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L'ANALISI 8 Settembre Set 2014 0945 08 settembre 2014

Germania, il ritorno della Bundeswehr

Armi ai curdi e militari in Polonia. La Difesa tedesca torna protagonista.

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Alleati dei curdi in Iraq e sull'attenti al di là delle frontiere russe.
La Germania, non interventista dalla disfatta nazista, è contraria ad azioni militari in Ucraina e frena inglesi e francesi su interventi diretti nei Paesi arabi.
Ma, contro il parere della sua opinione pubblica, invia armi ai peshmerga che combattono contro lo Stato islamico (Is) e raddoppia la presenza militare a Stettino, in Polonia, mostrando i muscoli allo “zar” Vladimir Putin.
Tanto decisionismo militare è inedito ed è contestato dalle generazioni di tedeschi (ormai molte) cresciute negli anni della divisione tra Est e Ovest e dopo la riunificazione. La popolazione comune storce il naso di fronte all'attivismo della cancelliera Angela Merkel in materia di Difesa, figlia di un tabù non solo tedesco.
DIVISA E OCCUPATA. Spartita e smilitarizzata nel 1945, per decenni mandare le “Sturmtruppen” nei teatri di guerra è stato infatti considerato un pericolo, prima di tutto dalle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale.
Il riarmo della Germania Ovest (membro della Nato dal 1955) è stato contenuto dagli alleati e, caduto il Muro, militarmente la nazione tedesca ha continuato a mantenere un profilo basso.
Nel 1990, per ritornare capitale, Berlino dovette rinunciare alle armi atomiche e chimiche, impegnandosi anche a ridimensionare le sue forze armate, fondamentale per ottenere il ritiro completo degli occupanti russi, britannici, francesi e americani dal suo territorio.
IL PESO NELLA NATO. Ancora durante la Prima guerra del Golfo (1990-1991), per dire, la Germania non figurava tra i 38 alleati di Bush senior. Ma gradualmente la macchia del nazismo è stata superata dall'establishment politico-militare.
Rotto il ghiaccio con il sì la missione tedesca in Afghanistan del 2001 (contrastata, anch'essa, dai cittadini tedeschi), Berlino si è mossa con prudenza e si è imposta nel consesso della Nato.
Fino ad assumere, nel 2014, un ruolo di leadership nelle scelte militari tra i Paesi europei.

No alla guerra in Libia, sì alle armi in Iraq: le scelte militari di Berlino

L'attuale politica militare tedesca finora è stata condotta con autonomia e si è caratterizzata per la sua linea non interventista.
Nel 2011, quando inglesi e francesi pressavano gli Usa per rovesciare Muammar Gheddafi, la cancelliera Merkel si schierò con nettezza contro la “coalizione dei volenterosi”, prendendo sempre le distanze dall'impegno diretto in Libia, anche dal gruppo interventista della Nato che sarebbe subentrato dopo.
In linea con la maggioranza dei tedeschi, in seno all'Onu la Germania si era anche astenuta nella votazione della discussa risoluzione 1973, foriera poi della no fly zone su Tripoli e Bengasi.
Analoga posizione pacifista è stata mantenuta da Merkel sulla Siria: più cauta, anche in questo caso, dal tandem franco-inglese che, con gli Usa, armava i ribelli.
LA SVOLTA CURDA. Sull'Iraq, al contrario, dopo l'ok agli strike «limitati» del presidente americano Barack Obama e l'apertura del dibattito a Bruxelles, la grosse Koalition tedesca si è riunita con i vertici militari nel Consiglio di Difesa, sdoganando, di fatto, l'invio di armi ai curdi da parte dei Paesi europei.
La Gran Bretagna aveva annunciato il suo sì a inizio agosto. Oltralpe, il governo socialista di François Hollande si era espresso per le armi ai curdi, ma a patto, come l'Italia, che la decisione fosse avallata dall'Unione europea (Ue). In questo quadro, la presa di posizione tedesca di inviare «subito» materiale bellico ai peshmerga ha segnato uno spartiacque.
BERLINO FA SCUOLA. Come Obama, Merkel non ha chiesto il voto del parlamento. Ma ha illustrato ai deputati, in sessione straordinaria al Bundestag, una scelta già concordata con i curdi e il governo di Baghdad, scavalcando anche il giudizio contrario della maggioranza dei tedeschi.
Certo, a Ferragosto i ministri dell'Ue si erano riuniti ed espressi, in prevalenza, per la fornitura di armi al Kurdistan iracheno. Ma nessun governo europeo, prima della decisione di Berlino, aveva comunicato con trasparenza la portata della commessa per l'Iraq (missili anticarro, granate e diversi modelli di fucili in dotazione ai panzer).
Sulla scia della Germania, si è subito mossa l'Italia, che una settimana dopo ha annunciato aiuti militari «in partenza» per i peshmerga, per un valore di 1 miliardo e 900 mila euro.
Pronta, secondo indiscrezioni, anche all'invio di 90 corazzati in Ucraina.

