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ANALISI 25 Agosto Ago 2014 1922 25 agosto 2014

Siria: Bashar al Assad, le quattro vite del dittatore

Da laico moderato a dittatore spietato. Ora è alleato decisivo.

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Se la pazienza è la virtù dei forti, da oggi lo è un po’ anche degli spietati.
Tre anni e 180 mila morti dopo lo scoppio della guerra civile in Siria, il presidente Bashar al Assad ha completato il cerchio, tornando al punto di partenza.
Il 25 agosto ha offerto il proprio aiuto agli americani nella lotta contro i terroristi islamici dell’Is (Islamic State), proponendosi infine all’Occidente come l’alleato di cui ha terribilmente bisogno in un Medio Oriente dilaniato dalle guerre settarie e sbriciolato dal furore jihadista.
NEL 2013 PER GLI USA ERA UN TERRORISTA. Stranezze della storia: soltanto un anno fa, alla fine dell’estate del 2013, il terrorista agli occhi di Washington era proprio Bashar, reo di aver usato armi chimiche contro la sua stessa popolazione, e le bombe da sganciare erano quelle sul suo quartiere generale a Damasco.
Ma le geometrie variabili del Medio Oriente sono ancora più variabili da quando i confini tracciati con il righello alla fine dell’Impero Ottomano sono crollati sotto il peso delle lotte intestine e dell’incapacità di capirle, equamente distribuita tra Washington, Londra e Bruxelles.
E Bashar, con le mani sporche di sangue, si ritrova spavaldamente ad affrontare la sua quarta vita: quella dell’amico ritrovato.

Il primo Assad: l'uomo della modernità

Bashar al Assad, presidente della Siria con la moglie Asma.

Ritrovato, già. Quando arrivò al potere nel 2000, richiamato da una carriera londinese come oftalmologo, Bashar sembrava l’uomo perfetto per la Siria e per i suoi rapporti con l’Occidente.
Gli toccò succedere al padre Hafez, per tre decenni spietato dittatore contro la propria gente, capace di massacri entrati nei libri di storia: a partire da quello di Hama, nel febbraio del 1982, quando per reprimere una rivolta capeggiata dai Fratelli Musulmani aveva bombardato per un mese la cittadina a maggioranza sunnita, con un bilancio (stimato) di circa 30 mila vittime.
UN LAICO AL POTERE. Dopo tanta violenza e furia, Bashar sembrava l’uomo perfetto per traghettare la Siria nella modernità: fondamentalmente laico, nonostante l’appartenenza alla fede alawita (un gruppo sciita), educato in Occidente e sposato ad Asma - nata, cresciuta e laureata a Londra da ricchissimi genitori siriani - era il mix perfetto di rapporti importanti, buone maniere e amicizie influenti su ogni sponda del Mediterraneo e nella Manica.
LA MOGLIE ASMA, LA DIANA DI DAMASCO. I capi di Stato e di governo di mezzo mondo ripresero a fare la spola con Damasco sperando di intavolare nuovi rapporti economici, gli ambasciatori occidentali tornarono a popolare la capitale e le copertine dei giornali celebrano Asma, la «rosa del deserto», bellezza abbacinante al servizio di un popolo bisognoso.
Due foto oggi ricordano quegli anni con parecchio imbarazzo: una, del 2009, che ritrae John Kerry, attuale segretario di Stato Usa, a cena con Bashar e la moglie.
L’altra, del 2010, che immortala Giorgio Napolitano mentre consegna al futuro ‘nemico pubblico’ la medaglia di Cavaliere di Gran Croce (poi ritirata nel 2012).

Il secondo Assad: sterminatore del suo popolo

Un manifestante contro Bashar al Assad.

L’idillio tra le capitali occidentali e il presidente siriano si ruppe sull’onda della primavera araba, oggi poco più che una formula troppo romantica per tratteggiare l’esplosione di un mondo a lungo compresso e impossibile da ricomporre.
LA RIVOLTA DI DERAA. Dopo la fine dei decennali regimi di Ben Alì in Tunisia e Hosni Mubarack in Egitto (tra gennaio e febbraio 2011), e prima che una guerra mal sortita detronizzasse il colonnello Gheddafi (morto nell’ottobre dello stesso anno), la popolazione di Deraa, cittadina tra le più povere della Siria, iniziò a manifestare per chiedere redistribuzione della ricchezza e più diritti.
Poteva finire con una rimodulazione del potere a Damasco, saldamente nelle mani di Bashar e del suo clan, ma diventò invece ben presto una folle guerra civile.
Assad annegò le proteste nel sangue, mandò prima i carri armati e poi l’aviazione a reprimere le rivolte e trasformò il Paese in un campo di battaglia, forte del sostegno dell’asse con l’Iran (sciita) e il presidente russo Vladimir Putin, unico ad avere sempre sostenuto la legittimità di Bashar come capo del Paese e concorde con lui nel descrivere i ribelli come i veri terroristi, attentatori della stabilità del Medio Oriente.
LE ACCUSE: «MACELLAIO DI BAMBINI». Agli occhi del resto del mondo, invece, Assad si era trasformato nel macellaio, capace di far sparire bambini e riconsegnarli cadaveri tumefatti ai genitori, di bombardare case e interi quartieri, fino a usare il gas contro la sua stessa gente.
Un orrore capace di scuotere gli animi ma non le cancellerie, per mesi impegnate soltanto a rilanciare moniti e appelli, a promuovere improbabili conferenze di pace a Ginevra, a cercare di creare una guida alternativa per Damasco, costituita però da gente che a Damasco nessuno avrebbe legittimato.

