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ESTERI 22 Agosto Ago 2014 1632 22 agosto 2014

Isis, l'Arabia Saudita dietro l'ascesa del Califfato

McCain loda Abdullah. Per non essersi piegato a Obama. Ma lo Stato Islamico è stato aiutato da esponenti sauditi.

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John McCain.

A Washington in molti sono convinti che Barack Obama abbia sbagliato tutto. Che doveva agire in Siria molto prima. Che doveva essere un vero comandante in capo sul fronte mediorientale. Ma le élite di Washington affamate di interventismo sembrano ancora una volta non aver considerato i mostri che rischiano di nascere dalla filiera della guerra.
In un articolo apparso su The Atlantic, Steve Clemons, giornalista e fondatore dell'American Strategy Program del think tank centrista New America Foundation, ha messo in fila una sequenza di fatti che riportano l'America all'incubo di Osama bin Laden, il nemico allevato in casa dagli alleati sauditi.
MCCAIN APPLAUDE RIAD. Proprio i sauditi infatti sono stati tra i principali sostenitori delle milizie ribelli in Siria. E per questo hanno incassato i complimenti dei falchi di Washington. A gennaio 2014, il senatore repubblicano John McCain, l'esperto di politica estera del centrodestra Usa, dichiarava alla Cnn in polemica con la linea di Obama: «Grazie a Dio per i Sauditi e il principe Bandar». Un mese dopo, alla conferenza per la sicurezza di Monaco, ribadiva: «Grazie a Dio per i Sauditi e il principe Bandar, e i nostri amici del Qatar».
Il principe Bandar a cui si riferiva McCain è Bandar bin Sultan, allora numero uno dell'intelligence saudita e ambasciatore della monarchia araba negli Stati Uniti dal 1983 al 2005: l'uomo che ha rappresentato la monarchia integralista dei Sauditi a Washington per dodici lunghi anni, davanti ai governi Reagan, Clinton e soprattutto Bush, un americano di adozione a capo degli agenti segreti della monarchia del Golfo.
LE DIMISSIONI DI BANDAR. Nell'agosto del 2013 i due repubblicani e veterani di guerra McCain e Lindsey Graham si rivolgono a lui per chiedere un intervento saudita nel pantano siriano. E sempre a lui si rivolge il segretario di Stato John Kerry per tentare di bloccare i lauti finanziamenti alle brigate siriane in arrivo dall'Arabia.
Le risposte del plenipotenziario arabo fanno ipotizzare che i Sauditi abbiano tenuto una linea ben diversa da quella degli alleati americani. Almeno fino a un certo punto.
Di fronte alle richieste di Kerry, infatti, il principe ha chiuso ogni spiraglio, dichiarando gli Usa «non più credibili» sul Medio Oriente.
Ma ne ha anche sofferto le conseguenze. Il 28 marzo Barack Obama ha incontrato il re Saudita Abdullah e due settimane dopo Bandar non era più il numero uno dei servizi segreti sauditi. L'uomo ha pagato il braccio di ferro con gli americani con le dimissioni dalla prima linea, dal ruolo che gli dava più potere e autonomia e la possibiltà di decidere almeno in parte le sorti della regione. E si è dovuto accontentare di restare nel cerchio magico della monarchia: segretario generale del Consiglio reale per la sicurezza.

Un funzionario qatariota: «L'Isis è un progetto saudita»

Bandar bin Sultan.

Secondo quanto ha ricostruito Clemons su The Atlantic, le dimissioni di Bandar sarebbero state la conseguenza degli attriti tra Usa e Arabia Saudita sulla gestione del dossier siriano.
Gli Stati Uniti con gli alleati occidentali Francia e Turchia hanno investito sul disorganizzato Free Syrian Army. Ma i gruppi più efficaci anti Assad sono diventati gli integralisti di al Nusra (sigla legata ad al Qaeda) e l'Isis.
Il sostegno alla prima sarebbe arrivato dal Qatar. Un funzionario qatariota avrebbe dichiarato a Clemons di poter identificare i capi della brigata operativi nei diversi centri siriani. Ma l'uomo di Doha avrebbe anche preso le distanze dai guerriglieri del Califfato: «L'Isis», è la testimonianza riportata da Clemons, «è stato un progetto saudita».
ARABIA, CAPITALI A DAMASCO. L'ex primo ministro iracheno al Maliki aveva accusato apertamente Qatar e Arabia di finanziare i terroristi, utilizzando come ha scritto Lettera43.it soprattutto l'hub del Kuwait. Ma ora le accuse contro l'Arabia sembrano più circoscritte.
Il dossier sarebbe stato discusso a febbraio nella riunione tra il consigliere per la sicurezza nazionale americana Susan Rice e tra gli altri i capi delle intelligence di Turchia, Qatar e Giordania. L'Arabia ufficialmente ha sempre negato ogni supporto all'Isis, ma dietro alle smentite le ricostruzioni del controspionaggio raccontano di capitali privati caduti a pioggia sulla terra martoriata di Damasco.
COME AL QAEDA IN AFGHANISTAN. L'impressione è che mentre il segretario alla Difesa americana Chuck Hagel e il capo dello Stato maggiore Martin Dempsey frenavano sulla fornitura di armi ai ribelli proprio per paura di andare ad armare la spirale integralista, la linea di Bandar (e dei nomi di peso del partito repubblicano di Washington) andasse in tutt'altra direzione.
Lo schema insomma potrebbe essersi ripetuto. Dopo i mujaheddin dell'Afghanistan armati e trasformatisi in al Qaeda, i repubblicani americani potrebbero essere stati sostenitori della nascita dell'ennesimo mostro medio orientale.

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