Ahmet Davutoglu Erdogan 140822143133
MEDIO ORIENTE 24 Agosto Ago 2014 0745 24 agosto 2014

Is, il riposizionamento dei Paesi finanziatori della jihad

Come cambiano gli equilibri nella regione.

  • ...

Il premier turco Ahmet Davutoğlu con il presidente Recep Tayyip Erdoğan.

In Turchia il tre volte premier e neo presidente Recep Tayyip Erdoğan ha messo un fedelissimo sulla poltrona che era stata sua.
L'ex ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu, promosso a capo dell'esecutivo, è ancora più allineato con il sultano dell'ex presidente Abdullah Gül, ex compagno di partito di Erdoğan ritenuto ideale per una staffetta.
Ma tanto Gül quanto il vice premier Bülent Arınç, critici con le mosse prevaricatrici e scomposte del neo presidente, alla fine sono stati messi da parte. Sui due cofondatori dell'Akp (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) è prevalso il diplomatico che, dal 2009, ha guidato la politica estera di Ankara.
I DONATORI DELLE RIVOLTE. Cinquantacinque anni, l'accademico di relazioni internazionali insignito capo degli ambasciatori è considerato il Richelieu conservatore turco capace di tessere, negli anni, buone relazioni economico-commerciali con l'Iran sciita. E, contemporaneamente, di spingere i sommovimenti sunniti della Primavera araba, nel nome di una grande rinascita islamica targata Akp.
Ad Ankara si attende il nome del nuovo ministro degli Esteri. Ma già dall'ascesa del tandem Erdogan-Davutoğlu ai massimi vertici, le ambizioni di leadership regionale della Turchia ne escono rafforzate.
Dall'Arabia Saudita al Qatar, da un po' di mesi altri tasselli nei ruoli chiave dei governi finanziatori delle rivolte, e per estensione anche dell'Is (Stato islamico), tutti alleati degli Usa, sono in via di ridefinizione. Con esiti incerti per l'Asia e l'Europa.

Enigma Davutoglu: moderato o eminenza grigia della jihad?

A livello concettuale, con Davutoğlu premier l'obiettivo del Paese resta l'imposizione interna di uno Stato islamico (dal divieto di alcol al controllo pubblico della morale) e, all'estero, la diffusione del modello turco tra i Paesi arabi.
Padre di quattro figli e sposato con una donna medico rigorosamente velata e anti-abortista, Davutoğlu è stato consigliere di punta di Erdoğan, ossia architetto della politica estera anche prima delle nomine governative, gestendo momenti difficili come la mediazione nella guerra di Gaza nel 2004 e lo scontro con Israele nel 2010, per i morti della Freedom Flotilla.
Ideologicamente si configura come la mente del conservatorismo sunnita turco dell'Akp: Davutoğlu proviene da una famiglia religiosa ed è un islamista intransigente.
ARCHITETTO DELL'AKP. Nell'anno elettorale del 2014 (amministrative e presidenziali) con Erdoğan, ha firmato la dichiarazione di condoglianze agli armeni, ha aperto ai curdi e, prima della Primavera araba, le sue triangolazioni da soft power includevano anche la mano tesa al presidente siriano Bashar al Assad.
Con le rivolte del 2011, i toni sono cambiati e il finanziamento impulsivo e spregiudicato di Ankara agli estremisti islamici ha dato frutti disastrosi. In molti hanno visto in tanta irruenza un agire diretto di Erdoğan. Ma, a differenza di Gül e Arınç, Davutoğlu non ha mai preso le distanze dall'ex premier.
IL FACTOTUM DI ERDOGAN. In attesa delle legislative del 2015, il neo premier è stato designato in una riunione dei vertici dell'Akp, presieduta da Erdoğan, che pare intenzionato a invertire rotta sull'appoggio ai jihadisti. Ma è difficile capire, a questo punto, come si muoverà il suo factotum, specie se, come da indiscrezioni, ministro degli Esteri turco dovesse diventare l'attuale capo dei servizi segreti turchi (Mit) Hakan Fidan.

Arabia Saudita e Qatar: il riposizionamento dei donatori del Golfo

Ai vertici di altri due Stati, Arabia Saudita e Qatar, accusati di foraggiare indirettamente i jihadisti (incluso l'Is), sono avvenuti importanti cambi della guardia. Altri ne potranno avvenire, in particolar modo in Arabia Saudita, con risvolti centrali per gli sviluppi mediorientali.
In Qatar, intanto, nel giugno di un anno fa l'emiro Hamad bin Khalifa al Thani, iperattivo in Libia e nella guerra ad Assad, abdicava in favore del figlio 30enne Tamin, aprendo, almeno formalmente, la via alle nuove generazioni.
Nel piccolo emirato è seguito poi un corposo rimpasto di governo che, tra le variazioni, ha portato all'incarico a ministro degli Esteri dell'ex militare e businessman 47enne Khalid bin Mohammad Al Attiya, in sostituzione dell'ex premier Hamad bin Jassim al Thani, che dal 1992 teneva le redini del dicastero.
MAQUILLAGE ANTI JIHAD. Come primo ministro è subentrato inoltre l'ex ministro degli Interni Abdullah bin Nasser al Thani. Va da sé che anche il neo premier qatariota sia un militare e, come il predecessore, appartenga alla grande royal family al Thani.
Ma l'aver rimosso Hamad bin Jassim, braccio destro dell'ex sovrano e di casa a Washington, anche dalle cassaforte miliardaria della Qatar Investment Authority (Qia) ha dato una bella spolverata di viso agli antagonisti di Riad.
Analoga mossa è stata compiuta, pochi mesi dopo, dal re saudita 90enne Abdallah al Saud, che strozzato dalla lotta di successione nella tribù di figli e nipoti, in primavera si è liberato del discusso capo dell'intelligence Bandar bin Sultan: storico ambasciatore a Washington e pietra miliare dell'alleanza tra Bush padre e figlio e Riad, nonché padre finanziatore delle cellule salafite nel mondo (serbatoi terrorismo) e dei dossier-patacca sulle armi di distruzione di massa.
Voci di dimissionamento circolavano anche sul ministro degli Esteri saudita Saud bin Faisal al Saud, in servizio dal 1975. Malato di Parkinson, finora però il ministro più longevo al mondo non si è mosso.
LA FAIDA DEGLI AL SAUD. Ma da bin Sultan, il dossier sulla Siria non sarebbe passato a bin Faisal, bensì al ministro degli Interni Mohammed bin Nayef, 55enne rampante e tra i più accaniti contendenti al trono.
Convinto dell'effetto boomerang qaedista, con un abile maquillage la gestione bin Nayef Riad ha dichiarato guerra al terrorismo, bandendo tutti i jihadisti in una black list che include i Fratelli musulmani. Finito nel mirino con la Turchia, anche il Qatar finanziatore della Fratellanza ha disconosciuto l'Is, dichiarando la decapitazione di James Foley un «crimine ignobile contrario ai principi dell'Islam».
Nello scaricabarile, la palla dei «donatori privati» è passata così agli hub degli Emirati arabi e soprattutto al Kuwait: per gli analisti Usa «epicentro del finanziamento dei gruppi terroristi in Siria». Ma l'interrogativo resta: dietro loro, chi c'è?

Correlati

Potresti esserti perso