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STRATEGIE 30 Agosto Ago 2014 0759 30 agosto 2014

Siria e Is: Obama è in un vicolo cieco

Il rompicapo del presidente Usa. Divisi tra il fronte ucraino e la lotta ai jihadisti.

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Sconfitto in partenza e a schiena china con le sue truppe scelte che rischiano di morire in Iraq.
Sulla Siria, il presidente americano Barack Obama ha confessato di «non avere ancora una strategia».
Gli Usa hanno iniziato i voli di avanscoperta, soprattutto con droni, contro lo Stato Islamico (Is) nel territorio di Bashar al Assad. Ma Washington non sta con il regime, anzi, lo contrasta, inviando armi ai ribelli, tra virgolette, moderati.
Da giorni si rincorrono le indiscrezioni sui tentativi della Casa Bianca di formare una coalizione, come quando, nell'agosto del 2013, si sfiorò l'attacco a Damasco.
AUSTRALIA E GB POSSIBILI ALLEATI. Da fonti riservate dell'amministrazione Usa, gli alleati sarebbero «Australia, Gran Bretagna, Turchia» e il solito cordone sanitario dei governi arabi filo-americani, ossia «Giordania, Qatar, Emirati Arabi e Arabia Saudita».
Australiani e inglesi darebbero, in particolare, man forte nei raid e anche Ankara, con le sue basi americane e i suoi interessi in Medio Oriente, avrebbe un ruolo di punta. Nonostante la Francia scalpitasse prima per rovesciare Assad poi per colpire l'Is, le forze d'Oltralpe non sarebbero incluse nella conta di Obama. Forse, tra gli occidentali, l'Eliseo appare fin troppo deciso ad agire con durezza in Medio Oriente.
RUSSIA, TERZO INCOMODO TRA USA E SIRIA. Il presidente americano, invece, barcolla come un anno fa. In Siria c'è una base navale russa che rifornisce il regime di armi e vari sostentamenti.
Una guerra aperta a Damasco, per il governo americano equivarrebbe a una guerra contro il Cremlino e l'Iran: con i chiari di luna che corrono in Ucraina, sarebbe l'incubo della «Terza guerra mondiale» che per papa Francesco è già in corso.

Washington e Damasco: nemici, ma uniti contro l'Is

Di fatto, gli Usa combattono «il cancro dell'Is» con i miliziani e Assad: un fronte ormai comune. Ma foraggiano di armi e soldi i ribelli stessi contro il regime. E in Ucraina sono, con l'Unione europea (Ue), nettamente schierati contro lo “zar” russo Vladimir Putin.
Lo spettro di un conflitto con Mosca è talmente presente che, all'ultima provocazione di blindati russi nell'Est dell'Ucraina, Obama si è affrettato a frenare: «Ci saranno conseguenze gravi, ma non intraprenderemo azioni militari al fianco di Kiev».
In Medio Oriente però la situazione sta precipitando: con l'avanzata dell'Is, i rivali qaedisti di al Nusra hanno sferrato un'offensiva di sequestri e massacri. Non solo in Siria.
LO STATO ISLAMICO CONTRO ASSAD. In Egitto, sigle semi-sconosciute di tagliagola come gli Ansar Beit al Maqdis hanno decapitato presunti collaborazionisti di Israele, emulando le esecuzioni dell'Is.
Come gli yazidi in Kurdistan, in Siria cristiani, sciiti e in generale tutti gli abitanti dei villaggi che si oppongono alle conversioni di massa vengono giustiziati a catena. Queste stragi collettive vanno avanti in silenzio da mesi, ma con il tam tam dei «voli di ricognizione» Usa, i riflettori si sono accesi anche sulle barbarie in Siria.
I video, da verificare, mostrano i boia dell'Is mentre denudano e fucilano centinaia di «soldati alawiti» della corrente sciita di Assad.
BASHAR 'RISPARMIA' I JIHADISTI. Il regime di Damasco - che, fino a questa estate, ha bombardato l'opposizione pacifica e i ribelli della Free Syrian Army (braccio armato dell'opposizione) ma non le postazioni jihadiste - vede i suoi militari massacrati e in fuga come i soldati iracheni per la presa di Mosul.
Il sequestro dei Caschi blu sul Golan siriano (43 nelle mani di al Nusra) è un altro messaggio sinistro. «Non ci fate paura», dicono i qaedisti alla comunità internazionale, rammentando che le missioni Onu di cosiddetto peacekeeping, auspicate anche dal papa, più soft dei raid «limitati» di Obama in Iraq, non hanno mai fermato le guerre e neanche i massacri. Come purtroppo dimostrano le macchie indelebili di Bosnia e Ruanda.

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. © Getty

Obama adesso è costretto all'azione militare

Con 3 milioni di profughi nel 2013 (1 milione in più del 2012), certificati dall'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr), e la Siria contesa tra qaedisti di al Nusra e jihadisti dell'Is, presto Obama non potrà più tergiversare, scaricando la responsabilità delle sue non decisioni sulle «consultazioni con il Congresso».
Con il via ai caccia americani il dado è stato tratto, anche se la Casa Bianca non lo dice.
La soluzione politica «più complessiva» auspicata da Obama è stata scavalcata dall'azione militare.
IL CONGRESSO SPINGE PER LA GUERRA. Per il presidente Usa è impossibile uscire dal groviglio senza un intervento bellico. L'inquilino della Casa Bianca dovrà per forza scegliere se stare con Assad, e allora avrà vinto Putin, oppure muovere guerra anche a Damasco, come vorrebbero i più sia al Congresso americano sia, a parole, anche in Europa.
Che ne sarà allora dell'Ucraina e della Russia? Sulla coscienza di Obama pesa forse il Nobel per la Pace e di certo il giudizio dell'opinione pubblica interna, per la maggioranza contraria a un ritorno in Iraq e a una guerra in Siria.
GLI AMERICANI: «BARACK SIA PIÙ DECISO». Nel settembre 2013, con i caccia Usa rullanti nelle basi del Golfo, gli americani favorevoli agli strike si aggiravano su un modesto 35%. Un anno dopo i troppi «sono scettico», «sto decidendo», «non ho ancora deciso», sono diventati il 54% quelli convinti che «Obama non sia duro abbastanza sulla sicurezza interna e in politica estera».
Per il 39%, tuttavia, la Casa Bianca continua a fare «fin troppo» per risolvere i problemi degli altri. «Non possiamo essere gli sceriffi del mondo», dichiarano molti intervistati. Neanche Obama voleva un secondo mandato così. La guerra, l'ha detto, è già una sua sconfitta.

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