Barack Obama 140812153812
BASSA MAREA 12 Agosto Ago 2014 1535 12 agosto 2014

Medio Oriente, gli errori di Obama

Per cinque anni Washington ha improvvisato. Poi la svolta coi bombardamenti sull'Iraq.

  • ...

Il presidente Usa, Barack Obama.

Ogni bomba americana che aiuta gli alleati curdi attaccati dagli islamisti del nuovo califfato sunnita di Iraq e Siria, dove l’Isis è diventato Is (Islamic State), suggella la fine di cinque anni di politica mediorientale americana all’insegna dell’improvvisazione, dell’ignoranza e della leggerezza.
È un fallimento incominciato in Egitto. E alla fine potrebbe esserci un nuovo Medio Oriente che ridisegni i vecchi confini tracciati dagli europei - inglesi e francesi - quasi un secolo fa sulle spoglie ottomane.
Sta avvenendo nella zona quanto accaduto nell’ultimo decennio del secolo scorso nei Balcani, un’altra terra disegnata a tavolino poco meno di 100 anni fa. E Washington ha finalmente capito che non può lasciare che a tracciare i nuovi confini siano gli uomini del califfato del misterioso Abu Bakr al Baghdadi, deciso a cancellare dalla mappa Iraq e Siria e a combattere ovunque gli infedeli.
GLI AIUTI USA AI CURDI. Le missioni dei cacciabombardieri Usa stanno allentando la pressione degli islamisti sui curdi iracheni, che hanno spezzato l’assedio degli uomini del califfato a Erbil, riconquistato terreno, e ora dovrebbero riuscire a bloccare i jihadisti chiudendo i collegamenti tra il Kurdistan iracheno e quello siriano. A Erbil, inoltre, era stato spostato gran parte del personale americano ancora presente a Baghdad.
L’assedio ai 600 mila di etnia Yazidi rifugiati nella catena del Sinjar, a Est di Mosul, è per i fanatici del nuovo califfato una 'pulizia etnica' di «adoratori del diavolo», islamici eterodossi.
SCONTRO COL CALIFFATO. La vera manovra strategica è quella contro i curdi, un popolo islamico tollerante di circa 30 milioni di persone a cavallo fra Iraq, Siria, Turchia (il braccio armato dei curdi di Turchia, il Pkk nemico di Ankara, ha deposto le armi nel 2013) e Iran: si tratta, forse, della più grossa etnia al mondo senza una patria autonoma, da tempo sotto protezione dell’Occidente - inglesi prima e americani poi - che Washington non poteva abbandonare.
PROTEZIONE DEI CRISTIANI. Sono gli unici, tra l’altro, che proteggano in quell’area i cristiani, invisi ai sunniti del califfato e agli sciiti che per ora comandano - si fa per dire - a Baghdad.
La sconfitta dei curdi sarebbe stata la prova che la proclamazione del califfato islamico (28 giugno) che unisce in un nuovo ridisegno Iraq nordoccidentale e Siria nordorientale era una realtà.
Ma se Erbil per ora forse è salva, grazie agli F18 della Us Navy e ai droni, la politica di Obama in Medio Oriente è al disastro.

I fallimenti di Obama in Medio Oriente complicano i rapporti con Israele

Soldati Peshmerga in Iraq.

