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DIETROFRONT 12 Agosto Ago 2014 1616 12 agosto 2014

Matteo Renzi, gli ex sponsor ora criticano il premier

Avevano salutato l'arrivo del premier spellandosi le mani. Ora lo criticano. Da Landini a Feltri, ecco chi ha mollato Matteo.

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L'editorialista de 'Il Giornale' Vittorio Feltri.

Matteo Renzi si dice certo che l’Italia ce la farà «malgrado i profeti di sventura», i famosi gufi e rosiconi.
L'ottimismo del premier, infatti, non sembra essere diminuito nonostante le docce fredde arrivate prima dall’Istat, che ha fotografato un Paese in recessione, e poi dall’agenzia di rating Moody’s, che ha tagliato le stime sul Pil italiano.
Il presidente del Consiglio ha assicurato che entro la fine dell’anno la crescita tornerà ad avere il segno più. «Io sono qui per cambiare verso, non l’universo», ha ricordato pochi giorni fa.
Del resto Renzi è in carica da meno di cinque mesi ed è ancora presto per fare un bilancio concreto e realistico del suo operato.
Anche se, per più di qualcuno quelle del segretario Pd sono “sparate”, per di più a salve.
FELTRI: «RENZI È SUL VIALE DEL CIMITERO». Ecco perché adesso alcuni di quelli che all’inizio avevano puntato tanto (se non tutto) sul bambinaccio di Firenze stanno facendo rapidamente dietrofront.
Come Vittorio Feltri. «Il ragazzo sa parlare, sa stare al mondo, non è timido, non esita a osare laddove non osano neanche le vecchie pantegane della politica», scriveva l’ex direttore di Libero e il Giornale lo scorso 9 febbraio. «A giudicarlo dall’eloquio e dalle apparenze», aggiungeva Feltri, «egli riesce a piacere persino a coloro i quali ne detestano il partito, rimasuglio insignificante della mummia comunista». Tranchant, invece, il giudizio che il giornalista dà oggi del premier: «Di lui non ce la faccio più. Mi ero convinto che fosse un fenomeno, invece non ho visto le opere di un fenomeno ma quelle di un italianuccio qualsiasi. Ha già imboccato il viale del cimitero».
ANNUNZIATA E LA «TENTAZIONE AUTORITARIA». Anche per un altro pezzo da 90 del giornalismo italiano come Lucia Annunziata il futuro del numero uno di Palazzo Chigi è tutt’altro che roseo. Più volte sul suo blog la conduttrice di In mezz’ora è intervenuta sparando palle incatenate su «Matteo», arrivando a scrivere – nel giorno della rimozione di Corradino Mineo dalla Commissione Affari costituzionali del Senato – che «brandire l’investitura popolare come legittimazione ad agire forzando le regole costituisce una tentazione autoritaria» (roba da Fatto quotidiano, per intenderci).
Nell’ultimo post, datato 4 agosto, Annunziata ha messo nero su bianco come «al di là della retorica della velocità, la perdita di tempo pare essere l’essenza di questo primo squarcio di governo».
Per questo «il promesso nuovo inizio» di Renzi si è ridotto «a un soffocante neo parlamentarismo, riportando in primissimo piano la politica politicista».

Anche la stampa internazionale critica nei confronti di Renzi

L'imprenditore Diego Della Valle.

Qualche bacchettata all’ex sindaco di Firenze è arrivata anche da Eugenio Scalfari.
Il 27 luglio, nel suo editoriale domenicale, il fondatore di Repubblica ha definito Renzi un «pifferaio». «Speriamo nella Madia. E nella Boschi. E nella Pinotti. E nella Mogherini. Se il pifferaio suona bene, loro faranno un buon coro, ma se il pifferaio stona, il concertone rischierà di diventare una gazzarra» (il 3 agosto, prima ancora delle parole pronunciate da Mario Draghi, Scalfari ha sostenuto che «forse l’Italia dovrebbe sottoporsi al controllo della Troika»: un altro schiaffo al premier).
Lo stesso giorno anche Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera, ha criticato il presidente del Consiglio in un fondo dal titolo emblematico: «Crescono solo le promesse». Touché.
L’AUT AUT DI DELLA VALLE. Ma non è solamente una parte (minoritaria) del mondo del giornalismo italiano a essere scontenta di Renzi.
Anche imprenditori e sindacalisti, molti dei queli prima avevano salutato con malcelata speranza l'arrivo del rottamatore, guardano con occhio critico al lavoro finora svolto dal premier.
E in certi casi il fuoco di fila è arrivato dagli insospettabili.
Diego Della Valle, patron di Tod’s e presidente della Fiorentina, uno che di Renzi è molto amico, non ha digerito il Patto del Nazareno e il 30 luglio, dalle colonne del Fatto, ha espresso il proprio malumore lanciando un aut aut al governo: «C’è da qualche mese, gli diamo il tempo che serve e a settembre ci ripresenteremo a chiedere nero su bianco quello che è stato fatto. Bisogna rimettere la palla al centro, basta con i teatrini della politica».
ANCHE LANDINI #CAMBIAVERSO. Chi aveva riservato numerose aperture di credito a Renzi e ora – per dirla con il suo slang – ha decisamente «cambiato verso» è il leader della Fiom, Maurizio Landini. «Deluso dal premier? Ha detto che voleva cambiare verso ma il verso è sempre quello di Confindustria e della Troika», ha recentemente spiegato il numero uno dei metalmeccanici, che ha aggiunto di temere l’instaurarsi di una «logica padronale finalizzata a un uomo solo al comando» e non ha escluso la possibilità di uno sciopero generale in autunno.
L’ECONOMIST: «PREMIER AMMACCATO». Uscendo dai confini nazionali, per Renzi le pagelle della stampa estera non sono tutte sufficienti.
Come per Mario Monti ed Enrico Letta, all’inizio anche a lui i principali organi di informazione internazionale avevano dedicato paginate entusiaste. Dopo i freddi dati citati in apertura, però, sono arrivate le critiche.
Anche fra loro si annidano gufi e rosiconi? Probabile.
Intanto, però, l’Economist scrive che «se Matteo Renzi, uno studente appassionato di politica americana, avesse prestato più attenzione allo slogan di successo inventato per la campagna presidenziale di Clinton nel 1992 (It’s the economy, stupid, ndr) oggi potrebbe essere in una posizione migliore di quella in cui si trova. La notizia della recessione lascia un’ammaccatura enorme nella credibilità della strategia del governo».
ATTACCHI DA WSJ E FINANCIAL TIMES. Anche altre due testate importanti come Wall Street Journal e Financial Times non hanno risparmiato attacchi al primo ministro italiano.
Per il quotidiano americano, che ha usato l’espressione «paralisi italiana», finora «ci sono pochi segni dei cambiamenti di vasta portata del mercato del lavoro, dei prodotti, delle revisioni della burocrazia e del sistema giudiziario necessari per rilanciare la crescita». Per il Ft, invece, gli imprenditori di casa nostra «hanno iniziato a esprimere timori che si tratti di un micromanager che si basa troppo su pochi amici fidati quando avrebbe invece bisogno di consulenti esperti da abbinare alla sua capacità politica».
Insomma: la lune di miele è già finita.
Ora toccherà a Renzi accelerare sul serio.
Cercando, possibilmente, di non finire fuori strada.

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