Il terzo Assad: il male minore in Medio Oriente

Vladimir Putin e Bashar al-Assad in una foto del 2006.

Barack Obama si era spinto fino a tracciare una linea rossa: quella delle armi chimiche. Se ci fossero state le prove che Assad le usava contro la sua stessa gente, gli americani sarebbero dovuti intervenire. Ma quando le (ragionevoli) prove ci sono state, nessuno ha mosso un dito.
Assad era entrato nella sua terza vita, diventando il 'male minore'.
Certo, non per la sua gente, costretta allo stremo, decimata dalle bombe, ammassata su barconi pronti ad affondare nel mare di Sicilia.
L'APPOGGIO INCONDIZIONATO DI MOSCA. Bensì per l’Occidente, costretto, dopo tanto attendismo, a constatare qualche ragione di Mosca e Damasco.
Il fronte dei ribelli, inizialmente composto prevalentemente da laici motivati da sinceri desideri di rivalsa, si era nel frattempo sbriciolato sotto il peso delle infiltrazioni jihadiste sunnite, di banditi e miliziani alla ricerca di un’occasione per gli affari, di mujahidin della nuova era armati di telefonini e account su Twitter e YouTube, capaci di rendere la guerra civile siriana l’occasione per l’attacco finale ai nemici sciiti e a un sistema di potere nell’intera regione, strutturato in epoca coloniale e poi minato dalle crociate anti Saddam di George W. Bush.
«MEGLIO IL DITTATORE DEI JIHADISTI». Assad che bombardava i siriani diventava così meno peggio del fanatismo militante dei tagliagola.
Le armi chimiche un pericolo minore dell’allerta terrorismo che oggi lambisce le nostre coste.
Nei 12 mesi tra il superamento della “linea rossa” e l’odierna offerta di aiuto, Bashar si è trasformato in un autocrate quantomeno tollerato: scomparsi dai giornali i riferimenti alla sua cacciata, ci si è accontentati che consegnasse in ritardo le armi chimiche, affidandosi alla mediazione di un altro nemico, Vladimir Putin.

Il quarto Assad: alleato strategico dell'Occidente

Il presidente Bashar al-Assad e sua moglie Asma ai seggi.

Strano a dirsi, ma la quarta vita nella quale è appena entrato rischia per Bashar di essere quella del baluardo.
Se dovesse cadere lui, significherebbe che l’Occidente avrebbe perso la sua guerra contro l’Is del califfo al Baghdadi. Segnerebbe la fine certa del Medio Oriente come lo conosciamo, la perpetuazione di nuovi orrori e massacri settari ed etnici, l’esplosione definitiva della lotta tra sciiti, sunniti e curdi che per 60 anni ha attraversato la regione con il suo corredo di estremismi e violenze.
L'ULTIMO ARGINE CONTRO L'IS. Il radicamento degli uomini di Bashar e il loro controllo di parte del territorio siriano finora hanno consentito almeno parzialmente arginato l’avanzata dello Stato Islamico, che si estende già dalla città di Raqaa (in Siria) fino a settori del Nord dell’Iraq.
Alcuni analisti sono arrivati a ipotizzare che sia stato lo stesso Assad a ‘giocare’ una partita sottile con i terroristi dell’Is, concedendo loro alcune battaglie e una parziale presa del territorio per mettere in crisi l’Occidente e presentarsi poi come unica chance.
La verità è troppo difficile da sapere, in un Paese in cui i cronisti rischiano di finire sgozzati.
Ma certamente la Siria è l’architrave che finora ha sorretto i fragili equilibri degli Stati nazionali e dei loro rapporti con l’Occidente, facendo di Bashar paradossalmente il garante di un residuo di ordine post-coloniale.
LA SCONFITTA DI USA E UE. La fine di Assad e della tenuta dell’asse con Teheran comporterebbe la battaglia finale nella regione, inclusa l’area del Golfo a maggioranza sunnita, i cui esiti sarebbero imprevedibili, se non per il certo crollo dell’economia mondiale legata a doppia mandata al petrolio che da lì arriva.
Non significa invece che Assad sia davvero l’amico ritrovato e che Washington debba raccogliere l’offerta di ‘aiuto’ del presidente siriano. Anzi.
Significa però che soltanto per essersi ritrovato nella posizione di dovere valutare quell’offerta, l’Occidente ha già perso la sua partita, non avendo saputo intervenire e governare quando avrebbe dovuto.

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