Movimento Cinque Stelle 140820131059
FOCUS 22 Agosto Ago 2014 1004 22 agosto 2014

Movimento 5 stelle, la politica estera: dall'Is all'Iran

La diplomazia secondo i grillini.

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Le armi ai curdi non saranno inviate nel loro nome. Il Movimento 5 Stelle ha votato contro la fornitura di razzi, mitragliatrici e fucili ai peshmerga iracheni impegnati a combattere i macellai dell'Isis in Iraq. Se al governo ci fossimo stati noi, ha dichiarato il segretario della commissione Esteri alla Camera Carlo Sibilia, «non si sarebbe arrivati a questo punto».
Sul blog di Grillo, Alessandro Di Battista ha spiegato che, invece di fornire armamenti destinati a finire nelle mani di chissà chi, bisognava tentare la via del negoziato, anche con i terroristi. O quantomeno aprire una conferenza di pace aperta a tutti gli interlocutori, compresi a suo dire gli Stati bolivariani dell'America Latina.
TRA BLOG E PARLAMENTO. Finora le posizioni dei pentastellati sono state discusse quasi sempre online. I gruppi di lavoro delle Commissioni parlamentari però hanno viaggiato paralleli. Provando a rendersi autonomi dai lider maximi, ma anche e soprattutto a formarsi competenze che prima non avevano. Sul conflitto ucraino hanno chiuso a ogni coinvolgimento, hanno chiesto l'ammorbidimento delle sanzioni sull'Iran, una commissione di inchiesta sui marò e l'abbandono delle basi americane sul suolo italiano e sono stati nettissimi contro Israele sulla crisi di Gaza.
A mettere insieme il lavoro parlamentare e le dichiarazioni sul sito di Grillo, il M5s passa in un clic da posizioni idealiste al complottismo: secondo un intervento apparso sul blog ad esempio la guerra in Siria sarebbe parte di un disegno criminale degli Usa per riappropiarsi del Medio Oriente.
LA PROVA DELLA POLITICA ESTERA. Sono antimilitaristi ma si spendono in difesa dei militari, sono intrisi di economicismo - ogni guerra è fatta per le risorse - ma sono pragmatici se si tratta dell'economia italiana, danno priorità alla via diplomatica ma esercitata da non si sa quale attore, visto che non è ancora chiara la politica grillina nei confronti di Bruxelles. Ecco il M5s alla prova della politica estera.

L'Iraq? Non armare i curdi e allargare il tavolo all'America Latina

Il primo a spiegare le posizioni del M5s sull'invio di armi ai curdi è stato Alessandro Di Battista.
Con alle spalle esperienze di cooperazione nel Sud del mondo, il più conosciuto dei grillini è alfiere di un anti-americanismo educato in quella America Latina che degli Usa ha conosciuto solo colpi di Stato e sopraffazione.
IL RUOLO DELL'ALBA. E non importa se, dopo i decenni di errori su cui il M5s punta il dito, Obama ha tentato la strada del disimpegno e si è dimostrato riluttante a intervenire in Medio Oriente, attirandosi critiche fuori e dentro Washington.
Appena c'è l'occasione, ha argomentato Di Battista, gli Usa si autoproclamano «in barba al diritto internazionale, poliziotti del mondo». Di Battista, in un post pubblicato il 16 agosto, ha proposto una conferenza di pace per l'Iraq che coinvolga non solo gli attori regionali, ma anche l'«Alba», intendendo con tutta probabilità l'Alleanza bolivariana dei popoli dell'America Latina, nata nel 2004 per volontà di Cuba e del Venezuela e allargata poi a Bolivia, Ecuador, Nicaragua e agli Stati caraibici. In generale tutti i Paesi sudamericani non alleati agli Usa.
Cosa avrebbero da dire sull'Iraq? Dovrebbero farsi garanti di un ordine multipolare in cui ci sia un contrappeso latinoamericano agli Stati Uniti? E perché il Brasile non dovrebbe avere voce in capitolo? Nessuna risposta.
COINVOLGERE LA SOCIETÀ CIVILE. Nel dibattito del 20 agosto, invece, i parlamentari della commissione Esteri e Difesa hanno chiesto ufficialmente «che l'Europa si presti come facilitatrice di una Conferenza di dialogo politico tra le parti, che preveda anche meccanismi di secondo livello per la partecipazione delle società civile». Un ruolo, hanno spiegato, che potrebbe essere svolto con più credibilità dall'Ue che dagli Usa.

