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MEDIO ORIENTE 1 Settembre Set 2014 0600 01 settembre 2014

Isis, cinque falsi miti sui jihadisti

Le credenze errate sugli estremisti islamici.

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Di Isis ormai si parla tutti i giorni. C'è paura di attentati terroristici per mano del gruppo jihadista anche in Europa. Si teme che arruolino miliziani anche in Italia e l'Onu ha appena lanciato l'ennesimo allarme sul fatto che il movimento recluterebbe persino bambini.
Di sicuro quella jihadista è un’organizzazione molto particolare: definisce se stesso come «Stato» e non come «gruppo».
METODI CRUENTI. Usa metodi così violenti che persino al Qaeda ne ha preso le distanze. Controlla, tra Iraq e Siria, un territorio che per estensione ha quasi le dimensioni del Belgio e teorizza una guerra interna all'Islam e contro l'Occidente per raggiungere il proprio obiettivo: istituire un Califfato.
Nonostante queste informazioni, che ormai hanno fatto il giro del mondo, sullo Stato islamico dell'Iraq e del Levante restano ancora tanti dubbi e molti falsi miti che il magazine Usa Vox.com ha cercato di spiegare. Per provare a sfatarli e aiutare a comprendere cosa ci sia davvero dietro ai 'nuovi' jihadisti.

1. Gruppo folle e irrazionale: falso, sono organizzati e strategici

 Una mappa che mostra il controllo dell'Isis in Iraq.

Se si vuole comprendere lo Stato islamico, meglio conosciuto come Isis, la prima cosa che bisogna sapere su di loro è che non si tratta di un movimento di 'pazzi', come spesso viene definito.
Aderenti a una ideologia medievale violenta e omicida, certo. Ma non folle. Per comprenderlo bisogna conoscere la storia dell'ascesa del movimento in Iraq e Siria.
Dalla metà degli Anni 2000 fino a oggi, l’Isis ha sempre avuto un chiaro obiettivo: stabilire un Califfato che fosse basato su un’interpretazione estremista della legge islamica.
VIOLENZA MAI CASUALE. Per farlo ha messo in atto diverse strategie, a partire dalla capacità di sfruttare il malcontento popolare tra non estremisti sunniti iracheni contro il loro governo sciita.
Ovviamente poi le tattiche si sono evolute nel corso del tempo dopo sconfitte militari (come quella del 2008 in Iraq) e nuove opportunità (la guerra civile in Siria). Secondo l’esperto in Scienze politiche dell’università di Yale Stathis Kalyvas, in termini prettamente strategici, l’Isis si comporta come qualsiasi altro gruppo militare, senza mostrare «eccessivi 'picchi islamisti'».
La violenza non è casuale ma focalizzata a indebolire i nemici e a rafforzare il controllo sul territorio, in parte terrorizzando la gente che il movimento desidera controllare.

2. L'Islam è l'Isis: falso, non tutti amano i radicalismi

L'Isis si è diffuso prima in Iraq e in Siria.

Spesso si legge che l’Isis ha ottenuto un certo supporto fra alcuni musulmani sunniti in Iraq o in Siria.
Da una parte è vero, però, questo fa sì che spesso si associ l’Islam all’Isis. In realtà non è così perché il potere del gruppo si fonda sulla politica e non sulla religione.
In realtà la maggior parte dei musulmani rifiuta la visione radicale dell’Islam sostenuta dallo Stato islamico e i jihadisti sono temuti e odiati in molti Paesi arabi.
Un esempio su tutti: una rivolta iniziata nel 2006 fra i sunniti in Iraq (anche l’Isis ha una matrice sunnita) ha giocato un ruolo fondamentale nello sconfiggere al Qaeda nel Paese.
Una rivolta che è stata ispirata soprattutto dal tentativo del gruppo di imporre la propria visione islamica ai musulmani, visione molto lontana dall’effettiva tradizione.
L’unica motivazione del supporto sunnita all’Isis può essere ricondotta a fattori politici: sia la Siria sia l’Iraq, infatti, hanno un governo sciita dove i musulmani sunniti non si sentono rappresentati e dove, anzi, la loro voce viene spesso messa a tacere.

