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GUERRA 31 Agosto Ago 2014 0800 31 agosto 2014

Libia, il risiko della spartizione tra tribù

Il mosaico del potere nel Paese del caos.

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A Tripoli le strade sono di nuovo pulite e non si spara da qualche giorno.
Acqua e corrente funzionano a intermittenza, come le notizie inviate da chi è rimasto in Libia. Ma i servizi di base sono stati riattivati e si spera che, a breve, riaprano pure gli uffici del governo e dei ministeri.
Nessuno sa dove andrà il Paese, perché nessuna delle milizie in guerra controlla una fetta decisiva di territorio.
SPIRAGLI DI NORMALITÀ. Nella capitale, la fine della battaglia per l'aeroporto ha portato stabilità e i cittadini confidano nel «governo di salvezza» del nuovo premier Omar al Hassi, piazzato al potere manu militari dalla brigata, cosiddetta filo-islamista, di Misurata.
ISLAMICI E GOLPISTI. Solo che Tripoli non è la Libia.
Bengasi, seconda città e centro economico del Paese, è ancora contesa tra le milizie dei Fratelli musulmani e gli estremisti islamici di Ansar al Sharia. Un focolaio di jihadisti pro Isis (lo Stato islamico di Iraq e Siria) è presente a Derna, in Cirenaica. Mentre a Tobruk e al Baida, nella fascia costiera vicina all'Egitto, sono relegati il governo dimissionario e il parlamento estromessi dei filo-golpisti, cosiddetti laici.
RESTANO SOLO GLI ITALIANI. Lettera43.it ha contattato, con difficoltà, l'ambasciata italiana a Tripoli: i collegamenti telefonici non funzionano ancora bene nell'unica sede diplomatica europea non evacuata a fine luglio. Che, soprattutto nelle ultime settimane, ha operato in un contesto di grande difficoltà, diventando un punto di riferimento per tutti i cittadini europei.
DUE GOVERNI E MOLTE TRIBÙ. Con l'escalation, anche gli Usa hanno chiuso (temporaneamente) i battenti e portato il personale in Tunisia. A livello internazionale, l'esecutivo insediato, dopo la presa dell'aeroporto, nel palazzi del potere di Tripoli non ha una legittimazione. Gli interlocutori dell'Occidente restano i governanti confinati a Tobruk, che controllano fette di territorio minime.
SCONTRI LAICI-LIBERALI. Descrivere il braccio di ferro, politico e militare, in corso come una lotta tra laici-liberali (finanziati dall'Egitto) e islamisti libici (foraggiati dal Qatar), è una schematizzazione drastica agevolata dal caos che, come spiega a Lettera43.it l'esperto di estremismo islamico e di Paesi arabi dell'European Council on Foreign Relations (Ecfr), Mattia Toaldo, non rende merito ai possibili sviluppi della Libia post Gheddafi.

Da Misurata non arrivano gli islamisti

Il mosaico è molto più fluido e complesso. La battaglia, durata mesi, all'aeroporto di Tripoli, intanto, è stata descritta dai media occidentali come una vittoria dalle brigate filo-islamiche di Misurata alleate con le milizie jihadiste: conquista che aprirebbe la strada alla deriva islamica della Libia.
«In realtà, da Misurata non provengono islamisti», spiega Toaldo, reduce da un viaggio in Libia in primavera. «Sono le brigate di una città portuale di commercianti, molti attivi negli scambi europei. Militarmente molto forti, con le milizie di Zintan hanno dato un contributo decisivo alla caduta di Gheddafi. Poi i due gruppi sono diventati rivali».
Poi continua: «Al momento, i combattenti di Misurata sono gli unici a tenere testa e a respingere le milizie di Zintan, alleate con i cosiddetti laici-liberali di Tobruk. E a loro, non ai gruppuscoli di islamisti, va il merito della conquista dello scalo».
LA LOTTA TRA LE 'COSCHE'. A capo dell'auto-proclamato governo di Tripoli, è stato nominato al Hassi, «un accademico, non un islamista, da cui i capi di Misurata hanno preso le distanze». All'aeroporto, hanno fatto terra bruciata di quel che restava dei loro avversari, «una lotta tra cosche, piuttosto che tra islamisti e laici».
Elezioni democratiche o meno, chi vive nella capitale spera che, almeno nella città, con i nuovi amministratori torni la normalità. Da mesi gli uffici ministeriali, formalmente attivi, erano svuotati, il personale era fuggito a causa degli assalti.
TRIPOLI SENZA LUCE E ACQUA. L'ambasciata italiana di Tripoli descrive il quadro della situazione come «molto critico, soprattutto nella capitale gli effetti delle scorse settimane di scontri si sono fatti sentire»: «Manca l'elettricità e l'acqua. La Libia importa quasi tutti i beni di prima necessità e anche i generi alimentari cominciano a scarseggiare».
«Le banche e gli uffici pubblici», conferma la sede diplomatica, «sono quasi completamente chiusi, e una parte della popolazione - cioè almeno i residenti nelle zone vicino all’aeroporto - si è vista costretta a lasciare la città».

