Federica Mogherini Vladimir 140709184254
ANALISI 3 Settembre Set 2014 1625 03 settembre 2014

Crisi Ucraina, il peccato originale della Nato

La Russia è sempre stata contraria all'espansione a Est dell'Alleanza. Ma l'Occidente ha voluto forzare la mano. Gettando le basi per la situazione di tensione attuale.

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Possiamo davvero ritenere che la crisi in cui si sta dolorosamente lacerando l’Ucraina e che rischia di avvolgere in una spirale belligerante Russia e Occidente sia tutta colpa di un Putin, cinicamente proteso al riscatto dell’egemonia perduta dall’Unione sovietica 25 anni orsono come sostiene Mogherini?
Possiamo davvero credere che la cancelliera Merkel sia convinta che il conflitto interno all’Ucraina si è trasformato in un confronto tra Kiev e Mosca, escludendo, di fatto, che in questa dinamica abbiano avuto e abbiano tuttora un ruolo anche l’Europa e gli Stati Uniti? E che ancora la Mogherini si sia repentinamente persuasa, all’indomani della sua nomina ad Alto rappresentante europeo, che «Putin non abbia mai rispettato gli impegni presi e che non sia più un partner strategico» quando la cronaca di questi ultimi 10 mesi ci racconta una coerenza quantomeno claudicante da parte dell’Europa?
LE CONTRADDIZIONI DELL'EUROPA. Pensiamo anche solo al momento drammaticamente nevralgico dell’intesa che, raggiunta nel febbraio scorso tra l’allora presidente Yanukovich e le forze di opposizione - con la determinante mediazione europea -, è stata stracciata nel giro di poche ore con conseguente fuga dello stesso che pure era stato eletto democraticamente senza una reazione degna di questo nome da parte del Vecchio continente. Pensiamo alla proposta di una riforma costituzionale finalizzata a dare all’Ucraina un assetto federale con ampie garanzie di autonomia alle province russofone avanzata da Mosca e lasciata cadere sia da Washington sia da Bruxelles prima ancora della nomina di Poroshenko.
LE DICHIARAZIONI AVVENTATE DI TUSK. Possiamo inoltre aspettarci una gestione all’insegna della saggezza e dell’equilibrio da parte di chi – il polacco Donald Tusk – appena designato ad assumere la posizione di presidente del Consiglio europeo, e dunque a governarne i lavori, e di principale rappresentante dell'Unione europea nelle sue relazioni esterne, diffonde una dichiarazione a dir poco allarmante con l’evocazione di un potenziale scenario da Seconda guerra mondiale addebitato a Putin e dunque a Mosca invece di tacere o di prospettare con forza l’esigenza di una mediazione politica in queste ore di frenetiche trattative tra le parti?
Pongo a me stesso questi quesiti, rinunciando ad aggiungerne altri per ragioni di spazio, non certo per giustificare Putin, cinico autocrate, ma solo per sottolineare come la dinamica dei fatti di questi ultimi mesi veda una corresponsabilità di tutte le parti in causa. Resta semmai da valutare il grado di responsabilità dell’una e dell’altra delle tre parti in causa, cioè della dirigenza ucraina in primis, della Russia poi e quindi di un’Europa divisa che sta cedendo a improvvide pressioni da guerra fredda.
MOSCA CONTRO L'ESPANSIONE A EST DELLA NATO. Su un punto però val la pena fermarsi anche perché suscettibile di facilitare l’individuazione di una via d’uscita: dal crollo del muro di Berlino e la fine dell’Unione sovietica, Mosca ha sempre considerato una minaccia l’espansione verso Est della Nato. E lo ha esplicitamente e duramente manifestato a ogni passo compiuto in tale direzione. Ma questa non vi ha dato il peso che meritava malgrado fosse evidente che la Russia non poteva più costituire una reale minaccia per l’Europa.

Dal 1999 al 2009: i Paesi baltici e balcanici entrano nell'Alleanza

Il segretario della Nato, Anders Fogh Rasmussen.

Nel '99 ammise la Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Polonia; nel 2004 Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia. Infine nel 2009 l’Albania e Croazia.
Il momento cruciale si pose nel 2008 quando all’opzione del suo allargamento anche a Georgia e Ucraina, avanzata da Washington, Francia e Germania si opposero, proprio per timore di antagonizzare Mosca. Cedettero però sul compromesso di una dichiarazione che profilava il futuribile orizzonte di un ingresso di questi due Paesi nell’Alleanza.
Avevano tanta ragione che anche questa generica prospettiva scatenò la dura reazione di Mosca che la bollò come un grossolano errore strategico e una minaccia suscettibile di avere conseguenze molto serie per la stessa sicurezza pan-europea. In risposta Mosca pose sotto il suo controllo diretto l'Abkhazia e l' Ossezia.
UN CONFINE STRATEGICO PER MOSCA. Un banale realismo politico avrebbe dovuto far capire il vitale valore geopolitico assegnato da Mosca a quel pezzo di confine occidentale e a rapportarlo alla sua reale importanza per la Nato. Tanto più che al di là della retorica neppure l'Unione europea era pronta a stracciarsi le vesti (e il suo bilancio) per averla tra i suoi membri.
Questo è lo sfondo su cui si è aperta la dinamica dell’Ucraina che nel corso del 2013 vide un'accelerazione a dir poco strabica e comunque a mio giudizio sbagliata: quello di porre in termini di secca alternativa l’appartenenza dell’Ucraina all’Europa o alla Russia e di riattualizzare di fatto l'opzione della Nato.
LA REAZIONE DEL CREMLINO ERA SCONTATA. Sfondo dal quale si evince che era prevedibile e tutt’altro che sorprendente, anche se non giustificabile, la condotta di Mosca: a cominciare dall’annessione della Crimea, peraltro avallata da un doppio voto popolare e parlamentare, alla palese volontà di destabilizzazione dell’Ucraina in assenza di una soluzione che allontanasse e allontani dai suoi confini quella che Mosca ritiene una «minaccia».
Può invece sorprendere che non si sia lavorato di più e meglio sulla proposta di «soluzione politica» che Mosca aveva prospettato (telefonata Obama-Putin e colloquio a Parigi Lavrov-Kerry) fin dal marzo scorso: in estrema sintesi, fuori la Nato e un’organizzazione statuale ucraina a forte valenza federale. È stata ribadita anche adesso nel turbinio di notizie di scontri, di morti e di scambi di accuse reciproche.
PUTIN NON INDIETREGGERÀ. Non credo che Putin recederà da questa sua posizione e mi sembra francamente illusorio pensare di forzargli la mano attraverso lo strumento delle sanzioni, come sembra voglia fare Bruxelles venerdi 5 settembre. Tanto meno con il corredo di una massiccia esercitazione di «pronto intervento» della Nato che rende contradditoria l’esclusione del ricorso alle armi sottolineata da parte europea e molto flebile la fiammella di quella fantomatica soluzione politica che si invoca, senza precisare quale. Mentre ci si sta avvitando in una distruttiva spirale di lutti e di rovine da cui forse siamo ancora in tempo a uscire. Ma servirebbe un colpo d'ala e la visione di un'Ucraina non spaccata ma bifronte, giacchè tale è nella sua struttura di popolo.

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