Svolta dalla Seconda guerra mondiale: ma l'opinione pubblica resta pacifista

Con la commessa, in Iraq sono atterrati anche sei militari della Bundeswehr, con la missione di consegnare sani e salvi gli aiuti militari e civili (5 mila pezzi di materiale) per la guerra contro l'Is.
Merkel si è affannata a ripetere che il micro-contingente non è composto da unità da combattimento. E che mai e poi mai i soldati tedeschi saranno inviati in trincea in Iraq, contro i tagliagola jihadisti.
La decisione, che rompe la tradizione tedesca dalla fine, della Seconda guerra mondiale, di non inviare - almeno dichiaratamente - armi in aree di conflitto, si è resa necessaria per il «trattamento terribile» verso le minoranze e i musulmani non sunniti, una «situazione eccezionale descrivibile come genocidio», ha argomentato la cancelliera. Tanto più che «2 mila combattenti dell'Is è stimato arrivino dall'Europa, 400 dei quali probabilmente dalla Germania».
L'elaborazione dell'Olocausto, insomma, passa anche dalla lotta armata ai nuovi stermini. Ma i cittadini tedeschi non sono per niente entusiasti di questa battaglia, per il governo umanitaria.
CONTRO L'OPINIONE PUBBLICA. In un sondaggio commissionato dalla tivù pubblica Ard, solo il 34% si è detto favorevole all'invio di armi in Iraq: il 60%, trasversale a tutti i partiti politici, è contrario.
Ancora più contestata è la politica di Merkel sull'Ucraina. Con la Bundeswehr che raddoppia da 30 a 60 i militari del Corpo multinazionale a Nord Est di Danzica (200 soldati tra tedeschi, danesi e polacchi, da portare a 400), la gente comune preferisce festeggiare, in questi mesi, il ritorno a casa delle truppe germaniche dall'Afghanistan.
Per la grande maggioranza dei tedeschi, Putin è un soggetto «pericoloso» e «inaffidabile». Gli ultimi sondaggi mostrano anche come, nell'arco di una settimana, sia cresciuta la paura in Germania per le crisi che si accumulano nel mondo. Tuttavia, la fetta più grande dell'opinione pubblica vorrebbe mantenere con Mosca buoni rapporti per convenienza economica.
CON PUTIN PER INTERESSE. In un'indagine dell'istituto demoscopico Emnid, il 71% dei tedeschi dà infatti la responsabilità dell'escalation ucraina al Cremlino. Ma l'83% degli interpellati è per una «soluzione diplomatica», solo un quinto appoggia l'invio di truppe Nato nell'Est e un eventuale invio di armi a Kiev.
Due terzi dei tedeschi, poi, sono addirittura contrari all'ingresso dell'Ucraina nella Nato. E sulle sanzioni alla Russia, la metà di loro è scettica, per il timore di perdere posti di lavoro.
Posizioni contraddittorie, che per la verità non fanno onore ai tedeschi. Ma siccome la leva nelle Sturmtruppen si può ormai evitare e più del 56% dei concittadini auspica, almeno sulla crisi Ucraina, un «ruolo di guida della Germania», Merkel e compagni, archiviati i blocchi psicologici e quelli imposti, devono essersi decisi ad agire da soli.

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