Raffaele Lombardo 130918144746
GIUSTIZIA 25 Agosto Ago 2014 2055 25 agosto 2014

Raffaele Lombardo, il giudice: «Dava appalti per voti»

Le motivazioni della sentenza di febbraio.

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Raffaele Lombardo.

Raffaele Lombardo «ha sollecitato, direttamente o indirettamente, i vertici di Cosa nostra a reperire voti per lui e per il partito per cui militava (le regionali in Sicilia del 2001 e nel 2008 e le provinciali a Enna nel 2003) ingenerando nei medesimi il convincimento sulla sua disponibilità a assecondare la consorteria mafiosa nel controllo di concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici».
Lo scrive il giudice per l'udienza preliminare di Catania Marina Rizza nelle motivazioni della sentenza del 19 febbraio con la quale, a conclusione di un processo col rito abbreviato condizionato, ha condannato l'ex presidente della Regione Siciliana a sei anni e otto mesi di reclusione per concorso esterno all'associazione mafiosa. Il documento, 325 pagine, è stato depositato il 18 agosto.
«AZIONI SISTEMATICHE E CONSAPEVOLI». Per Rizza appare «provato» che Raffaele Lombardo abbia «contribuito sistematicamente e consapevolmente», anche mediante «le relazioni derivanti dalla sua pregressa militanza in più partiti politici», alle «attività e al raggiungimento degli scopi criminali dell'associazione mafiosa» per «il controllo di appalti e servizi pubblici». Ma «il contributo più rilevante, concreto e effettivo prestato dal Lombardo all'associazione Santapaola-Ercolano» secondo il giudice, «a ben vedere, consiste nella creazione» di un «complesso sistema organizzativo ed operativo di cui facevano parte, quali componenti parimenti necessari, gli imprenditori 'amici' e gli esponenti della 'famiglia', creando vantaggi di cui beneficiava anche l'associazione mafiosa».
IL PRESUNTO COINVOLGIMENTO DI CIANCIO. Il 'modus operandi', secondo il gup, era sempre lo stesso: «Acquistavano terreni agricoli nella prospettiva di ottenerne la variazione di destinazione urbanistica, e poi realizzare elevati guadagni con la plusvalenza» della proprietà. Il giudice cita l'esempio di quattro casi: il piano di costruzione di alloggi per militari Usa di contrada Xirumi, non realizzato, e tre centri commerciali, dei quali uno solo è stato costruito. In questo contesto il gup Rizza cita il caso di Mario Ciancio, editore e componente del consiglio di amministrazione dell'Ansa (estraneo al procedimento), indagato per concorso esterno all'associazione mafiosa, per il quale la procura ha chiesto per due volte l'archiviazione. Il fascicolo è ancora pendente.
LA DIFESA DELL'EDITORE. Nella sentenza il gup rimanda alla procura alcuni degli atti che l'ufficio aveva allegato al processo Lombardo. Secondo Rizza il progetto di due affari trattati anche dall'editore «annoverava tra i soci un soggetto vicino a Cosa nostra palermitana». Il modus operandi e la presenza di elementi vicini alla mafia, osserva il giudice, fanno ritenere «con un elevato coefficiente di probabilità che lo stesso Ciancio fosse soggetto assai vicino al sodalizio» e avrebbe quindi «apportato un contributo concreto, effettivo e duraturo alla 'famiglia' catanese». L'editore replica sottolineando di essere in «possesso dei terreni da oltre 40 anni, circostanza che confligge con l'ipotesi di acquisti effettuati per lucrare lauti guadagni in combutta con ambienti mafiosi». «Non intendo subire, però», conclude, «alcuna condanna senza giudizio e sono indignato per essere stato indicato come persona vicina ad ambienti mafiosi».

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