La mano tesa agli islamici moderati - strategia del presidente americano - ha fallito in Egitto, è stata un nulla di fatto in Siria (di islamici moderati non ne sono stati trovati), e sta naufragando in Iraq, dove solo la forza può aiutare gli unici alleati affidabili, i curdi. E ha complicato più del dovuto i rapporti con Israele, che Washington ha - non sempre sbagliando - bacchettato per dimostrare agli arabi apertura e comprensione.
Nel ben noto discorso del Cairo di giugno 2009, Obama tendeva la mano agli islamici, a quelli moderati naturalmente, «per cercare un nuovo inizio fra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo».
NODO PRIMAVERA ISLAMICA. La Primavera islamica, la richiesta cioè di cambiamenti politici, era in pieno fulgore un anno e mezzo dopo in vari Paesi, con Piazza Tahrir al Cairo simbolo e teatro massimo; a febbraio 2011 avvennero le dimissioni del presidente egiziano Hosni Mubarak, da sempre miglior alleato degli Usa in Medio Oriente; nel frattempo ci fu la cacciata di altri leader altrove e una sanguinosa rivolta in Libia - e molte anime belle la definirono all’inizio democratica - della quale approfittarono Francia e Germania per intervenire militarmente con l’obiettivo di migliorare la loro non grande presenza nel petrolio e gas libici.
DOPPIO GIOCO IN EGITTO. Washington fu lenta a vedere i contorni veri della Primavera araba, nobile per alcuni, strumentale per altri. Salutò con soddisfazione l’elezione in Egitto nel giugno 2012 di Mohammed Morsi, nuovo presidente candidato dei Fratelli musulmani, e tagliò gli aiuti al Paese quando i militari nel luglio 2013 lo deposero, nonostante le proteste di Piazza Tahrir contro il capo dello Stato accusato di aver abolito varie garanzie costituzionali per «salvare la nazione», che governava per insindacabile decreto e che cercava di adottare una Costituzione di matrice fortemente islamista e intollerante.
SOSTEGNO AD AL SISI. Gli aiuti americani all’Egitto e al nuovo presidente Abdel Fattah al Sisi, capo dei militari e del golpe anti-Morsi, eletto presidente a maggio 2014, sono stati ripristinati con una riconversione a 180 gradi dopo una visita al Cairo, a giugno, del segretario di Stato, John Kerry.
Il Paese, infatti, aveva cercato e trovato a Mosca ciò che Washington, per «offesa democrazia», non voleva più dare. Al Sisi è esattamente il nuovo Mubarak.

La delegittimazione di Washington risale all'immobilismo in Siria

Un caccia Usa diretto in Iraq per dare sostegno ai curdi.

Obama non poteva fare diversamente in Egitto perché nel frattempo la Siria, con più gruppi e territori nella rivolta contro il presidente Bashar al Assad che reagiva duramente, si dimostrava intrattabile con i ribelli spesso in lotta tra loro.
Difficile per Washington trovare nello scontro alleati da armare. Le dure minacce a Damasco per l’uso di armi chimiche rimanevano, errore madornale di Obama e delegittimazione Usa in tutto il Medio Oriente, senza conseguenze. Milioni di dollari di aiuti finivano anche ai ribelli ultraislamici.
ARMI AI PESHMERGA. Che ora, pure in Iraq, si sono impossessati di molto materiale americano passato all’esercito regolare iracheno ormai allo sbando. Ed è per questo che anche l’Italia, con l’Europa, si sta attrezzando per inviare armi ai curdi a mal partito per affrontare un avversario bene equipaggiato.
A Washington, ma anche a noi, non restano che i Peshmerga, mentre la realtà di un Iraq smembrato avanza. Chissà se alla fine si arriverà ad appoggiare, di fatto, il mostro Assad nella riconquista del suo territorio, dando platealmente ragione così alla politica russa in Medio Oriente.
DISTRATTI DA KIEV E GAZA. In Iraq è nato il califfato transfrontaliero mentre l’attenzione del mondo era tutta concentrata sull’Ucraina e su Gaza.
«La nascita del nuovo Stato», ha scritto sul London Review of Books Patrick Cockburn a lungo occhio in Medio Oriente del Financial Times e poi di The Independent, «è il cambiamento più radicale alla geografia politica dell'area dagli accordi Sykes-Picot dopo la Prima Guerra mondiale. Eppure questa esplosiva trasformazione ha creato misteriosamente per ora poco allarme internazionale». Fino a ieri.
LE CRITICHE DI CLINTON. A Washington sul cadavere della politica mediorientale è ormai lotta.
L’ex segretario di Stato, Hillary Clinton, ha accusato la Casa Bianca di non aver saputo individuare nel 2012 e 2013 gruppi siriani ribelli da aiutare. Obama li sta ancora cercando e ha chiesto forti stanziamenti al Congresso. Potrebbe essere l’eterna ricerca della Terza via fra tiranni e fanatici, cercata già a suo tempo, inutilmente, quando l’Indocina era ancora francese e ancora dopo.
DOVE SONO GLI ESPERTI? Nel frattempo non resta che chiedersi dove Washington abbia nascosto in questi anni i suoi validi esperti di Medio Oriente, quegli eredi di Bill Eddy, il mitico interprete che prese parte all'incontro fra re Abdulaziz d’Arabia Saudita e il presidente Franklin Delano Roosevelt sull’incrociatore americano Quincy nel Canale di Suez il 14 febbraio 1945 . Eddy ci avrebbe salvato dall’attuale disastro.

Correlati

Potresti esserti perso