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L'ANALISI 27 Agosto Ago 2014 1615 27 agosto 2014

Gaza, la tregua porta la firma di Egitto e Qatar

Nella Striscia vincono Egitto e Qatar, nemici legati dagli Usa.

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Una pace dichiarata duratura, dopo 51 giorni di guerra, con un bilancio ufficiale di 2.200 morti, un quarto dei quali bambini, e oltre 10 mila feriti, anche se i raid di Israele su Gaza erano cominciati prima dell'operazione Margine protettivo dell'8 luglio. Dunque, per essere completi, le vittime sono qualche centinaio in più.
UN'ALTRA PAX EGIZIANA. Numeri che rendono l'ultima campagna militare contro la Striscia di Gaza più grave di quella che, fino a questa estate, veniva indicata come l'azione più dura per neutralizzare Hamas, il Piombo Fuso del Natale 2008 (leggi l'analisi di Peppino Caldarola). Come allora, la reazione fu motivata dallo sparo continuo di razzi verso Israele, in mezzo vi fu un'operazione di terra, bombe israeliane caddero su una scuola dell'Onu. E la pace fu infine raggiunta in terra egiziana, grazie a una faticosa mediazione internazionale dopo oltre 1.300 morti e 5 mila feriti.
LA DELUSIONE DI ISRAELE. Anche questa pax egiziana che l'Iran ha decretato una «vittoria del popolo palestinese con il regime sionista in ginocchio» è stata siglata al Cairo.
Una resa? In Israele c'è delusione per una campagna data per vincente fino all'ultimo. Il giornale di destra vicino al governo, Israel ha Yom, ha commentato: «Malgrado tutto, è stata una vittoria», una «linea sottile tra successo e fallimento». Per Haaretz, foglio progressista, un «triste pareggio».
HAMAS CANTA VITTORIA. In Palestina, invece, si è sparato per aria in segno di giubilo tutta la notte e Hamas si è pure permessa un'offensiva di spari nelle ore cruciali della svolta, quasi una beffa.
Se si stila un bilancio di chi ha ottenuto cosa, finora il successo più spendibile lo incassa il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, che tutti bollavano come capofila di «negoziati morti» e che invece ha agito da raccordo tra Israele e gli estremisti della Striscia. Attraverso il leader dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen e, soprattutto, quello che si profila come l'architetto occulto della tregua: l'arcinemico emiro del Qatar. Stati Uniti e Unione europea (Ue), almeno formalmente, per la prima volta sono rimasti fuori dai giochi.

1. La vittoria dell'Egitto: al Sisi accantona i grandi rancori

Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. © Getty

Di Doha, il generale-presidente al Sisi era nemico perché, nel luglio 2013, con un golpe militare ha cacciato dal governo il leader dei Fratelli musulmani Mohammed Morsi, sponsorizzato dal Qatar.
I soldi per l'operazione sono stati dati ad al Sisi dall'Arabia Saudita, notoriamente rivale dell'emirato di Doha nelle guerre della Primavera araba.
E siccome Hamas (nata da una costola della Fratellanza) attraverso l'esponente di punta Khaled Meshal è legata a triplo filo al Qatar, nessuno, in questa occasione, avrebbe creduto sul potere di moral suason di al Sisi sull'organizzazione palestinese.
AL SISI, LEONE D'EGITTO. Invece, il presidente egiziano si è fatto amico il nemico, spiazzando gli interlocutori. Lo si era già visto ribaltare le carte in tavola durante la visita di agosto in Russia: quasi una luna di miele con lo zar Vladimir Putin, coronato dal sì a forniture di armi, pur prendendo l'esercito del Cairo miliardi dagli Usa.
Alle trattative di pace tra israeliani e palestinesi, al Sisi non ha sbarrato la porta al Qatar, che sa bene essere amico dei finanziatori americani, nonché a sua volta suo possibile, futuro grande foraggiatore. Attraverso la spola di Abu Mazen tra Doha e il Cairo, il presidente egiziano ha anzi creato un canale di mediazione che, attraverso il potere dei petrodollari, ha ammorbidito Hamas.

