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SCENARIO 8 Settembre Set 2014 1406 08 settembre 2014

Patto del tortellino, Renzi e i cinque protagonisti europei

Partito. Obiettivi politici nazionali. E aspettative sull'Ue dei leader socialisti.

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Dopo quello della crostata e della pajata ora c’è anche il «patto del tortellino», un programma in 10 punti per una nuova Europa.
Lo ha lanciato Matteo Renzi dal palco della festa dell’Unità di Bologna insieme col primo ministro francese Manuel Valls, al segretario del partito socialista spagnolo Pedro Sánchez, al leader dei laburisti olandese Diederik Samsom e al segretario generale del Pse Achim Post. Tutti vestiti con camicia bianca e pantaloni neri, eccezion fatta per Sánchez, già diventato un sex symbol in Italia, che indossava un più comodo paio di jeans.

Da sinistra, Achim Post, Diederik Samsom, Pedro Sanchez, Matteo Renzi e Manuel Valls alla festa nazionale dell'Unità di Bologna.

CINQUE INTERPRETI CON PROBLEMI DIVERSI. Cinque figure con in testa un unico obiettivo: quello di cambiare verso all’Europa.
Tra il dire e il fare di mezzo c’è, però, un abisso di nome Angela Merkel. È soprattutto con la cancelliera tedesca che Renzi, Valls, Sánchez, Samsom e Post devono fare i conti, in particolar modo quando si parla di austerità e flessibilità.
Ognuno dei protagonisti dell’accordo vive però una situazione interna non facile. In Italia Renzi è in lotta con i sindacati e deve guardarsi dai nemici interni al partito, in Francia Valls è stato costretto al rimpasto di governo mentre in Spagna Sánchez deve attestarsi come nuovo leader del Psoe dopo la vittoria alle ultime primarie.

1. Matteo Renzi: una rottamazione del sistema #passodopopasso

Matteo Renzi, premier e segretario del Pd.

Il presidente del Consiglio italiano, nonché segretario del Partito democratico, sta cercando di «cambiare verso» all’Italia trovando non poche resistenze. Tra le riforme approvate finora quella della Pubblica amministrazione ha provocato malumori soprattutto tra le forze dell’ordine, che hanno minacciato uno sciopero unitario mai visto nella storia del Paese.
IL PARTITO: ANCORA DIVISO. Ma i problemi del giovane Matteo non sono solo esterni. Anche dentro il suo partito continua il fuoco di fila di chi lo vorrebbe veder fallire.
Lo testimoniano, ultimi in ordine di tempo, gli interventi dell’ex leader dem Pier Luigi Bersani e di Massimo D’Alema.
«Io ho sempre pensato che la fiducia viene dalla verità, credo che la gente debba avere davanti un quadro veritiero e avere dei messaggi e delle indicazioni che abbiano alla prova dei fatti concretezza ed efficacia», ha scandito il primo parlando dell’'annuncite' del premier. L’ex presidente del Copasir, invece, ha definito «insoddisfacenti» i risultati finora raggiunti dal governo e definito il Pd come «un gruppo di persone che sono fiduciarie di Renzi».
IL PAESE: CRESCITA ZERO E DEFLAZIONE. Poi, ovviamente, ci sono i problemi strutturali dell'Italia. Per la prima volta dal 1959 il Paese è in deflazione, la disoccupazione (sia generale che giovanile) continua a crescere così come il debito pubblico. In più, almeno fino a questo momento, il bonus da 80 euro non sembra essere stato efficace nel far ripartire i consumi.
Renzi ha promesso di cambiare radicalmente lo Stato, dandosi 1.000 giorni di tempo e inaugurando il sito Passodopopasso.italia.it.
Sullo sfondo c’è poi l’agognato taglio della spesa pubblica. A Cernobbio, ospite del forum Ambrosetti, il commissario straordinario Carlo Cottarelli ha spiegato che «la spending review non è una corsa sprint e nemmeno una maratona, piuttosto è una corsa a staffetta». Da vincere, però.
L'EUROPA: RENZI CAPOFILA PER LA FLESSIBILITÀ. Certo è che restiamo ancora sorvegliati speciali. Già durante la corsa per diventare segretario del Pd Renzi aveva lanciato la sua idea di Europa, fatta di meno rigore e maggiore flessibilità. Il premier è tornato alla carica: «Non esiste un problema-Italia in Europa», ha spiegato, «esiste invece un problema dell’Eurozona che l’Italia contribuirà ad affrontare rispettando le regole e chiedendo più attenzione alla crescita». In questo senso l’alleato numero uno di Renzi si chiama Mario Draghi: il lavoro che sta portando avanti il numero della Bce, che di recente ha incontrato il premier, è notevole, ma restano da vincere le dure resistenze della Germania.

2. Manuel Valls, l'ultima scialuppa per François Hollande

Manuel Valls, premier francese.

