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EDITORIALE 31 Agosto Ago 2014 1057 31 agosto 2014

Quattro possibili risposte di Renzi a Marchionne

L'amministratore delegato di Fca critica la politica fatta di gelato e barchette. Noi, se fossimo il premier, risponderemmo così.

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Sergio Marchionne.

Ospite al meeting di Rimini, Sergio Marchionne ha criticato la politica fatta di gelati e barchette (il riferimento alla pluricitata copertina dell’Economist ) e invitato il premier a darsi una mossa invece che rispondere con gesti plateali agli attacchi che gli vengono da più parti. Nella fattispecie quel gelato consumato da Matteo Renzi nel cortile di Palazzo Chigi in risposta al settimanale inglese che lo ritraeva con un cono in mano dietro Merkel e Hollande in una barca che affonda).

Naturalmente, vista la caratura del personaggio e la parsimonia con cui si concede, le parole dell’amministratore delegato di Fiat-Chrysler sono state riprese con la dovuta rilevanza. Anche da giornali che fino a ieri definivano Marchionne nel migliore dei casi un affamatore di operai, nel peggiore un evasore fiscale che paga le tasse in Svizzera, suo paese di residenza.

Noi, se fossimo il presidente del Consiglio, risponderemmo al dottor Marchionne con quattro semplici garbate osservazioni.

1. Sono totalmente d’accordo sulla necessità di accelerare le riforme per rivoltare come un calzino un Paese storicamente ingessato e per nulla incline al cambiamento. Ma salvare l’Italia non è come salvare la Fiat, non si possono fare in pochi mesi riforme che sono state evocate ma sempre eluse da decenni. Non si può incidere dall’oggi al domani sulla sua radicata struttura corporativa, su privilegi e rendite di posizione senza fare i conti con la pervicace reazione a conservare tutto come prima. Per salvare la Fiat, lei l’ha sposata con una azienda americana e ne ha portato la sede fuori dall’Italia. Insomma, ha dovuto cancellare le insegne nazionali da quella che era la nostra più grande e blasonata industria privata. Ma il merger and acquisition tra Stati non è ancora contemplato. Anzi, l’acquisition c’è, ma come dimostra la vicenda ucraina, avviene con mezzi che i trattati internazionali non contemplano.

2. Lei critica la politica dei troppi annunci che poi difettano di realizzazione. Ma la politica degli annunci, della visionarietà e delle suggestioni, è doverosa parte di un leader il cui compito è anche quello di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. In questo, dottor Marchionne, lei ha costituito un esempio da seguire. La miracolosa rinascita della Fiat è stata fatta anche grazie ad annunci che miravano a contrastare lo spirito di rassegnazione di vertici e lavoratori. A dare la scossa, smuovere da l torpore dirigenti che, come lei disse in una intervista, «consideravano inevitabile produrre automobili in perdita». Un pernicioso fattore che, insieme ai conti in rosso, contribuiva ad affondare sempre più l’azienda. E non fu proprio lei qualche anno fa a reclamizzare un piano di investimenti da 20 miliardi poi, anche per cause indipendenti dalla sua volontà come il drammatico deterioramento del mercato, forzatamente disatteso?

3. Forse c’è sicuramente qualcosa di bambinesco e goliardico nel gelato che Grom (marchio torinese, per altro) mi ha recapitato Palazzo Chigi. Ma almeno i gusti scelti, limone e crema, contrastavano con il cattivo gusto della copertina dell’Economist, che riprende l’inveterato vezzo degli inglesi di farci la morale, per altro da un pulpito che li rende tutt’altro che scevri da peccati. Tant’è che anche il Corriere della sera, giornale solitamente attento a recepire i moniti d’Oltremanica, ha avuto molto da ridire. A proposito, permetta che sia io a farle una domanda: il Corriere della Sera è un quotidiano controllato dalla Fiat ora Fca. Lei che è un campione di liberismo non trova niente da ridire? Le risulta che altre aziende automobilistiche, anche americane come la sua, siano proprietarie di mezzi d’informazione?

4. Come lei suggerisce, si può sempre fare di meglio e soprattutto più in fretta. Nel suo appassionato e applauditissimo discorso al meeting (non per sminuire, ma sappia che quella platea applaude tutto e tutti) lei afferma che «non possiamo vivere nella perenne attesa che il sistema venga riformato». Giusto, ma non si possono nemmeno ammazzare sul nascere o per spirito puramente pregiudiziale i tentativi di cambiarlo. O continuare a dire, come ha fatto il presidente di quella Confindustria cui la sua azienda ha da tempo smesso di appartenere, che ci vorrebbe ben altro delle iniziative sin qui messe in pista. Il benaltrismo sta diventando la malattia infantile del disfattismo. Mi ha fatto piacere che nelle sue parole, pur nel giusto sprono a fare di più, non ve ne sia traccia.

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