Barack Obama Presidente 140829160848
BASSA MAREA 2 Settembre Set 2014 1655 02 settembre 2014

Grandi ambizioni, pochi mezzi: ecco i nuovi Usa

Il potere strategico di un Paese dipende dal suo potere finanziario. Quello americano è in netto ridimensionamento. E in politica estera Obama si adegua.

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Barack Obama, presidente degli Stati Uniti.

La sincerità non paga in politica estera. Ma chi cerca di capire perché il presidente Barack Obama ha detto di non avere una strategia per la Siria e il nuovo e temibile Califfato islamista dovrebbe guardare anche all’economia. Non si è trattato soltanto di una gaffe.
Obama non ha grandi strategie in politica estera non solo sul fronte siriano e ucraino. È debole anche sul fronte asiatico, dove pure si sta riorientando parte notevole dell’attenzione geopolitica e strategica degli Stati Uniti per contenere l’espansionismo politico-economico cinese. L’espansionismo cioè del maggior creditore degli Stati Uniti.
Non c’è nella politica estera di Obama una chiara strategia perché la vera strategia è quella del retrenchment, di un adeguamento delle ambizioni alle possibilità.
POTERE FINANZIARIO INCRINATO. Già Bush padre aveva detto più di 20 anni fa che l’America aveva ormai «more will than wallet», più ambizioni che mezzi. Non mancavano né mancano i mezzi militari, impareggiabili. Ma si è incrinato quel potere finanziario che il primo Bush vedeva già appannato e che dopo il 2007-08 stenta a ricomporsi. Resta il dollaro, e resta la Fed, sulla cui guida illuminata il biennio di cui sopra ha gettato tuttavia notevoli ombre.
C’è sempre un nesso fortissimo fra potere finanziario e vero potere strategico. L’America diventava l’America sul piano geopolitico 100 anni fa esatti quando, dopo alcuni mesi di sbandamento, capiva lucidamente che era venuto il momento, e gettava il peso della sua economia a sostenere il ruolo di erede di Londra come pilastro del sistema internazionale. Da allora, dai primi mesi del 1915, sempre più i debitori del mondo sono andati a Wall Street a chiedere prestiti, e sempre meno alla City londinese.
IL PESO DELLA CRISI SI FA SENTIRE. Nasceva nel 1915, e si affermava con gli accordi monetari di Bretton Woods e il ruolo dominante del dollaro nel 1944, la potenza americana, che proseguiva anche dopo la fine nell’era Nixon del regime dei cambi fissi.
La supremazia di Wall Street continuava. E per molti aspetti continua anche oggi, dopo la crisi. Ma le conseguenze del 2007-08 anche per gli Stati Uniti sono tutt’altro che superate e il peso sull’economia reale, domanda produzione e occupazione cioè redditi, resta anche oggi pesante.

Ripresa lenta e diseguale: gli Stati Uniti e il sogno che non c'è

Janet Yellen della Fed.

In Europa, e ancor più in un’Italia particolarmente bloccata, il 2% grossomodo di crescita del Pil americano tra la fine 2009 e oggi sembra un sogno. Il sistema economico americano ha reagito meglio, più elastico e ben più collaudato di quello dell’area euro. Ma per il 90% degli americani il sogno non c’è. La ripresa è lenta per gli standard americani, e diseguale. Gli 8 milioni di posti di lavoro creati dal 2009 pagano in media il 23% in meno secondo un recente studio commissionato dall’associazione dei sindaci delle maggiori città (Conference of Mayors). E a marzo Janet Yellen, governatore Fed, diceva che occorreva assimilare ai disoccupati anche gli oltre 7 milioni costretti al part-time per mancanza di meglio, il che porta la disoccupazione vicina ai livelli dell’area euro.
MANCATA CRESCITA PER 8.500 MLD. I costi reali - extra inflazione - della crisi in mancato Pil dal 2009 a oggi, rispetto al trend del decennio precedente, sono stati calcolati finora in circa 12 mila e 500 miliardi di dollari per gli Stati Uniti, cioè il 78% del Pil annuale attuale, da Brad DeLong, economista di Berkeley ex sottosegretario al Tesoro con Clinton. Per l’area euro la perdita reale per mancata crescita è stimata da DeLong al 60% del Pil cioè in circa 8.500 miliardi di dollari. In più se una ripresa decente tarda ad arrivare, e potrebbe esserci secondo DeLong solo nel prossimo decennio, altri 20-30 mila miliardi di mancata crescita nell’intera area Nord Atlantica sarebbero un ulteriore prezzo da pagare. L'economista dice che siamo in depressione, e distingue tra Great Depression, Anni 30, e Lesser Depression. La depressione minore, cioè oggi.
REDDITI IN CALO CONTINUO. Tutto questo contrasta con l’immagine che Washington tende e diffondere, e che noi, bisognosi di un modello americano vincente che indichi la via, accettiamo fin troppo facilmente. I record di Wall Street hanno un significato ambiguo e non è facile credere, nell’era del computer trading dominato dai grandi operatori e del credito ultrafacile della Fed, che la Borsa alle stelle sia segno di buona salute.
È prima di tutto segno di forti scommesse. «Da quando sono in carica non esiste metro economico in base al quale non si possa dire che l’economia è migliore e che i bilanci delle imprese sono migliori. Non uno», ha detto Obama un mese fa all’Economist. Beh, i redditi medi reali del 90% degli americani sono in calo, per incominciare. E il sistema finanziario non è molto più solido e più credibile di sette anni fa.
LA POLITICA ESTERA NON È UN OPTIONAL. Non ci sono le risorse di un tempo, non si sa se e quando verranno ricostituite, non c’è spazio per una grande politica estera. È l’era del retrenchment. Ma la politica estera ha le sue logiche e i suoi tempi, e bisogna comunque affrontarla.
Dopo 70 anni o quasi di protezione strategica americana, ancora oggi indispensabile, fondamentale per lunghi tratti nella difesa degli interessi di un continente prima autodistrutto poi frazionato e cacofonico, l’Europa si accorge così di essere un po’ più sola proprio mentre a 2 mila chilometri a Est del Reno e a 2 mila chilometri a Sud Est di Roma due gravi crisi avanzano. E anche questo andrebbe messo in conto per immaginare quale potrà essere il futuro delle istituzioni europee, il cammino comune degli Stati-Nazione, e dell’euro. Spaccare tutto, in un mondo difficile, in un’area dove ai confini tuonano le armi, e per approdare a che cosa?

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