Manuel Valls di anni ne ha 52. Qualcuno lo ha definito il Sarkozy socialista, altri ancora il Blair francese. Di fatto è lui l’uomo che può salvare dal disastro più totale l’avventura di François Hollande all’Eliseo.
IL PARTITO: IL RIMPASTO DOPO LA TEMPESTA. Diventato premier il 31 marzo scorso dopo la disfatta socialista alle Amministrative francesi, Valls è stato costretto a un rimpasto estivo che ha fatto parecchio rumore. “Colpa” delle parole dell’ormai ex ministro dell’Economia, il 51enne Arnaud Montebourg, secondo cui la necessità è quella di «dare priorità alla crescita e mettere in secondo piano le questioni del deficit senza cedere all’ortodossia della destra tedesca», che hanno testimoniato le spaccature interne al partito sui temi economici.
A parte il singolo episodio, per i socialisti la situazione non è delle più facili. Le Amministrative sono costate la poltrona all’ex primo ministro Jean-Marc Ayrault, hanno segnato l’avanzata dell’Ump di Jean-François Copé e, soprattutto, del Front National di Marine Le Pen. Una mazzata per Hollande.
IL PAESE: LA FRANCIA SFORERÀ IL 3%. Se la situazione interna al partito socialista non è delle migliori, nel Paese le cose non vanno tanto meglio. A maggio Valls ha ribadito che la Francia intende rispettare il target del 3% per l’anno prossimo, dopo che il parlamento francese ha approvato un pacchetto di tagli e risparmi per 50 miliardi di euro. Di parere diverso è la Commissione europea, secondo cui, a meno di ulteriori misure, Parigi sforerà il target con un deficit al 3,4% nel 2015. Ci sono poi la disoccupazione in aumento, che ha toccato il 10,2% (2,7 milioni), il Pil invariato e il dato negativo sulla fiducia nelle imprese.
L'EUROPA: «LA GERMANIA NON È IL NEMICO». Come Renzi, anche Valls chiede maggiore flessibilità all’Europa. Per il primo ministro francese, recentemente intervistato dal quotidiano Le Monde, «non bisogna opporsi alla Germania». In un contesto simile, infatti, «non si chiede di cambiare le regole, ma che siano applicate e interpretate con tutta la flessibilità contenuta nei trattati, nel caso di circostanze eccezionali come queste».

3. Pedro Sánchez: segretario di transizione o nuovo leader del Psoe?

Pedro Sánchez, segretario del Psoe.

Quarantadue anni, nato a Madrid e tifoso dell’Atlético, soprannominato «El guapo», dal 26 luglio scorso Pedro Sánchez è il nuovo segretario del partito socialista spagnolo al posto di Alfredo Pérez Rubalcaba. Un’ascesa favorita proprio dalle dimissioni di quest’ultimo seguite alla disfatta del Psoe alle Europee.
IL PARTITO: UNA FORZA DA RICOSTRUIRE IN FRETTA. Alle ultime elezioni nazionali (2011), che hanno visto la vittoria dei popolari di Mariano Rajoy, il Psoe è crollato e da allora fatica a risollevarsi. E il 25 maggio scorso le cose non sono andate tanto meglio.
Per qualcuno Sánchez è un segretario di transizione, chiamato a traghettare il partito verso la leadership della presidente della Giunta dell' Andalusia Susana Díaz, che a sorpresa ha rinunciato alla candidatura alle primarie. Come fu per Zapatero nel 2000, però, Sánchez ha saputo conquistare in poco tempo l’apparato del partito. Una figura, racconta chi lo conosce bene, a metà fra lo stesso Zapatero (di cui è stato collaboratore) e Rubalcaba con le idee chiare e la voglia di riportare i socialisti al governo.
IL PAESE: SITUAZIONE IN LENTA RIPRESA. Malgrado il lavoro portato avanti fino a questo momento dal governo Rajoy, la Spagna è ancora incagliata nelle secche della crisi anche se in ripresa. L’ultimo dato sulla disoccupazione parla di un aumento dello 0,18% rispetto a luglio. Gli spagnoli senza lavoro sono quasi 4 milioni e mezzo, anche se il tasso di occupazione spagnolo è più alto rispetto all’Italia. In più il piano di aiuti per il risanamento delle banche deciso da Madrid - unito al 41 miliardi chiesti all’Europa - sta ridando solidità al sistema. E nel secondo trimestre 2014 il Pil è cresciuto dello 0,6%. Nei «10 impegni» pubblicati sul suo sito internet, Sánchez propone (fra le altre cose) una riforma fiscale progressiva, visto che «le famiglie contribuiscono al 90% delle entrate ed è ingiusto», unita a una profonda revisione costituzionale e alla gratuità di servizi pubblici come istruzione e sanità «aumentando le risorse per sostenere lo stato sociale».
L'EUROPA: «BASTA AUSTERITY. SERVE LA CRESCITA». Le ricette messe in campo da Rajoy comunque non piacciono a Sánchez. «Io non ce l’ho con Merkel», ha spiegato in un’intervista a Repubblica, ma «con l’ideologia che sta dietro l’attuale politica economica e che non è stata in grado di fronteggiare la crisi. Al posto dell’austerity», ha aggiunto il leader del Psoe, «noi vogliamo vedere nuovi posti di lavoro: ci vogliono finanziamenti per le piccole imprese, per i lavoratori, più investimenti pubblici, una politica monetaria più flessibile e un programma di reindustrializzazione destinato in particolare ai Paesi del Sud Europa».

