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MAMBO 9 Settembre Set 2014 1558 09 settembre 2014

Matteo Renzi, la democrazia e il futuro dell'Italia

Prima accusati di destabilizzare la Repubblica erano gli ex fascisti. Poi i socialisti di Craxi. Ora è il premier.

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Il premier Matteo Renzi al vertice Nato in Galles.

Che cosa c'è dietro l'idea, che ha largo corso in alcuni ambienti della sinistra, che Renzi sia «un pericolo per la democrazia»?
Non penso ai firmatari seriali di appelli, da qui non viene niente di nuovo. C'è, infatti, con tutta evidenza un mondo che legge la cronaca politica come la prosecuzione della cronaca criminale e su questa base ha costruito un successo mediatico e un largo seguito elettorale ora confluito nel Movimento di Beppe Grillo.
Sto invece parlando della sinistra classica, quella ex comunista (ed ex socialista non confluita in Forza Italia). In questi ambienti troviamo un tema ossessivo della cultura di sinistra che è largamente giustificato dalla storia italiana: il tema è la costante minaccia che corre la democrazia.
PRIMA LA PAURA DEI NEO-FASCISTI. Dapprima questo pericolo venne visto nei rigurgiti neo-fascisti, via via che il mondo ex mussoliniano rivelava la sua scarsa consistenza il pericolo venne rappresentato da due protagonisti, diversi e talvolta coniventi: da un lato il partito-regime, cioè la Dc e in particolare i suoi leader forti, per esempio Amintore Fanfani, dall'altro i poteri occulti che in combutta con gli apparati di forza, la destra, ambienti Nato, logge massoniche e quant'altro, congiuravano per abbattere la democrazia.
Anche le pagine sanguinose delle stragi e del terrorismo rosso sono state interpretate come attacchi che le formazioni eversive e il partito armato portavano avanti su suggerimento, se non addirittura ordine, dei 'Grandi Vecchi'.
Insomma la democrazia è sempre stata assediata.
POI LE ACCUSE AL CRAXI DECISIONISTA. È con l'avvento di Craxi che una parte fondamentale della sinistra comincia a sospettare che la minaccia alla democrazia venga proprio da un mondo storicamente a sé vicino.
Il leader socialista è un decisionista, combatte aspramente l'egemonismo del Pci, non ama la Cgil.
Tuttavia lo schema culturale di Craxi è tutto interno a una democrazia fondata sui partiti, sui corpi intermedi, su quanto era emerso dall'avvento della Repubblica.
Malgrado le banalizzazioni successive, la sua grande riforma non modificava la costituzione materiale, anche se voleva cambiare il centro di gravità permanente non più incardinato sull'asse Dc-Pci ma sul primato socialista.
Da qui l'accusa demonizzante, contro di lui, dei comunisti e degli ex comunisti.
ORA È L'ONDATA RENZIANA CHE FA PAURA. Con Renzi siamo un passo più avanti. Il segretario Pd non solo fa fuori un'intera classe dirigente di sinistra ancora in età lavorativa ma mostra totale insofferenza per tutti, dicasi tutti, i corpi intermedi.
La democrazia occidentale a cui Renzi guarda si libera dell'anomalia italiana - partiti, sindacati, associazioni, cooperative - e immagina un Paese in cui oltre le leadership - sostanzialmente la sua - e oltre la rappresentanza parlamentare, c'è il deserto.
Nasce da qui il timore di molti avversari di sinistra del premier che provengono dalle fila dell'ex Pci: credono che la destrutturazione renziana sia in sé un'avventura rischiosa.
Se si combinassero i critici di Renzi del mondo ex giustizialista con i critici che vengono dalla sinistra tradizionale, cambierebbe il volto dell'opposizione italiana.
Per fortuna non avverrà. Per due ragioni. Sono mondi davvero contrapposti.
Renzi fino a ora non ha impaurito il popolo di sinistra ma solo i suoi antichi leader. Spetta a lui però dimostrare che la sua idea di democrazia non è solo renziano-centrica.
L'Italia è un piccolo Paese, ma è complicato e ha una lunga e spesso grande storia.
Non è riassumibile nella biografia di un uomo solo.
Come si è già visto, almeno un paio di volte.

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