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SCENARIO 10 Settembre Set 2014 2000 10 settembre 2014

Emilia Romagna, Renzi i rischi per il Pd

I guai giudiziari rischiano di azzerare una classe dirigente.

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Matteo Renzi e Graziano Delrio.

La nuova inchiesta sui rimborsi del Consiglio regionale dell’Emilia Romagna rischia di diventare una bomba per il Pd.
Inutile girarci attorno: la miccia innescata dalle notizie della procura sta viaggiando velocemente verso Roma, dove Matteo Renzi dovrà dare una risposta in tempi brevi al caos scoppiato dalle parti di Bologna. E mettere in conto l'offensiva del M5s.
RIAPERTO IL DOSSIER EMILIA ROMAGNA. Il segretario ufficialmente non ha aperto bocca sulla vicenda, ma nel bunker di Palazzo Chigi ha dovuto richiudere il dossier sulla nuova segreteria del partito per riaprire quello sulle candidature in Emilia Romagna, nonostante considerasse la pratica archiviata dopo aver «benedetto» le primarie tra i suoi fedelissimi, Matteo Richetti e Stefano Bonaccini, e l’outsider Roberto Balzani.
PRIMARIE A RISCHIO. La rinuncia dell'ex presidente dell'Assemblea regionale ha aperto però una falla nel sistema emiliano, che ora rischia di risucchiare anche la candidatura del responsabile Enti locali del Nazareno, con conseguente annullamento delle consultazioni.
Bonaccini non vorrebbe rinunciare alla corsa, ma le pressioni che arrivano da tutto l’ambiente renziano (non dal leader) inducono l’ex consigliere regionale a riflettere sul passo indietro per «accontentarsi» di gestire il partito a Roma.
OCCHI PUNTATI SU DELRIO. A meno di clamorose sorprese, dunque, Renzi sarà costretto nei prossimi giorni a tirare un altro coniglio fuori dal cilindro, ma stavolta senza sensazionalismi: serve un candidato pesante, apprezzato dalla Base (a trazione post comunista) che possa aprire un nuovo ciclo vincente dopo quello di Vasco Errani. E che garantisca risultati performanti anche nella Conferenza Stato-Regioni.
Il nome è già pronto, ed è ovviamente quello del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, uomo di fiducia del premier («la storia della freddezza nei rapporti non esiste», garantisce un membro del Giglio magico ristretto).
BERSANIANI CONTRARI. Il premier non vorrebbe assolutamente privarsi di un uomo-macchina come l’ex sindaco di Reggio Emilia, fondamentale cuscinetto tra l’irruenta determinazione del rottamatore e l’ostico conservatorismo dei tecnici di Stato, ma gli eventi sono precipitati a una tale velocità che nemmeno un centometrista della politica come Renzi ha potuto tenere il passo.
Con buona pace di Pier Luigi Bersani e i bersaniani, contrari a questa scelta, che a questo punto se ne dovranno fare una ragione.

Il giallo della rinuncia di Richetti

Matteo Richetti e Stefano Bonaccini.

Dunque, a meno di inaspettati colpi di scena - qualcuno suggerisce a Lettera43.it di tenere sott’occhio il prodiano Sandro Gozi, anche se l’attuale sottosegretario spera di sostituire l’uscente Federica Mogherini alla Farnesina - Delrio lascerà la capitale per tornare in Emilia Romagna, lasciando al «fratello minore» Matteo un vuoto che in pochi credono possa essere colmato dal fedelissimo Luca Lotti.
NODO FARNESINA A OTTOBRE. Della sostituzione del sottosegretario, il premier si occuperà comunque a ottobre, periodo in cui aveva già previsto di rimettere mano al governo per coprire la casella del ministero degli Esteri. In questo particolare momento, Renzi ha molta più fretta di capire cosa sia successo in Emilia.
Se a Bonaccini i giudici contestano 4 mila euro in 19 mesi, sulla vicenda giudiziaria relativa a Richetti ci sono ancora molte ombre.
LE RASSICURAZIONI DEI LEGALI. I colleghi con cui ha stretto amicizia raccontano che l’esponente dem era a conoscenza della possibilità di un’indagine, tanto che prima di presentare la sua candidatura aveva consultato a lungo i suoi legali, dai quali aveva avuto ampie rassicurazioni.
Inoltre, la sera prima della rinuncia alle primarie era andato a Reggio Emilia per ritirare il materiale per la campagna elettorale. Segno, questo, che dimostra la sua assoluta tranquillità. Dalla procura di Bologna hanno poi rivelato che Bonaccini ha saputo dell’indagine a suo carico lunedì 8 settembre, mentre Richetti martedì 9.
UN'INTERA CLASSE DIRIGENTE IN BILICO. «Qualcosa non torna», dice un deputato emiliano di Area riformista «e Matteo ha sbagliato a ritirarsi, perché ora tutti quelli che sono coinvolti nell’inchiesta, dalla quale usciranno pulitissimi, ne sono sicuro, non saranno più candidabili. In questo modo si uccide un’intera classe dirigente».
E i sospetti crescono quando dalle alte sfere del Nazareno spiegano a mezza bocca che Richetti avrebbe rinunciato perché «i sindaci non erano con lui», mentre la deputata modenese, Giuditta Pini, che comunque sottolinea di essersi tirata fuori dalla contesa sin dal primo momento, non sposa questa tesi, snocciolando i numeri: «Matteo aveva 9 mila firme, Stefano 6 mila…».
In poche parole, l’affaire Emilia Romagna promette di riservare ancora sorprese, forse non troppo piacevoli. Ma a Roma, ormai, sono preparati a tutto.

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