4. Samsom: il leader olandese sostenitore dell’euro ma contrario al rigore

Diederik Samsom, leader dei laburisti olandesi.

A siglare il patto c’era anche Diederik Samsom. Classe ‘71, leader dei laburisti olandesi, vicepremier ed ex “combattente” ecologista, è ateo e vegetariano e va a lavorare in bicicletta. Il perché è presto detto: è nato a Groninga, considerata la città più ciclabile del mondo.
IL PARTITO: I LABURISTI TORNANO A CRESCERE. Sguardo magnetico, molto telegenico e ottimo comunicatore, come leader del partito Samsom è riuscito a riportare i laburisti nelle posizioni che contano. Se infatti alle elezioni politiche del 2010 il Pvda era crollato sotto la soglia del 20% (19,6%), in quelle di due anni dopo ha guadagnato oltre cinque punti percentuali conquistando 38 seggi alla Camera. Per questo la stampa parlamentare olandese lo ha eletto uomo politico del 2012.
IL PAESE: ECONOMIA IN AFFANNO. A testimoniare lo stato non certo roseo in cui si trova l’Olanda basta citare la proposta di legge del governo di Mark Rutte, ora al vaglio del Consiglio generale di Stato e del Consiglio della magistratura olandese, che obbliga i detenuti a pagarsi la cella e che permetterebbe risparmi annui per 65 milioni di euro.
L’economia arancione è peggiorata progressivamente: ciò ha significato l’abbandono di un welfare state definito «obsoleto» che ha lasciato spazio a tagli a spese sociali, sanità e sicurezza. La disoccupazione è al 6,7% e il governo formato da liberali e laburisti è in difficoltà vista anche l’ingombrante ombra degli euroscettici di Geert Wilders (che pure alle ultime Europee non hanno brillato).
L'EUROPA: «FAVORIRE GLI INVESTIMENTI PUBBLICI». Filoeuropeo e sostenitore della moneta unica, Samsom è da sempre favorevole ad un allungamento dei tempi per il risanamento dei bilanci dei Paesi in difficoltà nell’Eurozona, come per esempio la Grecia. Tradotto: basta col rigore imposto dalla Germania di Frau Merkel, bisogna puntare sulla crescita e su un piano di investimenti per rilanciare l’economia favorendo l’occupazione e tutelando i valori fondamentali dello stato sociale.

5. Post senza mezzi termini: «In Germania la flessibilità è il diavolo»

Achim Post, vicecapogruppo della Spd.

Vicecapogruppo della Spd al parlamento tedesco nonché segretario generale del partito socialista europeo, a Bologna Achim Post era alla destra di Pedro Sánchez e Matteo Renzi nella photo opportunity che ha sancito il patto.
IL PARTITO: D'ACCORDO CON MERKEL SUL RIGORE. Post è probabilmente la “pecora nera” del gruppo. I socialdemocratici tedeschi, inclusi nella grande coalizione che ha portato alla nascita del terzo governo di Angela Merkel, non sono così contrari al rigore imposto dalla cancelliera.
Il loro leader di partito e candidato premier alle ultime elezioni, l’ex ministro delle Finanze Peer Steinbrück, è infatti favorevole alla rigidità nei conti anche se le sue posizioni sono più morbide rispetto a quelle della numero uno del governo.
IL PAESE: PIL IN CALO NEL SECONDO TRIMESTRE. La Germania dunque si conferma paladina del rigore. Anche se dopo tanto sorridere anche Berlino ha di che preoccuparsi. Nel secondo trimestre è andata peggio del previsto e il Pil tedesco ha fatto registrare una contrazione dello 0,2%. Il settore delle costruzioni è sceso addirittura del 4,2% mentre l’export dello 0,2%.
Di contro c’è una disoccupazione fra le più basse d’Europa (2,9 milioni) e un mercato del lavoro in crescita, frutto anche della nota riforma Hartz. Tanto che non più tardi di due settimane fa il presidente dell’Agenzia per il lavoro tedesca, Frank-Jüergen Wiese, ha spiegato che «lo sviluppo positivo del mercato del lavoro prosegue in modo tendenziale».
L'EUROPA: «LA FLESSIBILITÀ È IL DIAVOLO». Dal palco di Bologna, Post ha affermato senza mezzi termini che in Germania «la parola flessibilità è vissuta come il diavolo». Non una grande notizia, del resto. Neanche la sua presenza a Bologna lo è stata per i giornali tedeschi, visto lo spazio che gli è stato dedicato. Chissà perché…

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