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L'ANALISI 3 Settembre Set 2014 0557 03 settembre 2014

Federica Mogherini, le sfide dell'Alto rappresentante Ue

Quali sfide attendono Lady Pesc.

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da Bruxelles

Il 30 agosto Federica Mogherini è stata designata Alto rappresentante per la politica estera dell'Unione europea (Pesc). Una nomina a lungo osteggiata e criticata da più parti: «Se la scelta ricadesse sull'attuale ministro degli Esteri italiano sarebbe una delusione», aveva scritto il Financial times poche ore prima della decisione dei 28 (leggi l'analisi di Peppino Caldarola). L’inesperienza a livello internazionale di cui è stata tacciata la titolare della Farnesina è la stessa che il quotidiano britannico rivolse nel 2009 anche al suo predecessore Catherine Ashton, in un articolo dal titolo: Europe risking irrelevance as world moves on.
«NON SARÀ FACILE FARE MEGLIO DI ASHTON». Un destino segnato che fa temere in una ennesima «mediocre e anonima stagione», come fu definita quella della baronessa Ashton. Eppure, nonostante il confronto non sia così insostenibile, c'è chi pensa che «per Mogherini non sarà facile fare meglio di quello che ha fatto Lady Ashton», dice a Lettera43.it Michael Emerson, associate senior research fellow presso il Centro per gli studi politici europei (Ceps) di Bruxelles.

Emerson: «La baronessa? L'unica sua colpa è stata l'invisibilità»

Catherine Ashton.

Quando nel 2009 la politica britannica fu nominata Mrs Pesc la domanda che molti osservatori europei si fecero era: «Con Ashton e con il nuovo assetto istituzionale introdotto dal trattato di Lisbona, il 2010 diventerà davvero il primo anno in cui avremo una politica estera comunitaria degna di questo nome?»
A distanza di cinque anni la risposta unanime è stata no. «Ma la colpa non è della politica britannica», dice Emerson. Se una parte della opinione pubblica ha sempre accusato Ashton di essere stata «troppo rappresentante e poco commissario», «troppo vicina agli Stati e poco alla comunità europea», c’è chi rifiuta di usarla come capro espiatorio per nascondere un problema che va al di là delle responsabilità individuali.
«Ashton non ha commesso nessun errore», osserva Emerson, «l’unica sua colpa è stata quella di essere invisibile, ma questo non è stato certo un comportamento stupido».
«CATHERINE HA USATO BUON SENSO». Una invisibilità invece più volte criticata anche perché l’inglese «si è limitata a dire cose semplici e banali anche davanti a situazioni importanti, come è successo per la crisi ucraina», ricorda l’analista. «Ma almeno grazie a questo tipo di comportamento Lady Ashton ha sempre evitato di fare affermazioni avventate, che potevano essere contraddette dai vari ministri degli Esteri Ue».
Insomma quello dell’ex Mrs Pesc «è stato solo buon senso». Una dote che spesso ha caratterizzato anche il predecessore di Ashton, lo spagnolo Javier Solana, che ha saputo mantenere il silenzio quando per esempio durante la guerra in Iraq i big dell’Ue erano in disaccordo tra loro.
STATI MEMBRI MOSSI DAI PROPRI INTERESSI. La vera falla della politica estera europea non si deve ricercare infatti nella debolezza o meno dell’Alto rappresentante, ma nel fatto che la maggior parte dei Paesi dell'Ue non hanno una vera e propria strategia.
Solo quando si parla delle relazioni con grandi potenze come America, Russia e Cina gli interessi sono elevati per tutti, «ma in questi casi le posizioni sono spesso diverse», dice Emerson. E allora la discussione diventa difficile. Secondo l'analista è questa asincronia che rende la politica estera europea troppo debole e poco credibile, «ma per cambiarla è necessario un reale impegno da parte di tutti gli Stati ad agire insieme».

«La sifda? Superare la riluttanza di Gb, Francia e Germania»

Matteo Renzi e Federica Mogherini.

Uno sforzo sinora incompiuto. Per questo il Servizio europeo di azione esterna (Seae) formato da funzionari del Vecchio continente, diplomatici e altri esperti lanciato nel 2010 non ha mai funzionato fino in fondo: «Gli Stati membri hanno continuato a voler gestire la propria politica estera da casa e non a livello davvero comunitario», dice Emerson.
È questo l’ostacolo più grande che potrebbe trasformare anche il lavoro del nuovo Alto rappresentante in una serie interminabile di insuccessi. «La vera sfida per Mogherini», dice Emerson, «è quella di riuscire a superare le differenze oggettive di interesse e di filosofia tra i 28 ministri degli Esteri. E soprattutto superare la riluttanza dei big boys (Germania, Gran Bretagna e Francia) e convincerli a darle spazio per agire come una vera rappresentante».
Uno spazio che sinora non è stato concesso alla baronessa Ashton. «Se quindi le condizioni e i margini di operatività non cambiano, per Mogherini sarà davvero dura fare meglio di quanto ha fatto Ashton», ripete Emerson, «a meno che non voglia scegliere la via più facile, cioè quella dei grandi titoloni».
A STRASBURGO IL PRIMO BANCO DI PROVA. Fare dichiarazioni importanti senza avere il consenso dei 28 «esporrebbe Mrs Pesc a una maggiore visibilità, ma anche al rischio di essere subito smentita dai suoi colleghi degli Esteri e perdere quindi credibilità». Una tentazione che diventa assai più pericolosa in questo momento, «perché la politica di vicinato dell'Ue, sia a Est sia a Sud, è in uno stato di profonda confusione», dice l’analista del Ceps, «e per questo Mogherini sarà sempre chiamata a dire qualcosa di significativo, di forte».
La prima occasione di commettere il fatidico errore, avverte Emerson, «sarà durante la sua audizione in parlamento a Strasburgo, quando Mogherini dovrà parlare davanti agli eurodeputati per ottenere una conferma della sua nomina da parte della Commissione esteri». Sarà quello il suo primo banco di prova per dimostrare di essere una «Mrs Pesc credibile».

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