La proclamazione di Bengasi «emirato islamico»

Un soldato per le strade di Misurata.

Il resto del Paese è in pieno risiko. Gli estremisti islamici di Ansar al Sharia - per gli Stati Uniti e l'Unione europea si tratta di una «organizzazione terroristica» - hanno proclamato Bengasi «emirato islamico». Ma finora, questa entità esiste solo sulla carta.
«Il capoluogo della Cirenaica», precisa Toaldo, «è per l'80% controllato da movimenti islamici, che tra loro sono però antagonisti». Ansar al Sharia si contende infatti la città con i Fratelli musulmani.
MODERATI SCOMUNICATI. Contrari alla presa democratica del potere, con un proclama i fondamentalisti sunniti hanno scomunicato i moderati.
«Fratellanza musulmana e Ansar al Sharia sono nemici da sempre e scollegati», ricostruisce l'esperto, «al contrario le brigate di Misurata hanno stretto un'alleanza d'interesse con la Confraternita sostenuta dal Qatar. Storicamente tra i due gruppi c'è inimicizia, ma se i moderati islamici prendessero il controllo di Bengasi, con Tripoli la nuova Libia sarebbe fatta».
IL COVO ISIS DI DERNA. L'emirato fittizio di Bengasi non deve essere confuso con l'emirato di Derna: «Un serbatoio, fin dagli Anni 90, di reduci dall'Afghanistan e dal'Iraq, che ancora esportano la jihad nel mondo».
Dalla cittadina libica, scorre un flusso di terroristi diretto in Siria e Iraq, e talvolta anche di ritorno, con il miraggio di una nuova guerra santa. Nessuno mette piede a Derna, dove, con l'ascesa dell'Isis, il nucleo di mujaheddin ha issato solidale le bandiere nere.
MILIZIA TROPPO ISOLATA. «Finora però questa piccola e pericolosa milizia è isolata. Anche gli estremisti di Ansar al Sharia si tengono a distanza», spiega Toaldo.
Del covo, tutti in Libia hanno paura: «Se il governo di Misurata terrà a Tripoli, difficilmente si formerà un Califfato come nel Nord della Siria e dell'Iraq. I libici sono tanto frammentati internamente, quanto restii alle infiltrazioni straniere».
LA SALÒ 'LAICA' DI TOBRUK. Le 140 tribù non vogliono spartire il petrolio con altri, ma litigano tra loro fino alla morte per i suoi proventi. Non a caso, i laici-liberali che si sono messi nelle mani del golpista fallito Khalifa Heftar (foraggiato dai generali del Cairo e dai finanzieri privati degli Emirati) si sono ritrovati stretti nella Salò di Tobruk.
«La loro definizione di anti-islamisti è un'altra semplificazione. Sono etichettati come laici, ma le loro mogli sono velate. In Libia sono così deboli che, per andare dal parlamento alla sede del governo ad al Baida prendevano l'aereo», conclude l'analista.
Se anche il nuovo governo di Misurata dovesse fallire, alla Libia resterebbe il medioevo delle enclavi jihadiste. E delle lotte tra le 100 e passa tribù.

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