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BASSA MAREA 9 Settembre Set 2014 1250 09 settembre 2014

L'alibi dell'autonomia rovina l'Italia

Dallo Sblocca Italia è stato eliminato il Regolamento edilizio unico. Segno della resistenza degli enti locali. Ma così il nostro Paese resta immobile.

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Maurizio Lupi.

La norma più significativa del decreto Sblocca Italia è saltata nella notte fra il 31 agosto e il primo settembre, anche se il ministro Maurizio Lupi ha assicurato che si tratta di un rinvio a breve. Vedremo.
La legge che istituiva un Regolamento edilizio unico per gli 8 mila Comuni d’Italia era infatti il pilastro principale, per ora, di un’opera di ripensamento delle autonomie che il governo Renzi ha giustamente posto al centro della sua azione.
IL SENSO ITALIANO PER L'AUTONOMIA. Un senso malinteso e italianissimo dell’autonomia è infatti al cuore - insieme coi vizi della burocrazia centrale - di quanto rende l’Italia un Paese lento, farraginoso, inattendibile, costoso, a scarso rispetto della norma e a tutela dell’arbitrio, con danni gravi ed evidentissimi a partire dal territorio, ma non solo.
Ingiustamente e con scarsa generosità, molti italiani pensano che questo accada in vaste aree del Sud. Errore. In certe zone del Sud forse è endemico. Ma altrove, anche ai confini settentrionali d’Italia, accade eccome.
LA PRIORITÀ: FARSI GLI AFFARI PROPRI. La malintesa autonomia concorre quindi, con altre caratteristiche «comunali» esistenti anche altrove ma in Italia patologiche, a fare del nostro Paese qualcosa, in negativo, di «diverso».
Per troppi italiani che sono in posizione, in vario modo, di esercitare questo “diritto”, l’autonomia equivale infatti, quando utile, alla norma-principe dell’onorevole Antonio Razzi di crozziana interpretazione, al farsi cioè i c…propri.
LA MOLTIPLICAZIONE NORMATIVA. Piani regolatori e relative norme attuative, regolamenti edilizi, piani di tutela paesaggistica formano un corpus che gli 8 mila Comuni hanno moltiplicato, a ciascuno il suo, e che resta al cuore del potere della burocrazia locale. Come noto l’eccesso di normativa è, dopo l’assenza di leggi, la garanzia migliore perché ciascuno possa procedere a proprio piacimento. O meglio, perché questo diritto all’arbitrio funzioni per chi deve funzionare.
Varie normative, per esempio quelle su edificabilità e distanze in territorio urbano, vedono per fortuna il prevalere totale della norma nazionale, che se disattesa o non recepita deve automaticamente subentrare, con l’obbligo totale per il magistrato ordinario di farla rispettare e senza possibili interpretazioni. Ma questo dopo attese giudiziarie e spese.
ABUSI QUOTIDIANI. Sono frequenti gli abusi della norma nazionale che i regolamenti comunali recepiscono ma non di rado con terminologie volutamente più confuse, le nuove edificazioni fatte passare per ristrutturazioni, gli aumenti abnormi e fuori legge di volumetrie, e via di seguito. Contestati, i Comuni in genere rispondono così: «Per noi è tutto a posto». E scusate, e la legge?
Molte norme, invece, sono gestite direttamente dalla legislazione comunale, che aggiunge così alla norma-base nazionale interpretazioni, casistiche e soprattutto un linguaggio ambiguo perfettamente funzionale alla più ampia discrezionalità amministrativa. È l’Italia ingestibile che scoraggia investimenti esteri e terrorizza gli stranieri che, in nome della bellezza, hanno acquistato un casolare in Toscana, Umbria o basso Piemonte.
IL FRONTE DEL REGOLAMENTO EDILIZIO UNICO. La creazione di un Regolamento edilizio unico, con limitati possibili adattamenti alle realtà locali, nasce da una proposta del Consiglio nazionale degli architetti e ha ricevuto l’approvazione dell’Ance, l’organo di rappresentanza nazionale dei costruttori. Ma è noto che a livello locale moltissimi non sono d’accordo, a partire da costruttori e professionisti, e non sono d’accordo soprattutto le burocrazie comunali e regionali. Queste ultime rielaborano delle leggi-quadro edilizie alle quali i Comuni devono uniformarsi, si fa per dire. Su alcune delle questioni fondamentali, alla fine, per fortuna esiste la legge nazionale.
IL PENTIMENTO DI LA MALFA. Il padre, o quasi, della riforma regionale del 1970 che creò le Regioni a statuto ordinario (un discorso a parte meriterebbero le cinque a Statuto speciale) fu Ugo La Malfa leader del Pri. Ebbe modo di pentirsi. «Caro Tonino, non ti illudere, le quattro o cinque misure che hanno rovinato l’Italia le abbiamo già prese, non ci possiamo fare più niente, siamo condannati…», diceva spesso alla fine La Malfa all’amico Antonio Maccanico, come ricorda Roberto Napoletano.
In testa, la riforma regionale. Poi il punto unico di contingenza dell’accoro Lama-Agnelli, l’equo canone che distrusse il mercato dell’affitto, la riforma sanitaria di Tina Anselmi che garantiva tutto a tutti e infine elargizioni pensionistiche agli statali senza rapporto con ragionevoli diritti acquisiti.
Qualcosa è stato rimediato, qualcosa no. La confusione edilizia comunale è un retaggio di quella stagione.
REGIONI DI CONVENIENZA. Recentemente Giorgio La Malfa, figlio di Ugo, e Massimo Adinolfi hanno ricordato come le Regioni fossero prima di tutto un’apertura, in teoria comprensibile per migliorare la convivenza politica, al Pci, al quale risultati elettorali nazionali e situazione internazionale precludevano apparentemente all’infinito l’ascesa al potere centrale. Un’opposizione senza sbocchi e una democrazia imperfetta senza ricambio data la proposta inevitabilmente minoritaria del grande partito della sinistra.
Tre regioni di cui due importanti sarebbero state e furono da subito sue. Ma anche nelle Regioni rosse le cattive abitudini delle assunzioni politiche, del gonfiamento degli organici e di una gestione complessivamente clientelare si fecero presto sentire. Altrove, pure peggio.
«POSTIFICIO» PUBBLICO. Le Regioni diventarono un «postificio». Osservano La Malfa figlio e Adinolfi: «Al vizio politico di origine di un accordo fra Dc e Pci, seguì la scelta di adottare controlli molto meno incisivi e accurati rispetto a quelli cui era sottoposta l’amministrazione centrale…».
È chiarissimo. E da qui, per li rami, discende anche la storia dell’edilizia comunale.

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