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LA CRISI 6 Settembre Set 2014 1421 06 settembre 2014

Ucraina, Russia: «Reagiremo alle sanzioni»

Il Cremlino contro una nuova stretta Ue.

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Vladimir Putin.

Mosca non ci sta. E ha dichiarato che reagirà in caso di nuove sanzioni da parte della Ue legate alla crisi ucraina. «Se la nuova lista di sanzioni della Ue entra in vigore, ci sarà sicuramente una reazione da parte nostra», ha dichiarato il ministero degli Esteri russo Lavrov, all'indomani della firma dell'accordo per il cessate il fuoco.
Intanto sono scattate le prime accuse reciproche sulla violazione del cessate il fuoco nell'est ucraino: dapprima Vladimir Macovich, presidente del Consiglio supremo dell' autoproclamata repubblica di Donetsk, ha denunciato che la sera del 5 settembre alle 21 locali ci sono stati parecchi lanci di razzi alla periferia della città. Poi il portavoce militare ucraino Andrei Lisenko ha sostenuto che dopo l'entrata in vigore della tregua è stata sparata una decina di colpi contro alcune posizioni dell'esercito governativo.
Voci poi smentite dai presidenti ucraino Petro Poroshenko e russo Vladimir Putin che hanno constatato durante un colloquio telefonico che il cessate il fuoco firmato a Minsk è «globalmente rispettato».
PUTIN VINCITORE MOMENTANEO. Vladimir Putin, in ogni caso, per ora sembra essere il vero vincitore sul campo nel conflitto ucraino, sia sul piano interno, sia su quello internazionale, come hanno ammesso riservatamente molti leader e diplomatici occidentali. Il leader del Cremlino però si trova tra i due fuochi del rafforzamento della presenza Nato a Est e di possibili nuove sanzioni se non reggerà il cessate il fuoco raggiunto a Minsk. Intanto, dopo mesi di inutili mediazioni internazionali, ha rischiato la carta dei suoi parà in una guerra ibrida, che ha preso in contropiede gli strateghi occidentali e costretto il presidente ucraino Petro Poroshenko al negoziato, dettando platealmente in tivù le condizioni della tregua.
FILORUSSI LEGITTIMATI. Le azioni d Putin hanno portato alla legittimazione dei ribelli filorussi, ormai interlocutori riconosciuti da Kiev e da quegli stessi leader che per mesi li avevano bollati come «terroristi». Una campagna che all'interno gli ha consentito di compattare patriotticamente il Paese e di strappare un consenso record, sullo sfondo di una propaganda e di una strumentalizzazione della storia senza precedenti. Certo, ormai Putin pare aver perso irreversibilmente l'Ucraina, uscita dall'orbita di Mosca e della sua Unione Doganale. Ma, dopo aver fagocitato la Crimea, ha ancora le leve per rallentare il cammino di Kiev verso la Ue e, cosa che più conta ai suoi occhi, per ostacolarne l'adesione alla Nato.
L'ARMA DELLA DESTABILIZZAZIONE. L'arma a sua disposizione è la destabilizzazione. In altre parole, puntare a ottenere per il Donbass un'autonomia tale da contrastare gli slanci euro-atlantici del nuovo potere di Kiev, o riuscire a congelare il conflitto come già accaduto nelle repubbliche secessioniste filorusse dell'Ossezia del sud e dell'Abkhazia, in Georgia, o della Transnistria, in Moldova. Tra un paio di mesi, inoltre, potrà usare, anche sull'Europa, il ricatto energetico dopo la sospensione delle forniture di gas a Kiev. L'ipotesi di un riaccendersi della guerra sarebbe invece pericolosa anche per il Cremlino: le sanzioni già in vigore cominciano a mordere sulla Russia, un nuovo giro di vite potrebbe essere un brutto colpo per un'economia stagnante da tempo e per un'elite di oligarchi che non vuole perdere altri miliardi di dollari.
RISPOSTA MILITARE ALLA NATO. Per quanto riguarda invece la forza di intervento rapido varata dalla Nato, destinata ad avere il comando in Polonia e a usare cinque basi già esistenti nei paesi baltici e in Romania, per schierare a rotazione truppe capaci di intervenire ovunque in 48 ore, la Russia ha già promesso di rispondere, anche aggiornando la propria dottrina militare.

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