La Siria? Parte del «disegno criminale» degli Usa sul Medio Oriente

Il dibattito sulla Siria è durato ben più a lungo. Nel giugno del 2012 Grillo confidava al cronista israeliano Menachem Gantz che in Siria «potrebbero esserci agenti segreti americani infiltrati: un complotto Usa».
Il 7 agosto di quell'anno, sul blog appariva un intervento di Walter Lorenzi della Rete pacifista Disarmiamoli. «In Siria non si sta combattendo la guerra della libertà contro la dittatura», diceva, perché altrimenti «le prime a cadere dovrebbero essere quelle dell’Arabia Saudita, del Qatar».
SÌ ALLA TRATTATIVA DIPLOMATICA. L'unica soluzione, argomentava, è la «trattativa diplomatica». Che però è arrivata con un anno di ritardo, quando sono stati 'scoperti' gli arsenali di armi chimiche di Bashar al Assad, riaprendo la possibilità di un intervento americano.
E il 27 agosto 2013 è apparso un altro post, di tutt'altro tono, a firma dell'attivista-giornalista Mario Albanesi, che sottolineava la «pretesa degli Stati Uniti» di «impadronirsi di tutto il Nord Africa e il Medio Oriente, facendo volare in pezzi le relative nazioni, per poi intervenire in veste di pacieri e impadronirsi dei giacimenti di petrolio e di quella che è l'energia del prossimo futuro, cioè il gas naturale». A questo «disegno criminale», aggiungeva, sono sfuggiti solo «Siria e Iran».
I GAS? DEGLI AMERICANI. La conseguenza era da manuale di complottismo: «Sono stati gli Usa a fornire ai tagliagole questo gas letale. Le televisioni fanno di tutto con la loro informazione assassina per confondere le idee alla gente, quando la situazione invece è estremamente semplice, e non rimane che sperare sui deputati e senatori del Movimento 5 Stelle che in Terza e in Quarta commissione di Camera e Senato possono far sentire la loro voce».
Due giorni dopo, in parlamento, il M5s chiedeva l'immediata convocazione d'urgenza delle Camere sulla crisi siriana. E diceva no a qualsiasi coinvolgimento italiano. «Non si usi», affermavano i grillini, «il Consiglio di Sicurezza dell'Onu come ente certificatore che appone il bollino per nuove avventure guerresche: noi respingiamo qualsiasi impiego militare italiano, sia di uomini che di mezzi che di basi logistiche».

I marò? Congelare la relazioni diplomatiche con l'India

Un punto è sempre stato chiaro per i pentastellati: niente basi a disposizione delle forze statunitensi sul suolo italiano. Grillo sul blog lo ha ripetuto più volte. E mentre al Congresso americano era in corso lo scontro sul tetto del debito, l'ex comico scriveva che il rischio di bancarotta di Washington era legato ai soldi spesi per le guerre fuori dai propri confini.
«Semplificando, i democratici vogliono più tasse per le classi abbienti, i repubblicani tagli dello Stato sociale. Eppure la soluzione è semplice», osservava Grillo, «si tolgano dai coglioni dal resto del mondo con i loro sommergibili atomici, ordigni nucleari, droni, basi militari, eserciti, portaerei, cacciabombardieri. Eviteranno il default e staranno meglio anche gli altri».
CHIESTO IL RITIRO DEI SOLDATI. Il gruppo parlamentare ha presentato una risoluzione contro la disposizione di armi Usa in Italia, ha chiesto il taglio al programma di acquisto degli F35, domandato il ritiro dei soldati italiani dall'Afghanistan, ma anche dal Libano, dove pur lavorano sotto egida Onu.
Nell'autunno del 2013, quando il rifinanziamento delle missioni militari italiane all'estero non aveva ancora ottenuto il via libera, ma i soldati rimanevano sul campo, i grillini evidenziavano la contraddizione: «I nostri soldati sono semplicemente lasciati allo sbaraglio. Un atteggiamento che non possiamo che definire a tutto tondo come anti-patriottico».
DALLA PARTE DEI FUCILIERI. Non con le armi, ma con i militari, insomma. Una linea tenuta anche sul caso dei marò. I parlamentari a 5 stelle hanno chiesto con una mozione l'internazionalizzazione della vicenda e anche l'istituzione di una vera commissione di inchiesta sul caso, mettendo in evidenza i problemi nella catena di comando che sono ricaduti su Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.
Hanno accusato il governo di fare campagna sui due fucilieri, ma hanno promosso la visita dei parlamentari in India. E sono arrivati a chiedere ufficialmente «di valutare l'opportunità di sospendere, di concerto con tutti i Paesi membri dell'Unione europea, le relazioni diplomatiche con New Delhi, perché la questione dei marò non rimanga un affare bilaterale».
«I nostri due marò sono ancora detenuti ingiustamente in India», scrivevano i cittadini del M5s, «Massimiliano e Salvatore sono forti, resistono, ma hanno il diritto di tornare liberi e riabbracciare le loro famiglie. Il Movimento 5 stelle c'è, resta vigile e si muove per far rientrare i nostri due marò in Patria».

