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VERSO LE DECISIONI 29 Agosto Ago 2014 0645 29 agosto 2014

Nomine Ue, i tre rebus di Bruxelles

I nodi per assegnare i posti di potere dell'Europa.

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da Bruxelles

Jean-Claude Juncker.

Serve una «pausa di riflessione». Con queste parole si erano lasciati il 16 luglio i 28 capi di Stato e di governo dell'Unione europea dopo la mancata intesa sulla nomina del presidente del Consiglio europeo e dell'Alto rappresentante per la politica estera.
SOLO CONFUSIONE. Una pausa che, secondo il presidente del Consiglio Herman Van Rompuy, avrebbe permesso a tutti di fare le proprie candidature e ritrovarsi il 30 agosto per raggiungere «un accordo globale» sui top job del nuovo esecutivo dell'Ue.
Ma, per ora, la pausa estiva non ha portato i risultati sperati. A distanza di un giorno dal vertice a Bruxelles, di «globale» c'è solo la confusione.
POCHE LE DONNE. Il nuovo presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker non è riuscito nemmeno a trovare 10 donne per rispettare il gender balance richiesto dal parlamento.
A oggi le candidate dagli Stati membri sono appena cinque: troppo poche per ottenere il lasciapassare da Strasburgo.
A spiegarlo, il 27 agosto, è stato il presidente del gruppo S&D, Gianni Pittella: «I socialisti europei non daranno il loro sostegno a una nuova Commissione Ue che abbia meno donne di quella attuale».
ATTESA DELLE NOMINE. Il collegio dei commissari dell'ultimo esecutivo guidato da José Manuel Barroso ha, infatti, nove donne. La richiesta era di arrivare a 10, non certo a meno della metà.
Finora solo cinque Stati membri hanno pubblicamente nominato donne come commissari: Bulgaria (Kristalina Georgieva), Repubblica Ceca (Vera Jourová), Italia (Federica Mogherini), Slovenia (Alenka Bratušek) e Svezia (Cecilia Malmström).

Juncker aspetta i nomi di Danimarca, Paesi Bassi e Belgio

Il ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini.

L'asso nella manica di Juncker potrebbe essere quello di avere candidate donne da Danimarca e Paesi Bassi (che non hanno ancora reso pubblici i loro candidati), e Belgio, dove il presidente della Commissione Ue spera sia proposta Marianne Thysssen dai democratici cristiani fiamminghi.
Le ipotesi, però, per ora valgono poco o nulla. Di sicuro rimane, invece, Mogherini in pole position per prendere il posto di Catherine Ashton per il ruolo di Mrs Pesc.
PESC A MOGHERINI. Nonostante le numerose critiche sinora avanzate per la sua inesperienza ed «eccessiva» sintonia con la Russia, il ministro degli Esteri del governo di Matteo Renzi a suo favore ha due carte che potrebbero riequilibrare la partita delle nomine: è donna ed è socialista.
Non è, infatti, solo una questione di genere, come ha scritto in una nota Guy Verhofstadt, leader dei liberali europei dell’Alde, che insieme con i socialisti e popolari dovrebbero garantire la maggioranza al parlamento europeo per il futuro esecutivo: oltre alle quote rosa, bisogna considerare anche quelle politiche.
MANCANO I LIBERALI. Verhofstadt ha sottolineato come, per ora, la squadra del lussemburghese si fondi su un equilibrio politico «eccessivamente a favore» dei conservatori del Partito popolare europeo, con «oltre la metà dei commissari previsti provenienti da questa famiglia politica». E le forze liberali «non saranno rappresentate».
Insomma «una commissione del genere», è il monito del leader liberale «non troverà una maggioranza nel parlamento europeo», ed è destinata ad essere «rifiutata».
DE GUINDOS ALL'EUROGRUPPO. Infine, oltre al genere e all'appartenenza politica, Juncker deve rispettare anche i confini. Come ha sottolineato Van Rompuy già a luglio, le nomine di alto livello dell'Ue devono tenere in considerazione un equilibrio geopolitico tra Nord e Sud, Ovest ed Est.
Il primo potrebbe essere rispettato grazie alla nomina dello spagnolo Luis de Guindos alla presidenza dell'Eurogruppo, incarico sempre più vicino grazie anche al recente endorsement di Angela Merkel.
IL REBUS TRA EST E OVEST. Più difficile invece bilanciare la distribuzione dei top job tra l'Europa occidentale e quella orientale. Se, infatti, venisse confermata Mogherini come capo della politica estera, allora le pressioni per mettere al posto di Van Rompuy un politico dell'Est potrebbe far sfumare la nomina di Helle Thorning-Schmidt, primo ministro della Danimarca, spesso indicata come un possibile presidente del Consiglio europeo.