3. È parte integrante di al Qaeda: falso, è un movimento antagonista

Persino al Qaeda considera l'Isis troppo violento.

Uno dei punti chiave da sapere oggi per comprendere l’Isis è che è un movimento antagonista di al Qaeda, non un alleato. In realtà un legame fra i due gruppi esisteva in Iraq, ma poi l'Isis ha deciso di separarsi dai qaedisti nel febbraio 2014 perché non disposto a sottostare alle regole dei quartier generali di al Qaeda che chiedevano, fra le altre cose, di ridurre le violenze sui civile.
Insomma, l’Isis era troppo violento anche per al Qaeda che per anni è stato il movimento leader (e unico) dei jihadisti nel mondo. Poi a un certo punto i jihadisti hanno combattuto apertamente anche con Jabaht al-Nusra che è la filiale siriana di al Qaeda ed è riuscita a prendere il controllo di molti più territori di quelli che restano attualmente in mano ai qaedisti in Siria.

4. Sono ribelli siriani: falso, combattenti arrivati anche dall'estero

Miliziani Isis sul campo.

È vero che l’Isis si è opposto duramente al governo di Bashar al Assad in Siria, ma non è corretto definirlo un «gruppo di ribelli siriani» perché questa definizione rischia di offuscare due aspetti chiave del movimento estremista.
Prima di tutto perché si tratta di un gruppo transnazionale in cui molti dei combattenti arriva dall’estero motivato dai pricipali obiettivi della jihad. Secondo perché, in fondo, Assad e l'Isis sono state d'aiuto l'uno per l'altro.
Certo, da una parte la guerra civile in Siria ha permesso al movimento dello Stato islamico di ottenere una certa visibilità, oltre a un supporto finanziario da alcuni Stati del Golfo e da donatori privati intenzionati a sbarazzarsi di Assad.
Inoltre l’Isis ha reclutato tanti suoi militari fra le fila dei ribelli siriani, ma ci sono anche dei legami fra i jihadisti e lo stesso Assad che ha sfruttato il movimento per creare una forte divisione fra gli anti-regime che hanno indebolito così progressivamente la loro offensiva.

5. Rafforzata da Maliki: falso, la rabbia sunnita ha radici più profonde

L'Isis ha intercettato la rabbia sunnita nei confronti del governo iracheno.

Sono tante le teorie che concordano sul fatto che il primo ministro dell'Iraq, Nouri al Maliki, sia l'unico o comunque il principale responsabile della rinascita dell'Isis nel 2014.
Da una parte è vero che la politica di Maliki ha permesso la nascita dell'Isis: ha utilizzato le leggi irachene anti-terrorismo per imprigionare i disertori sunniti, ha promulgato leggi che hanno impedito a ufficiali dell’era Saddam di mantenere certi ruoli con il chiaro obiettivo di estromettere i sunniti dalle più alte cariche militari del Paese. Ha arrestato pacifici protestanti sunniti e si è allineato a delle milizie sciite non istituzionali spingendo in questo modo l'ala sunnita contro il governo centrale iracheno e, quindi, fra le braccia dell’Isis.
Questo, però, non basta a dare ad al Maliki tutte le responsabilità. Per una semplice ragione: la rabbia sunnita nei confronti del governo centrale iracheno ha radici ben più profonde e che vanno bel al di là della politica portata avanti da Maliki stesso.
Per fare un esempio molti sunniti credono erroneamente di essere la più larga maggioranza demografica in Iraq. Questa convinzione si è diffusa durante il periodo di Saddam per giustificare la legge sulla minoranza sunnita e ha portato ora i sunniti a vedere come ingiusto qualsiasi governo di cui non siano a capo.

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