciita ha risposto inviando carri armati a Baghdad, nella zona verde delle ambasciate, in odore di colpo di Stato.
UN NUOVO PANTANO. Il quadro si complica. E ci sono le premesse di quello che Obama avrebbe voluto scongiurare nel suo secondo e ultimo mandato: un nuovo pantano iracheno.
La nuova campagna in Iraq sarà con buona probabilità l'argomento di punta delle imminenti elezioni di midterm di ottobre 2014: volendo fare i dietrologi, sembra creata ad hoc a uso politico interno. Hillary Clinton, candidata democrat in pectore alla Casa Bianca, ha già criticato Obama sul suo più grande fallimento in politica estera.

La guerra non dichiarata di Obama alla Siria

Siria è un'altra parola tabù che il presidente degli Usa non vuole pronunciare.
Almeno ufficialmente, l'azione “limitata” contro l'Isis in Iraq non deve sconfinare in un intervento militare che finirebbe per aiutare il regime di Damasco e l'alleato iraniano - supporter, tra l'altro, di al Maliki in Iraq -, allo stato attuale, impegnati, come i ribelli siriani, a combattere i jihadisti in nero.
SIRIA, STRAGI DI SERIE B. Ma implicitamente la guerra americana ai terroristi che hanno instaurato un califfato islamico transnazionale nel nord della Siria e dell'Iraq, scardinando i vecchi confini coloniali dell'accordo Sykes-Picot (1916), non può restare confinata al territorio iracheno.
In altre aprole, la pulizia etnica contro i civili di confessioni diverse dall'estremismo sunnita va fermata solo in Iraq e non in Siria?
HILLARY ALL'ATTACCO. In un mirabile attacco pre-elettorale (Clinton non ha ancora deciso se correre o meno per la Casa Bianca nel 2016), l'ex segretario di Stato americano ha tirato in ballo Obama proprio sulla questione siriana, causa scatenante, a suo avviso, della crisi irachena.
«I ribelli siriani andavano armati dopo l'esplosione delle rivolte», ha detto l'ex first lady. «Non farlo è stato un errore che ha contribuito direttamente all’ascesa dei militanti islamici in Iraq», ha sentenziato Hillary in un'intervista ai media americani concessa, pare, prima dell'annuncio di Obama dei raid.

Il pressing interventista della campagna del midterm

Per molti esponenti del Congresso, non solo repubblicani, l'intervento deciso dalla Casa Bianca è ancora troppo timido.
Si affilano i coltelli e il guerrafondaio John McCain è ripartito alla carica per la guerra «alla minaccia per la sicurezza nazionale e internazionale dell'Isis». E l'esponente del Gran old party (Gop) Lindsey Graham ha tacciato l'inquilino della Casa Bianca di essere un «commander in chief, capo supremo delle forze armate, senza una strategia».
IL VOTO DI MIDTERM. Per il voto di medio termine, negli Stati tradizionalmente conservatori, i candidati democratici scimmiottano gli slogan repubblicani: tagli al budget, meno tasse, più controllo alle frontiere e - con la dovuta cautela, perché la maggioranza degli americani è contraria ai marin in Iraq - un'azione più decisa in Medio Oriente.
A causa della crisi, il Pentagono ha portato a 220 unità le forze speciali in Iraq. Non è un'invasione di truppe, alla quali i democratici hanno detto categoricamente no. Anche se la capogruppo alla Camera, Nancy Pelosi si è detta favorevole «agli strike in Iraq, in difesa del personale americano e di altri interessi, a Erbil come in altri luoghi».
IL PIEDE IN DUE STAFFE. Un sostegno alla «missione rapida e decisa di Obama», tra gli altri, è stato chiesto anche dal deputato democrat del Maryland Steny Hoyer. «Il presidente Obama ha fatto due promesse: aiutare migliaia di rifugiati su una montagna e non far tornare i soldati americani in Iraq. Mantenerle entrambe sarà difficile», commentano i notisti di Politico.com.
In vacanza con la famiglia sull'isolotto Martha Vineyard, a Ferragosto Obama è finito in un agone politico molto più grande di lui. Un groviglio difficilmente districabile, in tempi rapidi, al suo ritorno.

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