Dopo Van Rompuy i Ppe Tusk e Dombrovskis sono in pole

Helle Thorning-Schmidt, primo ministro danese.

Per il post Van Rompuy a prendere quota in questi giorni sono due del Ppe: Donald Tusk, primo ministro della Polonia (ha ricevuto il via libera anche dal premier britannico David Cameron e della cancelliera tedesca Angela Merkel), e Valdis Dombrovskis, ex primo ministro della Lettonia, che unisce sia le aspettative del blocco dell'Est sia quelle degli Stati 'rigoristi' (ha risollevato il Paese dalla peggiore crisi economica della sua storia riuscendolo a far entrare nell'euro).
NOMINE TUTTE LEGATE. Se invece l'opzione Mogherini venisse bocciata perché, come ha scritto il 28 agosto in un editoriale il quotidiano britannico Financial Times, l'Europa ha bisogno di un capo della diplomazia «forte» e la scelta della renziana sarebbe una «delusione», l'esigenza di un equilibrio geografico rimetterebbe sul tavolo la nomina di Georgieva, lasciando così di nuovo spazio alla socialista Thorning-Schmidt per la presidenza del Consiglio.
CORSA PER IL CONSIGLIO. Ma se a un giorno dall'inizio del vertice la confusione regna sovrana sulla nomina di Mrs Pesc, ancora più difficile da delineare è la successione di Van Rompuy.
Sono almeno sette i 'papabili': due donne e cinque uomini, di cui cinque in quota Ppe, una sola in quota socialista e uno in quota liberale (quattro sono del blocco Est-Baltici e tre di quello del Nord).
Tra i popolari, oltre a Tusk e Dombrovskis, ci sono l'irlandese Enda Kenny e il finlandese Jyrki Katainen, ex premier dimessosi appositamente per un posto di rilievo a Bruxelles dove ha sostituito Olli Rehn come commissario agli Affari economici. C'è poi la presidente lituana Dalia Grybauskaite, molto apprezzata a Bruxelles dove è stata commissaria.
POCO PESO AI SOCIALISTI. Se, però, i popolari si dovessero aggiudicare sia il successore di Van Rompuy sia de Guindos all'Eurogruppo avrebbero tre top job su quattro a fronte di uno solo - di minor peso - lasciato ai socialisti.
Una sovra-rappresentazione che il nuovo capo dell'esecutivo, anche lui Ppe, dovrebbe scongiurare. E qui rientra in gioco l'unica candidata socialista: Thorning-Schmidt è vicina a Londra, è di sinistra ma non troppo, è donna ed è del Nord, che come l'Est non ha mai avuto cariche ai massimi livelli Ue. Motivo per il quale c'è anche l'estone Andrus Ansip, poco noto, ma rappresentante del blocco dell'Est e dei Paesi 'virtuosi'. E soprattutto esponente di quei liberali, oggi terza forza della Große Koalition che ha sostenuto Juncker.
L'ESECUTIVO PRENDE TEMPO. Insomma un vero e proprio rebus con il quale il presidente della Commissione Ue avrà a che fare non solo il 30 agosto: Juncker ha fatto sapere che dopo il Consiglio avrà bisogno di almeno una settimana, forse due, per decidere come distribuire i portafogli fra i commissari designati.
Considerando il voto del parlamento, è difficile immaginare che l'amministrazione del lussemburghese possa iniziare a lavorare il 1 novembre.

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