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DIPLOMAZIA 2 Settembre Set 2014 1313 02 settembre 2014

Ucraina, Putin tiene Poroshenko in pugno

Poroshenko non ha alternative al negoziato.

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Nonostante l’escalation militare e le accuse alla Russia di essere passata dalla guerra ibrida a quella aperta, anche se non dichiarata, proseguono gli sforzi diplomatici per arrivare a una tregua nel Sud Est dell'Ucraina, dove ancora si combatte e l’apertura del fronte meridionale a Novoazovsk ha messo in allerta Kiev che teme un ulteriore allargamento del conflitto sulla direttrice Donbass-Crimea.
Il 26 agosto a Minsk si è riunito il gruppo di contatto, che per oltre quattro ore ha discusso a porte chiuse i possibili scenari. Se poco o nulla di ufficiale è trapelato alla fine dei colloqui destinati a proseguire il 5 settembre, la presenza al tavolo delle trattative dei separatisti filorussi è comunque un segnale da non sottovalutare sulla via del possibile compromesso.
I FILORUSSI AL TAVOLO DI MINSK. Oltre infatti all’ex presidente ucraino Leonid Kuchma, all’ambasciatore russo a Kiev Mikhail Zurabov e alla diplomatica svizzera Heidi Tagliavini, in rappresentanza dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, due leader ribelli sono arrivati in Bielorussia, grazie anche alle pressioni del Cremlino: Andrei Purgin, il vice primo ministro dell’autonominatasi Repubblica popolare di Donetsk, e Alexei Kariakin, presidente del consiglio di Lugansk. Un informatico e un meccanico.
OBIETTIVO AUTONOMIA, NON INDIPENDENZA. I due hanno consegnato un documento con le loro richieste tra le quali ci sarebbe la discussione sul futuro status delle regioni occupate: la domanda è quella di un’ampia autonomia, ma non dell’indipendenza totale da Kiev.
In sostanza il piano del Cremlino che, al di là delle sparate di Vladimir Putin sulla possibilità di arrivare a conquistare Kiev in due settimane, prosegue la sua strategia di destabilizzazione senza preoccuparsi troppo della minaccia di nuove sanzioni da parte di Unione Europea e Stati Uniti e delle iniziative della Nato sul fronte orientale.

Congelamento del conflitto e decentramento: la strategia della Russia

Ouistreham (Normandia): Petro Poroshenko durante la cerimonia del 70esimo anniversario dello sbarco. Dietro di lui Vladimir Putin.

Dal punto di vista di Kiev la situazione attuale pare essere senza speranza: i proclami del presidente Petro Poroshenko e del premier Arseni Yatseniuk di una vittoria alle porte si sono rivelati illusori non appena Mosca si è messa veramente a sostenere i separatisti.
Nel giro di una settimana le posizioni si sono ribaltate e l’impotenza ucraina deve ora fare i conti con gli appetiti russi. Negli scorsi sei mesi, già a partire dall’insediamento a fine febbraio del governo post-rivoluzionario, Kiev ha promesso autonomia e decentramento a piè sospinto senza però fare nulla, né i referendum evocati ad aprile da Yatseniuk e dall’allora capo di Stato ad interim Olexandr Turchynov, né le modifiche costituzionali promesse da Poroshenko a maggio.
IL NEGOZIATO È L'UNICA CHANCE PER KIEV. La strategia è stata invece quella dell’operazione militare per riconquistare le regioni ribelli. Il messaggio è arrivato chiaro sia nel Donbass sia a Mosca, con le conseguenze attuali. Il Cremlino sembra avere l’intenzione di congelare il conflitto per costringere l’Ucraina a piegarsi verso un decentramento - ancora tutto da definire nei tempi e nei modi - che pare l’unica via d’uscita per stoppare una guerra che Kiev non può vincere.
Senza contare il fatto che la situazione umanitaria nelle due regioni interessate diventerebbe ancora più drammatica. Per non perdere ora e definitivamente il Donbass, Poroshenko deve negoziare con Putin la via d’uscita meno lacerante e comunque a scatola chiusa, dato che federalizzazione oggi potrebbe significare secessione domani. Il presidente, in vista delle elezioni parlamentari di ottobre, ha però necessariamente bisogno di sfoderare qualche successo, o presunto tale: lo può ottenere solo con la diplomazia, non con le armi. E sempre che Putin non abbia altri piani per la testa.
L'EFFETTO BOOMERANG DELLE SANZIONI. L’alternativa è quella di infilarsi in un tunnel nel quale il Paese non potrebbe resistere a lungo, alla luce del ventaglio dei problemi impellenti che pesano come macigni, da quello del tracollo economico interno a quello del gas che toccherà l’Europa se non verranno trovati accordi soddisfacenti. L’Occidente, con Stati Uniti ed Europa che non ingaggeranno un conflitto militare diretto con la Russia, ha altrettanto poche opzioni. Il muro contro muro con la Russia e la via della sanzioni non hanno condotto di fatto a nulla: se l’obiettivo era infatti quello di far inserire la retromarcia al Cremlino, il risultato è stato opposto.
La situazione di oggi è da ricondurre insomma non solo a quella che a Ovest si definisce come la nuova volontà imperialistica di Putin, ma sia alla strategia che Washington e Bruxelles hanno adottato nell’ultimi tre lustri nei confronti dell’Ucraina, sia alla scarsa capacità di valutazione sulle possibili e in larga parte prevedibili reazioni russe. I negoziati, anche quelli sottotraccia, come quelli recenti in Finlandia tra Russia e Stati Uniti, sono in definitiva l’unica via perché la crisi ucraina possa rientrare. Poi ci saranno comunque da raccogliere i cocci per lungo tempo.

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