Sanzioni morbide all'Iran e accordi con Israele da sospendere

I grillini, insomma, oscillano tra idealismo di principio e puro pragmatismo, tra complotti e richieste al governo di credibilità. Il gruppo degli Affari Esteri alla Camera e al Senato ha presentato due disegni di legge, una interpellanza, tre interrogazioni, due mozioni e quattro risoluzioni.
Si tratta di proposte sulla cooperazione, proteste contro i tagli agli istituti di cultura e, soprattutto, molto non interventismo.
«L'ITALIA NON SI SCHIERI». L'Ucraina? Che l'Italia non si schieri, chiedevano il 30 maggio i parlamentari degli Esteri di Camera e Senato: «Ribadiamo i nostri principi pacifisti e invitiamo Renzi e i suoi ministri, Pinotti e Mogherini, a prendere le distanze da una guerra che presto rischierà di inglobare anche il nostro Paese provocando tra l'altro, pesanti ricadute sul tessuto economico italiano soprattutto per quanto riguarda l'approvvigionamento del gas».
POSIZIONE NETTA SU GAZA. Gli interessi economici prevalevano anche nella richiesta di un ammorbidimento delle sanzioni all'Iran: «Un mercato per il quale è da prevedersi una grande espansione e verso cui l'Italia è sempre stata un valido ed apprezzato interlocutore, presto ci ritroveremo a parlare di un'ulteriore, grande 'occasione persa'».
Al contrario, la posizione sul conflitto israelo-palestinese è netta. I grillini hanno presentato sette proposte su Gaza, tra cui il blocco della vendita di armi e la sospensione degli accordi commerciali con Tel Aviv e una revisione dell'etichettatura delle merci prodotte nei territori occupati.

Un'Unione europea integrata, Stati nazione, autonomie: cosa vuole il M5s?

Nonostante lo sviluppo dell'attività parlamentare, i grillini non hanno però risolto l'interrogativo di fondo: la politica estera del M5s è pensata all'interno di un'Europa più integrata oppure no? A dir la verità non è nemmeno chiaro che idea abbiano degli Stati nazionali.
Parlando dell'Iraq, Di Battista ha denunciato le colpe del colonialismo, reo di aver messo insieme minoranze etniche e confessionali differenti, e ha quasi invocato la creazione di Stati etnici, venendo criticato subito dai Verdi.
Ma se il colonialismo è evidentemente stato uno schiacciassassi, il blog di Grillo ha più volte propugnato l'idea del ritorno a presunte identità storiche precedenti agli Stati nazione anche in Europa.
Il 9 dicembre 2010, per esempio, a pochi giorni dall'avvio del 150esimo anno dall'Unità di Italia, il sito spiegava che da un secolo e mezzo «siamo in guerra, anche con noi stessi, per affermare un'identità che non abbiamo».
DALLA SECESSIONE AGLI STATI ETNICI. Se ci fosse uno 'sciogliete le fila', era la tesi, si tornerebbe allora alla «Repubblica di Venezia con i suoi mille anni di Storia, la Repubblica di Genova, lo Stato delle Due Sicilie, Stato legittimo invaso con le armi».
«È necessario», era la conclusione «rivedere il nostro passato e dimenticare il 'glorioso' Risorgimento per rimanere insieme in una federazione di Stati, simili a quelli pre-unitari, ognuno con la sua Storia e la sua autonomia».
Di nuovo il 2 ottobre del 2011, in un post intitolato «Napolitano e la secessione», Grillo prendeva l'esempio dell'Olanda che con le dimensioni del Lombardo Veneto compete in modo egregio nello scenario mondiale. E tralasciava l'inserimento dell'Aja nella Ue.
«RISPOSTE NON PIÙ RINVIABILI». Se sono in molti a teorizzare la crisi degli Stati nazione, resta da capire cosa vuole il Movimento 5 stelle come forza politica.
Un'Italia federale? Un'Europa delle regioni? O sulla scia di teorici come Serge Latouche un ritorno a zone non meglio specificate unite dall'omogeneità culturale? La domanda è lecita, soprattutto dopo l'alleanza con il nazionalista Nigel Farage.
Il 7 agosto 2014, la grillina Marta Grande ha dichiarato in parlamento: «La nostra politica estera non è chiara, il governo temporeggia, non si esprime, non assume posizioni mentre certe risposte non sono più rinviabili». Vero e vale per tutti: le risposte non sono più rinviabili.

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