2. Il ruolo del Qatar: petrodollari ad Hamas in cambio della tregua

Bin al Thani, emiro del Qatar, durante la sua visita a Gaza. © Getty

Complice la Primavera araba, il Qatar è diventato un caloroso sopporter della causa palestinese.
Nell'autunno 2012, l'asse tra Morsi e l'emiro del Qatar bin al Thani portò alla sua storica visita ufficiale a Gaza. Per l'occasione, il monarca di Doha promise investimenti infrastrutturali (strade, ponti, alloggi) per 400 milioni di dollari nella disastrata enclave palestinese, distinguendosi come il primo capo di Stato e di governo straniero disposto a farsi ricevere dai capi di un'organizzazione, al potere dal 2006, dichiarata «terroristica» dagli Usa e dall'Ue.
SUL TAVOLO IL DISARMO DI HAMAS. In tasca, al Thani portò un assegno da 10 milioni di dollari, provvidenziali per l'emergenza umanitaria nella Striscia. E anche se poi gli investimenti non arrivarono, tanto bastò a convicere il capo politico di Hamas, Meshal, a trasferirsi a vivere tra i grattecieli del Qatar, non lontano dalla nota base Usa.
Con al Thani e Meshal, a Doha il leader palestinese Abu Mazen sarebbe riuscito a concordare il «disarmo di fatto di Hamas», grazie a una precisa «iniziativa di Qatar e Giordania da sottoporre agli Usa», si presuppone attaverso una qualche forma scritta. In cambio pioverebbbero su Gaza anche le centinaia di milioni di dollari mai viste. Doha è «pronta a contribuire alla ricostruzione il prima possibile». Il contributo, non specificato, potrebbe includere il pagamento degli stipendi pubblici bloccati dei gazawi.

3. Diritto di pesca, porto e aeroporto: il prezzo del disarmo

La mappa della Striscia di Gaza. © Getty

Grazie alla medesima triangolazione di fondo, tra Palestina, Israele e Qatar, secondo indiscrezioni, i termini dell'accordo del 2014 sarebbero pressoché identici al testo che, sempre al Cairo, mise fine alla crisi del novembre 2012.
In campagna elettorale per le legislative di inizio 2013, il premier Benjamin Neanyahu sferrò su Gaza l'offensiva Colonna di nuvola, uccidendo, dopo una settimana di fuoco, il capo militare di Hamas Ahamed Jabari.
Al Cairo, attraverso il trait d'union di Morsi, fu pattuita la fine del blocco israeliano al confine con la Striscia, per far passare aiuti umanitari e forniture per la ricostruzione. L'Egitto si impegnò a riaprire il valico di Rafah, alla frontiera palestinese. E da Israele arrivò anche l'ok a una minima estensione del diritto di pesca dei gazawi, da tre a sei miglia al largo delle coste.
DIRITTO DI PESCA, PORTO E AEROPORTO. Anche nel 2014 Tel Aviv ha accettato la pace dopo aver distrutto i tunnel e portato a casa la morte rivendicata del capo militare di Hamas Mohammed Deif (negata dagli islamisti) e di altri tre comandanti. A patto che non un solo razzo cada su Israele, le concessioni ai palestinesi sarebbero sostanzialmente le stesse di un anno e mezzo fa, incluso l'allargamento delle acque pescabili, poi tolto da Tel Aviv dopo pochi mesi, nel marzo 2013.
Entro un mese, il governo egiziano ha richiamato al Cairo entrambe le parti a trattare quella che Hamas e Jihad islamica, con l'Iran, annunciano come una possibile svolta politica: sul tavolo ci sarebbero un nuovo porto, l'aeroporto e le frontiere libere per gli 1,7 cittadini di Gaza, in cambio della smilitarizzazione di Hamas.

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